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arte contemporanea, collettiva PALAZZO CALCAGNI ​ Via Guido Da Castello 19/A Reggio Nell'emilia 42100

Reggio Nell'Emilia - dal 17 dicembre 2006 al 21 gennaio 2007

Paola Mattioli - Fabbrico

Paola Mattioli - Fabbrico
Luca Parmiggiani
 [Vedi la foto originale]
PALAZZO CALCAGNI
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Via Guido Da Castello 19/a (42100)
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In Palazzo Calcagni, esposte quaranta immagini della fotografa milanese che indagano il rapporto tra fabbrica, lavoratrici, lavoratori e territorio
orario: 9.30-13.00; 15.30-19.00; chiuso il lunedì
(possono variare, verificare sempre via telefono)
biglietti: free admittance
vernissage: 17 dicembre 2006. ore 16.30
editore: SKIRA
ufficio stampa: CLP
autori: Paola Mattioli
genere: fotografia, personale
email: info@palazzomagnani.it

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comunicato stampa
È dedicato alle fotografie di Paola Mattioli il prossimo appuntamento espositivo di Palazzo Calcagni a Reggio Emilia, in calendario dal 17 dicembre 2006 al 21 gennaio 2007.

Le sale di questo antico palazzo accoglieranno quaranta immagini della fotografa milanese realizzate quest’anno all’interno delle industrie Landini e nel territorio di Fabbrico, un paese della bassa reggiana che dà anche il titolo della mostra, risultato di un suo progetto sul tema del lavoro.

L’iniziativa è promossa dalla Camera del Lavoro di Reggio Emilia e dal Centro Studi R60, in collaborazione con l’Amministrazione Provinciale di Reggio Emilia, Palazzo Magnani, e con il sostegno della Fondazione Manodori, di CCPL e di Coopsette.

Negli anni trenta la Landini diviene una delle maggiori aziende produttrici di trattori in Italia. Alla Landini trovano subito impiego centinaia di lavoratori, provenienti in gran parte da Fabbrico, e in parte minore dai paesi vicini, come Rolo o Novellara. La peculiarità di Fabbrico, che viene a definirsi dal dopoguerra in poi, è il carattere unico, nel panorama emiliano, del rapporto tra paese e fabbrica, quando questa assume dimensioni medio-grandi (molto grandi rispetto a quelle del paese).

La mostra porta con sé vari significati: oltre a quello artistico e culturale, propone un’interessante riflessione sociale sui condizionamenti che i ritmi e i tempi di una fabbrica provocano su un territorio. Ad esempio, gli orari della fabbrica diventano quelli del paese; i bisogni dei lavoratori spingono a sviluppare servizi sociali come la mensa e gli asili; le lotte operaie producono un’attenzione ai nuovi fermenti culturali. È quindi un legame molto ricco, fatto di distinzione e, insieme, di inscindibili reciprocità. Le fotografie di Paola Mattioli ci conducono però verso un’altra riflessione e cioè se questo rapporto “fabbrica–territorio” sarà in grado di essere una risorsa anche nel tempo in cui il lavoratore non proviene più da Fabbrico, da Rolo o da Novellara, ma da un altro continente.

“Paola Mattioli costruisce un racconto–omaggio – sottolinea nel suo testo in catalogo la curatrice Roberta Valtorta - dedicato alla figura del lavoratore della fabbrica, alla sua immagine, alla sua vita, alla sua collocazione nella storia. Progetta e compone un racconto importante che si muove fra ritratto in posa, interni da fabbrica e di altri luoghi, oggetti, paesaggio. Compie alcune scelte chiare che guidano la sua narrazione dentro Fabbrico, luogo esemplare che diventa vero e proprio palcoscenico per alcune storie di persone ma, allo stesso tempo, per la storia di un’intera comunità”.

Paola Mattioli, in modo analogo a ciò che fece Paul Strand negli anni 50 a Luzzara, alterna alla figura umana alcuni oggetti e alcuni luoghi, proponendo però, un racconto più articolato e sintonizzato sulle più complesse esigenze narrative contemporanee.

Perno del lavoro è il ritratto, che da molti anni la fotografa studia. In sintonia con gli orientamenti della fotografia contemporanea, lavora per creare un accumulo di significati, una sedimentazione che favorisca un processo di riflessione, e non pratica la fotografia come forma di registrazione di singoli momenti trovati.

Le sue immagini appaiono rigorose, fondate su un impianto chiaro, dentro al quale la lettura di molteplici segni – dell’impegno politico, della lotta, della dignità costruita nel tempo, dei ricordi – ha modo di attuarsi in modo semplice e solido.

“Quando affronta il paesaggio di campagna di Fabbrico, - continua la Valtorta - affida il racconto a immagini essenziali, semplificate, quasi nella ricerca di icone che con semplicità e chiarezza aiutino il racconto. E la stessa cosa avviene per la serie di oggetti scelti a rappresentare il lavoro e la fabbrica, dagli ingranaggi industriali simili a obiettivi di macchine fotografiche, fino al trattore giocattolo.

Ciò che riscalda la struttura del racconto netto e forte nel quale si alternano bianco e nero e colore, figure e luoghi, vite e oggetti, è l’intreccio fra le fotografie portanti e una fitta serie di piccole immagini che quasi come un ipertesto movimentano la narrazione, creano richiami, precisazioni, sottolineature, ricordi, pensieri. Sono documenti fotografici della Resistenza, tesserine di partito, immagini di lotta, carte d’identità, fotografie di album di famiglia, piccole note a margine che agiscono sul racconto principale come una punteggiatura, come elementi di una costellazione di figurine disperse nella storia, che qui paiono riavvicinarsi e riorganizzarsi per tentare di raccontare e testimoniare”.

All’interno del percorso espositivo sarà proiettato il video Fabbrico, per la regia di Daniela Padoan e il montaggio di Francesco Caradonna, che, grazie alle fotografie di Paola Mattioli, indaga il lavoro attraverso un dialogo e un intreccio delle rispettive competenze (la Padoan è una scrittrice nonché autrice di numerosi documentari storici e d’inchiesta sociale). Il girato cattura il variare delle luci, del rumore, dell’andirivieni di uomini e macchine che segnano la vita di una fabbrica, cercando di percepirne il respiro, il ritmo e il suono.

Accompagna la mostra un catalogo edito da Skira con testi di Roberta Valtorta, Luca Baldissara, Francesco Garibaldo, Maria Grazia Meriggi, Eugenia Valtulina, Romeo Guarnieri.

Paola Mattioli è nata a Milano nel 1948. Ha studiato filosofia e si è laureata con una tesi sul linguaggio fotografico. I temi principali del suo lavoro sono il ritratto, l’interrogazione sul vedere, il linguaggio, la differenza femminile, le grandi e le piccole storie (dall’Africa alla fonderia).

Ha esposto sue fotografie in numerose mostre personali e collettive. Tra le principali: Immagini del no (1974); Donne allo specchio (1977); Cellophane (1979); Ritratti (1985); Statuine (1987); Ce n’est qu’un début (1998); Trieste dei manicomi (1998); Un lavoro a regola d’arte (2003); Regine d’Africa (2004); Per-turbamenti (2005); Sarenco on the spot (2006); Consiglio di Amministrazione (2006).

Tra le sue pubblicazioni: Ungaretti (1972); Ci vediamo mercoledì (1978); Cattivi sentimenti (1991); Donne irritanti (1995); Tre storie (2003); Regine d’Africa (2004).

Dice del suo lavoro: ”Ho scelto di stare su due piani. Uno narrativo e uno concettuale, in cui tengo conto del mezzo che uso, che a sua volta non può prescindere dal tema del vedere”.
 
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