La fotografia come arte/L'arte come fotografia (CASSERO SENESE - Grosseto)  -  attualmente sono in linea 2589 utenti di cui 19 registrati
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Grosseto - dal 5 al 19 maggio 2007
La fotografia come arte/L'arte come fotografia

CASSERO SENESE
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Via Aurelio Saffi 6 (58100)
+39 0564488753
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lavori ideati ed eseguiti da quindici giovani artisti italiani partecipanti al Cantiere, relazionandosi con l'artista Flaviano Poggi e con la curatrice Fiammetta Strigoli
orario: dal martedi' alla domenica: 9.30 - 12.30 / 17.00 - 20.00
lunedì: 17.00 - 20.00
(possono variare, verificare sempre via telefono)
biglietti: ingresso libero
vernissage: 5 maggio 2007. ore 18.30
curatori: Flaviano Poggi, Fiammetta Strigoli
autori: Francesca Banchelli, Alessia Bellon, Matteo Catani, Serena Clessi, Alessia Cocca, Diego Cossentino, Andrea Lunardi, Elisabetta Mori, Dario Orlandi, Silvio Palladino, Giusy Pirrotta, Flaviano Poggi, Alberto Spada, Emanuele Spano, Angelo Spina, Marco Strappato
genere: fotografia, arte contemporanea, collettiva
email: info@promere.it

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comunicato stampa
Il 5 maggio 2007, alle ore 18.30, nel Cassero Senese di Grosseto, si inaugura la mostra LA FOTOGRAFIA COME ARTE / L’ARTE COME FOTOGRAFIA che presenta i lavori ideati ed eseguiti da quindici giovani artisti italiani partecipanti al Cantiere, relazionandosi con l'artista Flaviano Poggi e con la curatrice Fiammetta Strigoli.

Le opere esposte - tutte stampe Lambda da file digitale su alluminio - sono state realizzate nel corso del Cantiere che si è tenuto nel luglio 2006 a Seggiano, in provincia di Grosseto, nel suggestivo spazio della Fondazione Il Giardino di Daniel Spoerri che accoglie una tra le più importanti collezioni d’arte ambientale d’Italia.

L’area da cui ha preso avvio il Cantiere è quella dell’arte come fotografia in connessione con l’evoluzione tecnologica espressa dal sistema digitale, il cui irrompere nel mondo dell’immagine e conseguentemente nell’universo della fotografia ha rappresentato una vera e propria rivoluzione.

La dimensione digitale si caratterizza per il corrispondere all’urgenza espressiva di un artista, divenendo indispensabile mezzo alla costruzione del proprio lavoro, permettendone l’elaborazione e favorendo l’organizzazione del risultato attraverso un iter che va oltre il fare diretto della mano, portando ad un esito impensabile quella magìa tecnica qual è la fotografia, fin dai suoi esordi, nella seconda metà dell’Ottocento.

La prospettiva dalla quale attingere ai lavori esposti deve tener conto dei termini da cui ha preso le mosse il Cantiere, ossia, come risultato di un’esperienza ambivalente: da un lato l’approfondimento di specifiche tecniche della tecnologia digitale e dall’altro, sollecitando le capacità espressive di ognuno dei partecipanti, attraverso l’individuale messa in discussione del proprio linguaggio estetico, sono state attivate riflessioni sul significante delle singole poetiche al fine di acquisire metodologie di controllo sulle potenzialità della propria ricerca, tendendo, inoltre, a suscitare considerazioni sulla comunicabilità e la comprensibilità del lavoro d’arte nel contesto delle variabili percettive come elemento mediatore tra soggettività e universalità.

Francesca Banchelli (Promises #2). La Natura come scenario di azioni avvolte in uno spazio e in un tempo i cui valori non sono circoscrivibili in un ordine logico-cronologico.

Alessia Bellon (L’importante è vedere #2). Indagine tra la nozione di guardare e quella di vedere, intendendo il vedere come un’azione di volontà creativa capace di ridefinire i contorni del reale.

Matteo Catani (Iusteros #5). La corporeità femminile ridotta a un simulacro, ridotta a mero oggetto per affrontare il tema del degrado della condizione della donna anche nell’Occidente illuminato.

Serena Clessi (Simbolatria #1). Protagonisti i simboli della religiosità, decontestualizzati e per questo ridefiniti nell’ancestrale desiderio umano di renderli parte della propria quotidianità.

Alessia Cocca (Santità del calabrone #5). Donna come icona, come madonna immolata alla santità, alla purezza. Attraverso il “velo” dell’apparenza passa il conservare nella società una rassegnata normalità.

Diego Cossentino (Ordinarie asimmetrie #5). Gestualità del corpo come metalinguaggio per significare all’altro da sé desideri ed emozioni.

Andrea Lunardi (Alice #3). Specchio come luogo per ri-guardarsi e ri-flettersi in un’immagine che non ci corrisponde, ma attivante un’esperienza di transfert indispensabile al ristruttarsi dell’Io.

Elisabetta Mori (Sovraesposizioni RG #5). L’alienazione all’uguale sollecita il desiderio di cogliere minimi scarti di differenze, sovraesponendole nei confronti della realtà stessa.

Dario Orlandi (Transiti #1). Esser-ci, tempo e permanere del concreto con-fusi in una trama che rimanda alla caducità dell’essere, al passato del tempo e al concreto della materia come spazio della memoria.

Silvio Palladino (Ho incontrato la primavera d’inverno//Ho trovato l’autunno in estate #4). Il tempo come struttura delle possibilità dell’Essere e ciò che si prospetta nell’avvenire è ciò che è già stato.

Giusy Pirrotta (Dimensione privata #1). L’ identità sessuale come tirrannia, come discriminante rispetto ai propri desideri, rispetto al proprio intimo sentire.

Alberto Spada (Spazi transitori #3). L’ordine delle simmetrie e delle fughe all’infinito di un’architettura post-industriale, dispongono lo sguardo al perdersi, allo smarrimento, in una sorta di viaggio della mente identificabile come il ritorno alla vita, al riemergere alla luce.

Emanuele Spano (3343561699 #5). La traccia è il migrare di una simbologia popolare in una formula di senso ri-aggiornata che ne sposta, traspone e ri-definisce le coordinate spazio-temporali.

Angelo Spina (Apocatastasi.serie 2 #1). L’umana determinazione a costruire l’universo intorno a sé determina “scorie”, rovine obsolete. L’arte se ne fa carico per un’occasione altra di esposizione al mondo.

Marco Strappato (Gabbie #4). Il limite fisico come limite di pensiero.

Anche Flaviano Poggi espone sue opere fotografiche in un video che le raccoglie.

L’artista è nato a Firenze, e attivo dagli anni Ottanta. Ha utilizzato il proprio corpo in attività performative e nel 1994 è tra gli artisti di “Shape your Body”. Dalla fine degli anni Novanta opera con il video e con la fotografia nella dimensione digitale. La sua poetica fonda nel vissuto dell’altro da sè, sollecitando empatia emotiva nel fruitore.

Tratta il tema della violenza, della morte, dell’indifferenza. Immagini che incrociano la fotografia documentaria, poiché talvolta riferisce alla cronaca “vera”, ma il tutto si svolge all’interno di un set, costruendo situazioni “senza spargimento di sangue”, connettendo toni emotivi di forte impatto estetico e violenza evocata. L’intenzione potrebbe essere quella di una riflessione sul paradiso perduto qual è il mondo in cui viviamo.

I suoi progetti, pensati e realizzati con uno schema molto attento, niente affatto casuale, mette in relazione due realtà specifiche: la figura umana e l’ambiente che l’avvolge, indirizzando la nostra attenzione verso poli differenti, non analoghi. La dimensione spaziale, al primo sguardo, appare un elemento autonomo, principale nella speculazione estetica, invece, pian piano, un’altra componente inizia a delinearsi, la corporeità, ed ognuno assume un valore indipendente.

Assistiamo ad una “messa in scena” che materializza il senso di intrusione dell’elemento umano violato nel contesto spaziale, una corporeità evocante un atto efferato che acquista tutto il suo peso e fa sì che da esso prenda avvio il senso narrativo del lavoro.

La tematica ricorrente è la fatalità di accadimenti cui l’artista elegge ognuno di noi a “primo” spettatore ed è ciò che dà sostanza ai suoi lavori, distinti da una data che indica temporalmente lo scatto e li aggancia alla crudezza documentaristica della cronaca pura.
 
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