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arte contemporanea, collettiva FONDAZIONE MARCONI ​ Via Alessandro Tadino 15 Milano 20124

Milano - dal 31 gennaio al 15 marzo 2008

Baj - Dame e Generali
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Baj - Dame e Generali
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FONDAZIONE MARCONI
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La mostra prende lo spunto da uno dei più significativi libri d’artista di Baj: Dames et Généraux, del 1964 in cui le acqueforti dell’artista accompagnano le poesie del poeta surrealista francese Benjamin Péret.
orario: da martedì a sabato ore 10.30-12.30 e 15.30-19
(possono variare, verificare sempre via telefono)
biglietti: free admittance
vernissage: 31 gennaio 2008. ore 18
editore: SKIRA
ufficio stampa: CRISTINA PARISET
autori: Enrico Baj
genere: arte contemporanea, personale

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comunicato stampa
Il 31 gennaio 2008 verrà inaugurata al pubblico, presso la Fondazione Marconi, la mostra di Enrico Baj dal titolo Dame e Generali, organizzata in collaborazione con l’archivio Baj. In questa occasione verrà stampato da Skira Editore, un volume di circa 200 pagine che raccoglie un’ampia selezione di immagini e di testi critici riguardanti questa serie di opere, certamente le più note dell’artista, realizzate negli anni Sessanta e riprese poi, particolarmente le Dame, a metà dei Settanta.

La mostra prende lo spunto da uno dei più significativi libri d’artista di Baj: Dames et Généraux, del 1964 in cui le acqueforti dell’artista accompagnano le poesie del poeta surrealista francese Benjamin Péret. Il libro si avvale di un importante saggio introduttivo di André Breton e di una pagina grafica concettualmente composta da Marcel Duchamp, pagina che funziona da faux-titre o avantitolo.

È questo il primo dei numerosi e fecondi sodalizi con poeti e scrittori italiani e stranieri, francesi in particolare, che hanno portato Baj a realizzare una cinquantina di libri d’artista fino all’ultimo, con Giovanni Raboni, nel 2003.

Il presupposto surrealista della mutabilità è per Baj la capacità di qualsiasi cosa di trasformarsi in qualsiasi altra attraverso la lettura ironica della realtà. Il Generale nasce nel 1960 da una delle Montagne che attraverso un processo di personificazione prende aspetto umano: la sagoma informe dunque assume dei connotati ben precisi, quelli della volgarità e della brutalità del potere.

Il Generale diventa la metafora di tutta la passione antimilitarista e antibellicista di Baj anche se, come precisa lo scrittore Pieyre de Mandiargues, è una “battaglia contro gli imbecilli più che antimilitarismo tout court”. Il generale in alta uniforme è un “pezzo grosso dorato in grande miseria”, secondo una definizione di Benjamin Péret, mentre André Breton così si esprime: “Montagna d’importanza, nonostante abbia la possibilità di partorire al massimo un topo mentale, questo fenomeno da baraccone costituisce ancora una sopravvivenza minacciosa”.

Evidente nei Generali è la lezione espressionista, che sempre accompagna le opere incentrate su temi di impegno civile. La denuncia è esplicita e forte, ma non greve: l’ironia che traspare dalla scelta dei materiali usati per il collage rende questi personaggi risibili oltre che temibili, goffi oltre che minacciosi.

Loro naturali compagne, le Dame, esibiscono con garbo tutto femminile i loro orpelli, nel vano tentativo di mascherare il vuoto dell’apparire, così come vuoti sono i loro nomi e i titoli altisonanti.

Di esse Breton nota che si prestano a una critica più sfumata dal momento che trascinano in sé un quoziente di seducente femminilità. Le femmine ornatissime e onoratissime che prendono vita da assemblaggi di passamanerie varie, sono i ritratti aristocratici di signore i cui aulici nomi e patronimici Baj ritrova nella storia, nei ricordi, sul Grand Larousse Illustré o in altre enciclopedie. Come osserva Roberto Sanesi, queste Dame non sono affatto caritatevoli o animate da buoni sentimenti e la loro raffinatezza, in accordo stilistico con la loro natura, è un po’ carica, ma non eccessiva ed è toccata da una punta di funebre consapevolezza e fatalismo. In questo contesto teatrale ricco di risvolti, l’aristocratica eleganza delle donne di casa Baj è risibile perchè tragica.

Baj ricompone a suo modo il binomio maschio-femmina: le Dame portano i loro nomi importanti, come i Generali ostentano le medaglie al valore. I loro volti sono le due facce del potere economico e militare, le due facce delle gerarchie che ordinano la società.


***
BIOGRAFIA



Enrico Baj (1924-2003), nasce a Milano, frequenta l’Accademia di Brera e contemporaneamente consegue la laurea in legge.

Nel 1951 fonda il Movimento Nucleare e partecipa ai movimenti d’avanguardia italiani e internazionali con mostre, pubblicazioni e manifesti, collaborando con Lucio Fontana, Piero Manzoni, Arman, Yves Klein, il gruppo Phases, Asger Jorn e gi artisti del gruppo CoBrA.


A partire dagli anni Cinquanta è presente sulla scena internazionale e in particolare espone regolarmente a Parigi.

Le mostre più significative dell’ultimo decennio della vita dell’artista hanno avuto luogo alla Pinacoteca Casa Rusca a Locarno (1993), alll’Institut Mathildenhöhe a Darmstadt (1995), al Musée d’Art Moderne et d’Art Contemporain di Nizza (1998), al Musée de Chartres (2000), al Palazzo delle Esposizioni a Roma (2001).

Nel 2003-2004 al Castello di Masnago, Varese si è tenuta una mostra concernente le connessioni tra arte e poesia nell’opera di Baj; a Milano a cura della Provincia una grande retrospettiva che si è svolta in spazi diversi in una sorta di itinerario attraverso i momenti salienti della sua carriera.

Nella primavera 2004 si apre a Pontedera “Cantiere Baj”, una serie di manifestazioni che si concludono con la realizzazione nel dicembre del 2006 di un grande mosaico lungo cento metri sul muro che corre lungo la ferrovia a Pontedera. Il progetto per il Muro di Pontedera, costituito da dieci cartoni con collage di elementi di meccano, è l’ultima opera dell’artista, portata a termine pochi giorni prima della morte.

Nel maggio 2007 la Friedrich Petzel Gallery di New York presenta una selezione di opere di Baj dalla fine degli anni Cinquanta al 2002.


Vi è una costante che dà significato, coerenza e unità alla vita e al lavoro di questo artista: nei suoi oltre cinquant’anni di attività Baj non ha mai cessato di sperimentare e di rinnovarsi, sia nella scelta delle tematiche, sia delle tecniche pittoriche e incisorie.

Tra queste certamente preferito è il collage che, associato o meno al colore, applicato anche nelle opere grafiche, gli ha dato modo di utilizzare ogni sorta di materiale in un gioco combinatorio continuamente rinnovabile. Oltre alle stoffe e alle passamanerie, ai cordoni, ai bottoni, ai pizzi, alle medaglie dei Generali e delle Dame, entrano nelle sue opere di volta in volta vetri colorati, specchi spezzati e ricomposti, elementi di impiallacciature e intarsi, parti di Meccano e di Lego, plastiche e celluloidi, pezzi di legno e oggetti di uso quotidiano.

A mezza via tra l’omaggio e la dissacrazione Baj ha rifatto usando le proprie tecniche alcuni capolavori di Picasso, tra cui Guernica e Les Demoiselles d’Avignon (1969-1970) e di Seurat (1971).

Negli anni Ottanta Baj ha dipinto una serie di tele dedicate a Ubu (1983-84); e i Manichini, che fanno riferimento alla pittura metafisica e nello stesso tempo denunciano il rischio di spersonalizzazione nella civiltà dei robot e del computer (1984-87), opere in cui abbandona totalmente il collage. Lo riprende assemblando oggetti di uso quotidiano e legni nelle Maschere (1993-95) e nei Totem (1997-2000), che ironizzano sulla ricerca di un certo primitivismo oggi alla moda.

Infine compie una propria personalissima ricerca del tempo perduto eseguendo una serie di piccoli ritratti dei proustiani Guermantes (1999-2000) ; per le sue ultime Donne-Fiume e per i Monumenti Idraulici (2002-2003) utilizza tubi, sifoni, rubinetti, eccetera: entrambe queste serie di opere sono state esposte a Milano alla Galleria Giò Marconi, rispettivamente nel 2000 e nel 2003.

Se da un parte c’è nell’opera di Baj un aspetto ludico che si esprime nella scelta dei materiali e nel gioco combinatorio del loro assemblaggio, dall’altra Baj si è sempre impegnato contro la violenza e l’aggressività del potere. A partire dai quadri nucleari che con una forte componente espressionista rappresentano gli incubi e le paure dell’uomo dopo Hiroshima, attraverso le immagini dei Generali e delle parate militari che denunciano l’arroganza e la stupidità del potere, Baj approda negli anni Settanta a tre grandi composizioni in cui maggiormente si concretizza il suo impegno : I funerali dell’anarchico Pinelli (1972) ; Nixon Parade o Watergate, (1974); Apocalisse (1978-2000), work in progress a composizione variabile che mette in scena il degrado della contemporaneità e i mostri generati dal sonno della ragione.

In seguito i cicli dei Combinatoires e del Kitsch (1989-1990) rappresentano l’esplosione demografica alla fine del millennio e le masse affascinate dal sistema dei consumi e dal kitsch, che secondo Baj e l’unico vero stile della nostra epoca.

Per quanto feroce, la sua critica è sempre temperata dall’ironia che conferisce alle sue opere una certa leggerezza: Baj non dimentica mai la lezione di Rabelais e soprattutto di Jarry e la figura emblematica di Ubu; infatti ha fatto parte del Collège de Pataphysique di Francia dal 1963 in qualità di Trascendente Satrapo.

Oltre alla sua attività di pittore e scultore, Baj è stato fertilissimo incisore : a partire dal 1952 ha realizzato più di 700 stampe, di cui una parte sono raccolte in libri d’artista che illustrano sia poeti e scrittori del passato (Lucrezio, Marziale, Milton, Lewis Carroll e altri), sia moderni quali Raymond Queneau, André Pieyre de Mandiargues, Benjamin Péret, Alain Jouffroy, Jean-Clarence Lambert, Roberto Sanesi, Giovanni Giudici, Paolo Volponi, Italo Calvino, Edoardo Sanguineti, Guido Ballo, André Verdet, Fernando Arrabal, Giovanni Raboni, Andrea Zanzotto, Raphael Rubinstein.

Enrico Baj è stato anche scrittore e critico: ha redatto numerosi manifesti, ha collaborato a molti giornali e riviste e ha pubblicato un certo numero di libri.


Sue opere si trovano in collezioni private italiane e straniere e nei seguenti musei: Civiche raccolte d’arte, Milano; Galleria Nazionale d’Arte Moderna, Roma; GAM - Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea, Torino; Fondazione Peggy Guggenheim, Venezia; Università di Parma; Musée National d’Art Moderne, Centre Georges Pompidou, Parigi,; Musée d’Art Moderne, Saint-Etienne; Tate Gallery, Londra; Stedelijk Museum, Amsterdam; Museum Boymans-van Beuningen, Rotterdam; Museum voor Schone Kunsten, Gand; Moderna Museet, Stoccolma; Museum des 20sten Jahrhunderts, Vienna; Musée d’Art et d’Histoire, Ginevra; Pinacoteca Comunale Casa Rusca, Locarno; Musée d’Art Moderne, Skopje; Museum of Contemporary Art, Chicago; The Art Institute, Chicago; National Gallery, Washington; Australian National Gallery, Canberra.

**
ENRICO BAJ



L’ultimo dei generali



Essere decorati, ricevere una medaglia da appendere sul petto, è il sogno di tutti. Essere generali, comandanti, professori, commendatori, cavalieri, poter impartire ordini, disporre delle cose e degli eventi, è la nostra più riposta ambizione. In Sicilia un detto popolare ammonisce: “cumannari è megghiu di futtiru” che letteralmente significa “è meglio comandare che fottere, che fare all’amore”.

Pressappoco dieci anni or sono, in un tardo, umido e nebbioso pomeriggio dell’inverno milanese, rientrando nel mio studio, allora sito in via Bertini, mi capitò di verificare la saggezza popolare sicula. Tutt’attorno i personaggi da me immaginati, dipinti e appesi alle pareti reclamavano e contestavano: volevano tutti non facili amori, ma decorazioni, onori e gradi di comando.

Di là venne fuori una turba di comandanti militari, di commendatori, di capi di servizi segreti, di generali, tutti super decorati: più ne facevo, più se ne domandavano a Milano, come a Parigi, New York, Amsterdam e Chicago. Ne concludevo che, se pur non tutti riuscivano a guadagnarsi una medaglia sbudellando nemici, tagliando traguardi o salvando vecchi e bambini in procinto di annegare, ognuno comunque voleva avere in casa un personaggio con una medaglia al merito e con i segni del comando, un personaggio insomma in cui identificarsi.

Contemporaneamente passavo attraverso le più svariate esperienze: tagliavo specchi, facevo intarsi per mobili di stile, costruivo meccani, incidevo il rame. Ma la richiesta di medaglie era sempre alta. Cominciai ad interessarmi alle cravatte, che consideravo il più alto simbolo della cultura occidentale up to date, nel contesto demitizzante della prospettica contestativa attuale; e mi applicai a recepire artisticamente le materie plastiche.

Dovevo quindi farla finita coi decorati, fare l’ultimo generale alla portata di tutti e poi basta. È così che l’ultimo dei generali, decorato e graduato, è finito sul piatto, come due uova al burro, come una trota lessa.

Volete una medaglia, volete un generale da mettere in casa tra i vostri antenati? Non è più a me che dovete chiederlo, ma alla Ceramica Franco Pozzi. Scomodando la storia intorno all’anno 1770, vi ricordo che si tratta del Conte Hérouville de Claye, Maggiore Generale del Maresciallo di Sassonia.


In Baj, l’ultimo dei generali, Edizioni Ceramica Pozzi, Gallarate 1968

***
ENRICO BAJ



Nel corso degli anni Settanta mi sono spesso impegnato, particolarmente tra il ’74 e il ’75, a rielaborare un tema che era stato già oggetto di opere precedenti: quello delle dame. A queste degne compagne dei miei generali, io davo in genere dei titoli solenni e pomposi di signore aristocratiche, nomi che trovavo tra le pagine della storia o del Grand Larousse Illustré o di altre enciclopedie.

[...] L’occuparmi di dame proveniva da una circostanza fortuita, che cioè a partire dal periodo Pinelli il mio studio andò riempiendosi di cordoni, frange, fiocchi e passamani, insomma di tutta la vecchia mercanzia generalmente databile tra la fin de siècle e il 1930 che trovavo, buttata lì per terra, a mucchi, a sacchi, a ceste da una certa Madame Clara al Marché aux Puces Biron, rue des Rosiers a Saint-Ouen a Parigi.

[...] Con tutto ‘sto ammasso di frange, cordoni e fiocchi, pensai anche alla trasformazione di un Beaubourg, grande inceneritore di cultura consumistica, in un enorme bordello tutto frange e cordoni; mi sarebbe piaciuto far sparire tutti i tubi, morfemi maschisti di bassa volgarità di cui quell’immenso baraccone è pieno, coprendoli con frange, con femminee frange; ma non potendo ammantare l’intero Beaubourg, ecco venire fuori dalla congerie di questi filati fronzoluti (con la prevaricante addizione di qualche medaglia: c’est la médaille qui fait l’argent!) delle femmine ornatissime e onoratissime, anzi a dir meglio, come li definii allora ipostatici ritratti aristocratici di dame i cui aulici nomi e patronimici avevo appunto ritrovato tra le pieghe della storia e dei ricordi.

Già in anni precedenti avevo offerto ai miei “generali” delle compagne, delle dame a proposito delle quali nel febbraio 1963 André Breton aveva annotato: “La compagna del generale si presta a una critica più sfumata”. Voleva dire Breton che le dame trascinavano in loro, salvandolo, un quoziente di seducente femminilità.


Da Automitobiografia, Rizzoli, Milano 1983



 
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