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arte contemporanea, collettiva PINACOTECA, BIBLIOTECA E ACCADEMIA AMBROSIANA ​ Piazza Pio Xi Milano 20123

Milano - dal 24 novembre 2008 al primo marzo 2009

Guido Pajetta - Le nature morte alla Pinacoteca Ambrosiana

Guido Pajetta - Le nature morte alla Pinacoteca Ambrosiana
Natura morta con candela, 1970, acrilico su tela
 [Vedi la foto originale]
PINACOTECA, BIBLIOTECA E ACCADEMIA AMBROSIANA
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In mostra venti nature morte dell’artista lombardo scomparso nel 1987, proprio nello stesso luogo dove si trova testimonianza della prima natura morta dell’arte italiana ad opera di Caravaggio. La mostra si propone di suggerire una lettura della continuità culturale tra la natura morta caravaggesca, le numerose nature morte fiamminghe presenti alla Pinacoteca e l’esperienza della pittura novecentesca italiana, incarnata nelle opere dipinte da Guido Pajetta dal 1922 al 1970.
orario: da Martedì a Domenica 10.00 - 17.30 - Lunedì chiuso
(possono variare, verificare sempre via telefono)
biglietti: intero € 8, Ridotto € 5, Scolaresche con prenotazione € 4
vernissage: 24 novembre 2008. ore 18.30
catalogo: Presentazione di Mons. Marco Navoni e di Vittorio Sgarbi
editore: MAZZOTTA
ufficio stampa: SPAINI & PARTNERS
curatori: Luigi Sansone
autori: Guido Pajetta
genere: arte contemporanea, personale

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comunicato stampa
Dal 24 novembre 2008 al 1 marzo 2009 si terrà la mostra Le nature morte di Guido Pajetta alla Pinacoteca Ambrosiana, a cura di Luigi Sansone. In mostra venti nature morte dell’artista lombardo scomparso nel 1987, proprio nello stesso luogo dove si trova testimonianza della prima natura morta dell’arte italiana ad opera di Caravaggio. La mostra si propone di suggerire una lettura della continuità culturale tra la natura morta caravaggesca, le numerose nature morte fiamminghe presenti alla Pinacoteca e l’esperienza della pittura novecentesca italiana, incarnata nelle opere dipinte da Guido Pajetta dal 1922 al 1970. La scelta del tema non ha soltanto un valore filologico legato alla Pinacoteca Ambrosiana ma anche, e soprattutto, una valenza interna alla storia dell’arte italiana ed europea del ‘900 in cui la Natura morta, da Cubismo e Futurismo attraverso Severini, Morandi, De Chirico, fino a Birolli, Afro e molti altri, ha rappresentato, proprio perché inerte e inespressivo, il soggetto di confine tra tutte le sperimentazioni artistiche del secolo; il trampolino di lancio verso i diversi modi di scomposizione o addirittura di negazione della forma.

Pittore eclettico consapevolmente disposto ad ogni forma di contaminazione formale, collocato sem­pre trasversalmente rispetto ai modi ed alle mode correnti, Guido Pajetta è un artista singolare e anomalo nel panorama dell’arte italiana del ‘900. La sua è una vita ricchissima di vicende che, dalle radici nella pittura ottocentesca del nonno Paolo e degli zii, Pietro e Mariano, attraversano il ‘900 toccandone i gangli vitali: l’iscrizione all’Accademia di Brera nel ’15 sotto la guida di Ambrogio Alciati, l’adesione a Novecento Italiano a fianco di Bucci e Sironi, l’amicizia dal ’28 con Lucio Fontana, le personali alla Galleria Milano (storico spazio espositivo di Novecento Italiano) e al Milione (la galleria milanese che svela le avanguardie europee), la partecipazione alle Biennali veneziane del ‘28, ‘30, ‘32, le esperienze parigine dal ‘34 al ‘39 (tra pittura fauve e Surrealismo ultima avanguardia attiva in Francia), i secondi itinerari francesi (primo pittore a esporre a Parigi dopo il conflitto), le mostre a Londra degli anni ’50 e ’60, ed infine gli ultimi venti anni vissuti nel totale isolamento alla ricerca di una nuova figurazione assolutamente privata degli strumenti retorici della rappresentazione, in un viaggio impossibile alla fonte dell’apparizione dell’arte.

Le venti opere in mostra sono una sintesi di tutta la lunga vicenda artistica di Guido Pajetta: dalle opere dei primi anni venti dal colorismo tardo ottocentesco alciatiano si passa al salto nella modernità con figurazione legata al surrealismo esperito in Francia nei primi anni ’30 e da qui a una figurazione chiarista e “neo-fauve” legata alla frequentazione dei compagni d’Accademia Lilloni e Del Bon e all’amicizia, in Francia, con Dufy e Friesz; da una pittura edenica degli anni quaranta al ritorno a canoni neo-novecenteschi dopo la tragedia esistenziale del secondo dopoguerra; dalla contaminazione con le esperienze degli artisti inglesi negli anni ’50 – ’60 in occasione delle mostre londinesi (Bacon, Sutherland e in particolare Henry Moore) alla gestione graffitista dell’immagine esperita alla fine degli anni ’60, con l’uso dei colori acrilici; infine l’approdo alla maturità artistica degli anni ’70 connotata da un uso del colore più estremo e radicale.

La mostra riveste una grande importanza per il futuro dell’Ambrosiana; da qui inizia un nuovo percorso all’interno della pittura del ‘900 - secolo escluso dalla Pinacoteca, fino ad oggi rigorosamente ancorata alla classicità - con l’organizzazione di mostre antologiche, monografiche, tematiche e con l’apertura di sale dedicate alle esperienze figurative della Modernità, con particolare attenzione agli artisti che hanno operato in ambito milanese.
 
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