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arte contemporanea, collettiva GALLERIA D'ARTE MODERNA DI MILANO - VILLA REALE ​ Via Palestro 16 Milano 20121

Milano - dal 21 ottobre 2009 al 31 gennaio 2010

Emilio Longoni - 2 collezioni
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Emilio Longoni - 2 collezioni
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Cocomeri e poponi, 1886
olio su tela, cm 65x130
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GALLERIA D'ARTE MODERNA DI MILANO - VILLA REALE
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Via Palestro 16 (20121)
+39 0288445947 , +39 0277809761 (fax)
C.Gam@comune.milano.it
www.gam-milano.com
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Le opere del grande maestro lombardo nelle raccolte della Galleria d'arte moderna di Milano e della Banca di Credito Cooperativo di Barlassina dialogano in una preziosa mostra a Milano
orario: da Martedi' a domenica 9.00-13.00 e 14.00-17.30. Ultimo ingresso ore 17.00
(possono variare, verificare sempre via telefono)
biglietti: free admittance
vernissage: 21 ottobre 2009. ore 18.30
catalogo: in mostra
editore: SKIRA
ufficio stampa: LUCIA CRESPI
curatori: Giovanna Ginex
autori: Emilio Longoni
patrocini: Promossa dalla Banca di Credito Cooperativo di Barlassina e dal Comune di Milano, Assessorato alla Cultura, Galleria d'Arte Moderna, in collaborazione con l'Università degli Studi di Bergamo
genere: personale, arte moderna
email: martina.liut@comune.milano.it

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comunicato stampa
La mostra dedicata a Emilio Longoni (Barlassina 1859-Milano 1932) in occasione dei 150 anni dalla sua nascita, si inaugura il 21 ottobre alla Galleria d'Arte Moderna di Milano. La rassegna racchiude in se' tre forti punti di interesse: mette innanzi tutto a confronto opere di grandissima qualità del grande maestro lombardo vissuto tra Ottocento e Novecento, otto appartenenti alla stessa Gam e quindici di proprietà della Banca di Credito Cooperativo di Barlassina, cittadina natale dell'artista; permette poi di ammirare gli otto capolavori di Longoni appartenenti alla GAM, indagati e studiati nella loro essenza materica e restituiti alla loro originaria luminosità, grazie alla generosità della Banca di Barlassina che ne ha sostenuto un sapiente restauro; infine, ma si tratta di un punto importante per la vita culturale di Milano, l'incontro tra la Banca ed il Museo si qualifica come una operazione culturale di alto livello e contribuisce a ricreare un rapporto virtuoso tra pubblico e privato che si e' da tempo spezzato, arricchendo la stessa collezione privata, diffondendo la conoscenza di un grande artista come Longoni e delle sue opere da tempo custodite dalla GAM.

La mostra, inoltre, offre un percorso di intensa emozione con una rilettura di eccellente carattere scientifico, grazie ai molti anni di studio che Giovanna Ginex, curatrice dell'esposizione, ha dedicato all'artista.

Promossa dunque dalla Banca di Credito Cooperativo di Barlassina e dal Comune di Milano, Assessorato alla Cultura, Galleria d'Arte Moderna, in collaborazione con l'Università degli Studi di Bergamo, che ha attivato una sistematica campagna di analisi scientifiche e indagini non invasive su tutte le opere di Longoni appartenenti alle due raccolte, l'esposizione offre uno spaccato dell'opera di Emilio Longoni, presentandone ventitre straordinari dipinti, dalle prime nature morte passando per le figure e per le opere d'impegno sociale, sino ai grandi paesaggi di montagna dell'ultimo ventennio di intensa attività.

Il percorso comincia dunque dalle nature morte che Longoni inizialmente esegue per decorare boiserie o grandi stanze di importanti ville della borghesia milanese, come Villa Torelli a Ghiffa sul Lago Maggiore: variano percio' i formati ma già altissima e' la perizia tecnica di Longoni, tanto che committenti importanti come la famiglia degli editori Treves gli commissionano diverse opere. Piccione del 1882, Selvaggina, realizzato per l'Esposizione a Brera del 1883, Cocomeri e poponi e Gamberi e fiaschi, splendidi dipinti eseguiti tra il 1886 e il 1887, sono tutte opere di straordinaria qualità pittorica e di intenso realismo, che indicano inoltre il gusto dell'alta borghesia milanese dell'epoca.

Sino al 1891 Longoni si dedica principalmente alle nature morte, da cui ricava la principale fonte di sostentamento. Ma nel frattempo lavora anche alle figure con opere dove altresi' spicca la sua maestria e l'intimo contatto interiore con i suoi soggetti d'elezione: i bambini e le fanciulle. Donnina del 1882-83, dal lucido sguardo intenso che cattura subito l'attenzione, ne e' un forte esempio.

Alla prima Triennale di Brera del 1891 Longoni presenta L'oratore dello sciopero, con Segantini che presenta Le due madri. Entrambi i capolavori - riuniti ora in occasione di questa mostra nelle sale della Gam - rappresentano per i due artisti la prima uscita pubblica di opere eseguite a tecnica divisionista. Longoni, infatti, con Giovanni Segantini, Vittore Grubicy De Dragon, Giuseppe Pellizza da Volpedo, Giovanni Sottocornola, Giuseppe Mentessi, Angelo Morbelli e Gaetano Previati e' esponente di primo piano della prima generazione di pittori divisionisti che prende avvio in Italia alla fine degli anni Ottanta dell'Ottocento.

Longoni affronta inoltre la pittura a pastello, tecnica che si adatta bene alla nuova maniera pittorica, ma e' anche molto complessa da eseguire. Ne nascono alcuni capolavori come Ritratto di giovinetta in rosa, dipinto a pastello del 1891-94 dove Longoni esprime un'altissima padronanza della nuova tecnica. In Melanconie del 1895, un olio su tela con la grazia e la maestria tecnica della miniatura, tratteggia con un pennello sottilissimo il volto di una fanciulla triste ed emaciata, di condizioni proletarie, sfinita dal lavoro precoce come modella e ballerina di caffe' notturni, la cui pena di vivere traspare dagli occhi arrossati e lucidi. Sino ad arrivare al grande studio per Disillusa del 1914 dove, come avverrà nei paesaggi compiuti, la figura si smaterializza e si fonde con la natura circostante.

Il capolavoro di questo periodo e' L'oratore dello sciopero del 1890-91, dipinto per la prima Triennale del 1891 e mai piu' esposto in pubblico dalla mostra Arte e socialità del 1979 alla Permanente di Milano, di recente acquisito nella collezione della Banca di Credito Cooperativo di Barlassina.

Il quadro, che all'epoca fece scalpore sia per la tecnica divisionista che per il soggetto di contenuto dichiaratamente sociale e politico, rappresenta un muratore a pugni chiusi che arringa la folla, mentre le forze dell'ordine, in secondo piano, caricano i manifestanti. Il titolo iniziale dell'opera e' Primo Maggio e illustra infatti la prima manifestazione dedicata alla festa del lavoro, organizzata a Milano, benche' vietatissima, nel 1890. Vi si riconoscono chiaramente il tiburio della chiesa di San Bernardino alle ossa, accompagnato dal campanile della limitrofa chiesa di Santo Stefano Maggiore.

La grande tela bene esemplifica l'adesione di Longoni al binomio divisionismo-pittura sociale, ma solo in questo dipinto questa equazione e' rafforzata dal carattere assolutamente urbano e di cronaca politica del soggetto. Longoni ha con ogni probabilità partecipato alla manifestazione, schizzando questa scena in uno dei suoi taccuini, e l'ha poi riprodotta sulla tela. Nessuno aveva sino ad allora dipinto dei pugni chiusi. Questo dipinto illustra alla perfezione il clima storico-politico degli ultimi anni dell'Ottocento a Milano, e a Milano torna ad essere di nuovo esposto in occasione di questa mostra.

Negli ultimi vent'anni il percorso di Longoni si concentra soprattutto sul paesaggio. L'Isola di S. Giulio, del 1895, fu con ogni probabilità il primo grande paesaggio di Longoni eseguito a tecnica divisionista ad essere presentato al pubblico. La chiesa di Barlassina e' dedicata a S. Giulio d'Orta, ed il quadro, bellissimo e molto poetico, e' dunque un omaggio al santo protettore della sua città natale. L'atmosfera comincia a diventare evanescente, a svaporare: si tratta di una vera e propria ricerca artistica che Longoni prosegue per tutta la vita. Dal paesaggio lacustre si passa alla montagna, fonte di ispirazione per molti artisti dell'epoca. Sono di questi anni la fondazione del CAI Club Alpino Italiano, del Touring Club, e l'ascensione in montagna diventa una salita concreta con tele e pennelli per molti artisti, che, per una sorta di disamore verso la vita caotica della città, in linea con il gusto della borghesia milanese e torinese, si rifugiano in vetta. Dopo i fatti di sangue della violenta repressione dei moti milanesi da parte del generale Bava Beccaris, nel maggio 1898, gli artisti del gruppo socialista o anarchico milanese delusi dagli avvenimenti politici e sociali si volgono ad altro.

Sono di questi anni tele di Longoni come Passo Bernina, Ghiacciaio in ombra, Ghiacciaio in sole, dove nulla e' concesso al dettaglio aneddottico: sono quadri materici, senza figure umane ne' animali, solo la montagna e l'atmosfera che vi si respira. Il divisionismo e' ormai assimilato e Longoni lo governa in modo molto personale. Gli interessa la resa della luce. Sale in quota con una capannina di legno portatile per fermarsi e ripararsi sulle cime, realizza in vetta studi precisi che poi completa in studio. La sua cifra e' unica e personalissima, asciutta e intensa ad un tempo.
Con il 1903 si apre la linea ferroviaria Milano-Tirano e nuovi scenari si offrono alla ricerca estetica degli artisti.

L'indagine sulla luce e le rifrazioni delle atmosfere incontrano l'interesse di Longoni negli anni conclusivi della sua vita. Sperimenta la fusione dei colori sulla tela, ripassati con un ferro caldo. La tavolozza si essenzializza, declinando in tutte le varianti i rosa e gli azzurri. Negli anni tra il 1914 e il 1916 l'atmosfera e' sempre piu' evanescente come nel magnifico Trasparenze alpine, dove e' protagonista la nebbia, con la montagna che si riflette nell'acqua del lago glaciale d'alta quota. O Goletta di alta montagna, piccola tela di grande bellezza. O ancora Ultime nevi, dove le stesse montagne sembrano allontanarsi in una visione piu' rarefatta. Sul retro Longoni, da vero alpinista, disegna l'itinerario seguito per salire in quota.

I paesaggi di Longoni non sono descrizioni di luoghi, ma di atmosfere e stati d'animo. Sono paesaggi interiori, frutto di una precisa ricerca e di una altissima qualità pittorica che l'artista, tra i pochi della sua generazione, manterrà intatta sino alla fine, senza ripetersi, ma trovando in ogni paesaggio uno spunto diverso per creare capolavori senza tempo che riescono ad emozionarci ancora.

Il sapiente restauro degli otto dipinti conservati alla GAM, a cura di Giovanni Rossi, ha indagato sulle modificazioni delle opere avvenute nel tempo, sia per mano dello stesso Longoni per trovare nuove soluzioni in funzione degli effetti pittorici desiderati, sia quelle occorse in seguito a restauri e manomissioni di vario tipo.

L'allestimento della mostra, a cura di Fabio Fornasari, prevede una stanza di cristallo collocata nella Sala del Parnaso al primo piano della GAM, con all'interno i celebrati paesaggi, all'esterno invece le nature morte e le opere di figura. La camera recupera l'idea dei celebri Panorami realizzati dai pittori di fine Ottocento per ammirare le vedute di paesaggio e fa dialogare lo spettatore con i temi della salita e dello sguardo verso il paesaggio cari a Longoni.

Le indagini scientifiche multispettrali e spettroscopiche svolte dall'Università degli Studi di Bergamo, coordinate da Gianluca Poldi, hanno permesso di documentare i problemi conservativi delle opere, di approfondire la conoscenza dei materiali usati e della tecnica pittorica di Longoni, cosi' come di precisare l'evoluzione dell'artista e le peculiarità del suo personalissimo divisionismo. I risultati di queste indagini vengono presentati in una saletta adiacente la Sala del Parnaso con pannelli che mostrano dettagli di radiografie e fotografie a raggi infrarossi.

Il catalogo dell'esposizione, edito da Skira, che documenta oltre le opere in mostra anche tutte le altre tele di Longoni presenti nella collezione d'arte della Banca di Credito Cooperativo di Barlassina, presenta i testi di Giovanna Ginex, curatrice della mostra, di Maria Fratelli, conservatrice della GAM, sulle collezioni di Longoni e il Museo come luogo della sua fortuna critica, di Gianluca Poldi sulle indagini scientifiche dei dipinti, di Giovanni Rossi sui restauri e di Vivien Greene, curatrice per l'arte europea del XIX e del XX secolo del Guggenheim Museum di New York, per uno sguardo sulla produzione pittorica internazionale nei decenni in cui si avvio' e crebbe la carriera artistica di Longoni. Gli apparati in catalogo sono a cura di Tiziana Marchesi.

Una mostra di studio ma anche di grande fascino dunque che, come dichiara Mario Beretta, Presidente della Banca di Barlassina, protagonista e promotrice del progetto: --in un momento in cui tutti sembrano ripiegarsi nella paura del nuovo mondo che avanza, in cui la giusta preoccupazione e l'incertezza sembrano dominare l'orizzonte sociale ed economico, ci fa guidare dallo sguardo dei volti longoniani, dalla fatica ma anche dalla speranza, insieme certa e malinconica, che questi sguardi riescono ad evocare-.

EMILIO LONGONI

BIOGRAFIA

Emilio Longoni nasce a Barlassina il 9 luglio 1859, quartogenito di Luigia Meroni, contadina e Matteo Longoni, maniscalco.

La famiglia, poverissima, arriverà a contare 12 figli.

Emilio è un bambino malinconico, solitario, con frequenti crisi di pianto e smarrimento emotivo; orgoglioso, ma insicuro, si sente irriso e poco amato da fratelli e amici. Già durante l’infanzia, trova sfogo nella sua unica “grande vera passione”, la pittura. La prima intensa suggestione visiva la prova davanti alla Madonna in trono con Bambino del Luini dipinta a fresco in S. Giulio, la parrocchiale di Barlassina. Frequenta con alterni successi la locale scuola elementare e il rimpianto di un’educazione mancata riaffiorerà in alcuni dipinti di piccoli scolari. Durante l’adolescenza cresce l’incomprensione in famiglia e un desiderio di fuga, di dare un taglio netto e ricominciare altrove, sentimento che Longoni proverà in varie fasi della propria vita. Il padre, piegato dalla povertà, lo manda, come già i suoi fratelli maggiori, a Milano a cercare lavoro. L’impatto con la città e con le precarie occupazioni che gli offrono è durissimo; il ragazzo è disperato e violento, ma ancora cerca aiuto nella famiglia che infine accetta di assecondarlo, trovandogli un’occupazione nella bottega di un pittore milanese di cartelloni da piazza.

Visto il precoce talento, Longoni si iscrive nel 1875 alla scuola serale di disegno di Brera, dove conosce Giovanni Segantini; il 3 gennaio 1876 lascia i corsi serali e viene ammesso ai corsi regolari della Regia Accademia di Brera: ha sedici anni e risulta domiciliato in Via San Marco 26. Qui è compagno di corso di Gaetano Previati, Cesare Tallone, Ernesto Bazzaro, Medardo Rosso, Mario Quadrelli, Giovanni Sottocornola e Segantini, con cui divide il domicilio. L’ambiente di Brera è culturalmente vivacissimo, tra gli insegnanti spiccano Giuseppe Bertini e Raffaele Casnedi. Longoni frequenta Brera con grande profitto e al termine del corso vanta ben tredici premi. Conosce in Accademia l’ebanista Carlo Bugatti, suo primo committente. Per Bugatti Longoni dipinge ante di mobili con nature morte ed esegue pannelli decorativi dipinti. Frequenta la Famiglia Artistica milanese, diventandone uno dei membri più assidui e fattivi.

Le prime prove pittoriche dell’artista sono ritratti di familiari e temi di paesaggio cui si alternano piccole scene di genere e motivi di ispirazione sociale. Per Longoni questi sono anni durissimi, di estrema miseria e ai margini della società, durante i quali si guadagna da vivere dipingendo trottole, marionette, giocattoli e riproducendo ritratti da fotografia.

Esordisce nel 1880 all’esposizione di Brera con due tele dipinte a Barlassina. I suoi lavori non vengono notati e la delusione si somma alle difficoltà economiche e ad una disavventura amorosa. Longoni reagisce nuovamente con una fuga e parte per Napoli.

Qui trova un ambiente altrettanto vivace, all’avanguardia nella ricerca del “vero”.

Longoni si presenta a Domenico Morelli, considerato dalla critica uno dei massimi pittori italiani, senza preavviso e senza alcuna entratura, sperando di essere accolto come allievo nel suo studio; Morelli lo fa invece iscrivere ai corsi dell’Accademia di belle arti. Longoni li frequenta in modo discontinuo, angosciato dalle difficoltà economiche, dalla mancanza di un domicilio fisso, dall’impossibilità di mantenersi con l’attività artistica. Ma l’esperienza napoletana risulta comunque formativa per l’artista che, in quei breve e tormentati mesi, elabora l’esperienza accademica braidense riuscendo a darvi un’impronta personale, dove si ritrovano echi della pittura antica napoletana, dei dipinti di Morelli e soprattutto di quelli di Antonio Mancini. Longoni è molto colpito dai febbrili ritratti infantili di Mancini e al rientro da Napoli dipinge una intensa serie di testine infantili. Legata all’esperienza napoletana è anche una prima serie di nature morte.

Longoni torna a Milano nell’estate del 1881, per sopravvivere fa l’imbianchino e il decoratore, nei primi mesi del 1882 ritrova Segantini, già riconosciuto dal mercato e dalla critica grazie all’appoggio della galleria Grubicy. Dipingono insieme vedute milanesi e Segantini lo presenta ai fratelli Grubicy che offrono ai due giovani di lavorare insieme, in Brianza.



Sino al 1884 i due soggiorneranno prima a Pusiano, poi a Carella: Longoni per la prima volta può dipingere con tranquillità e metodo. E qui riceve la prima importante committenza: una ventina di tele - testine e nature morte - destinate a decorare l’abitazione di un industriale lombardo.

Il tramite è Vittore Grubicy che però sigla a suo piacere le tele dei due giovani artisti, che gli arrivano non firmate dalla Brianza. Segantini ha un regolare contratto con i Grubicy, mentre Longoni si attiene a un accordo verbale. A poco a poco, Longoni si allontana sia da Grubicy che da Segantini e nel 1885 lo ritroviamo a Ghiffa, ospite di Villa Torelli. Ghiffa è all’epoca al centro di una cultura artistica cosmopolita anche grazie alla presenza dei principi Troubetzkoy a Villa Ada. Sul Verbano Longoni incontra anche Daniele Ranzoni e l’editore e collezionista Giuseppe Treves. Sono di questo periodo le nature morte commissionategli da Giovanni Torelli, mecenate e raffinato collezionista d’arte, e dalla famiglia Treves. Ma anche questo rapporto è destinato ad una frattura improvvisa: Longoni viene sospettato di un furto avvenuto alla villa; sarà poi scoperto il colpevole, ma l’artista vive il sospetto come una profonda ingiustizia e decide nuovamente di fuggire.

Tornato a Milano, nel 1886 può finalmente affittare uno studio in Via Stella (oggi via Corridoni); è ormai considerato un artista maturo, e la carriera gli consente un’esistenza modesta ma dignitosa. Nella seconda metà degli anni Ottanta culmina e si chiude la sua produzione di nature morte, realizzate per le case dell’alta borghesia dell’epoca. Al pittore si richiedono anche ritratti: i conti Maraini, i Melzi d’Eril, i Soragna, gli Jacini, i Belgiojoso, i Resta, i Crivelli, insomma il bel nome dell’artistocrazia milanese viene effigiato da Longoni, richiesto per la sua pittura di eccellente qualità, con un’eleganza cromatica vicina al virtuosismo. Ma sarà un’immagine dell’infanzia povera e discriminata a far apprezzare l’artista da un pubblico più vasto: Chiusi fuori scuola, esposto a Brera nel 1888. La “questione sociale” irrompe infatti nel 1880 nelle arti figurative italiane: dall’opera di Achille D’Orsi a quella di Courbet, sino agli incitamenti agli artisti di scrittori e intellettuali per un’azione politica decisa, all’uso dell’arte come strumento privilegiato di propaganda sociale.

Longoni amplia la propria cultura, approfondendo l’interesse per la letteratura. In questo ambito è determinante l’amicizia col critico d’arte e musicologo Gustavo Macchi che lo introduce nei salotti milanesi dell’epoca, tra cui quello di Ersilia e Luigi Majno. Qui Longoni incontra Ada Negri, Alessandrina Ravizza, Sibilla Aleramo, Filippo Turati, Anna Kuliscioff. E’ in questo clima che nel 1890 Longoni realizza alcuni dei suoi quadri più importanti: La piscinina e L’oratore dello sciopero, quest’ultimo manifesto politico del verismo sociale e incunabolo del suo divisionismo, entrambi esposti alla prima Triennale di Brera del 1891.

Si tratta di opere ancora inscritte nel filone sociale, che segnano un preciso momento di maturazione dell’artista, che in questi anni allarga la sua committenza incontrando alcuni collezionisti che saranno poi veri mecenati. Il 1891 è dunque un anno chiave per la carriera pittorica dell’artista che, contemporaneamente alla presenza alla Triennale, espone diciotto tele all’Esposizione libera di Palazzo Broggi in Foro Bonaparte, registrando un buon successo di vendita. Nello stesso anno restituisce il prestigioso diploma di Socio Onorario della Regia Accademia di Brera, in polemica con le giurie e commissioni alla testa delle varie esposizioni nazionali.

L’impegno politico sfocia nella collaborazione come illustratore ai periodici ufficiali del socialismo milanese, come Lotta di classe e Almanacco Socialista.

Longoni è ormai un artista completo, nella piena maturità pittorica e culturale, rivolto ad una personalissima sperimentazione divisionista, tecnica che non abbandonerà più sino alla fine. Si fa intensa e di successo anche la sua partecipazione alle principali rassegne espositive nazionali e internazionali, tra cui, nel 1892 l'Esposizione italo-americana di Genova, le Promotrici di Torino, le Internationalen Kunstausstellung di Monaco di Baviera del 1892 e del 1905, l’Internationale Kunst-Ausstellung del 1896 a Berlino, la Universal Exposition di St. Louis del 1904. Nel 1894 rifiuta l’invito di Antonio Fradeletto a partecipare alla prima edizione della Biennale di Venezia, che sarà organizzata nel 1895, segnando così negativamente i suoi rapporti futuri con la presidenza dell’ente.




Espone invece alla seconda Triennale di Brera, che si tiene eccezionalmente al Castello Sforzesco nel 1894, Riflessioni di un affamato, punto culminante dell’impegno sociale coniugato alla tecnica divisionista, per molti anni l’opera più conosciuta e citata dell’artista. “Passo per il pittore degli Anarchici”, scrive Longoni nelle note autobiografiche.

Questo intenso periodo creativo coincide però con un difficile momento personale, segnato da nuove difficoltà economiche e dalla malattia e morte della madre. Sono di questi anni alcune tele di medio e piccolo formato, dove Longoni esplora “il genere”: piccoli ambienti, episodi di miseria infantile, dove i protagonisti sono personaggi a tutto tondo, la riflessione sull’infanzia rivela una profonda sensibilità.

Nel frattempo divampa anche in Italia la polemica tra verismo e simbolismo, con il prevalere della corrente simbolista, di cui Previati con la sua monumentale Maternità è stato alfiere sin dal 1891. Longoni partecipa a questo clima, conducendo la sua personalissima ricerca nell’ambito del puro paesaggio e della resa della luce. La committenza lo ricerca ora anche per la sua fama di pastellista. Il ritrovato uso del pastello avviene proprio perché più appropriato per rendere i diversi spessori della materia, la psicologia umana, le variazioni della natura.

La pittura di paesaggio, condotta en plein air nei dintorni di Milano, si fa sempre più presente nel corpus della sua opera a partire dalla prima metà degli anni Novanta. Accanto a varie prove di un simbolismo legato a fonti letterarie e musicali, Longoni si volge parallelamente all’esperienza della pittura di montagna in alta quota.

La fuga dalla città e dai suoi temi - anche sociali - si delinea in Longoni fin dal 1895 con i primi grandi paesaggi di montagna, prima limitandosi a percorsi di mezza montagna e dal 1903 salendo oltre i duemila metri. Il richiamo della natura coincide in tutta Europa all’affermarsi della pittura di montagna come genere.

In Italia dà avvio al genere Filippo Carcano, seguito tra gli altri da Dell’Orto, Delleani, Filippini, Ciardi che espongono pascoli d’alta quota, paesaggi innevati, ghiacciai, allontanandosi dall’approccio di Segantini, per il quale il paesaggio d’alta quota fungeva da cornice per composizioni a tema simbolico con figure allegoriche.

Il primo soggetto longoniano d’alta quota è del 1903. Da qui l’artista comincia una ascensione costante sui ghiacciai del Bernina e del Disgrazia, nelle valli dell’Engadina e di Poschiavo, in Valfurva e al pizzo Tresero, oltre la Val Chiavenna e al passo dello Spluga. Dipinge moltissimo, rimanendo in quota per mesi, spesso da solo negli alpeggi, protetto da un paravento/baita in legno portatile. Rientrato in città, da quegli studi prendono forma i dipinti di grandi dimensioni destinati alle esposizioni e ai suoi mecenati e collezionisti. Longoni produce così le grandi tele d’alta quota in cui l’osservazione e la resa del paesaggio, unite alla completa padronanza dei principi del divisionismo svolgono il dato naturalistico in simbolo, la bellezza della natura incontaminata in valore universale, senza tempo.

Con pitture d’alta montagna Longoni ottiene due prestigiosi riconoscimenti: la medaglia d’argento all’esposizione universale di Saint-Louis del 1904 e, per il grandioso dipinto Il Ghiacciaio, il premio Principe Umberto a Brera nel 1906, che però clamorosamente rifiuta insieme alle seimila lire abbinate, con un atto di protesta contro tutte le accademie e di coerenza nella modalità della sua partecipazione all’Esposizione del Sempione, dove aveva preventivamente dichiarato che il suo lavoro non avrebbe concorso al premio.

Quando Boccioni arriva a Milano nel 1907, descrivendola con entusiasmo, nei dipinti di Longoni la città sparisce e l’artista si rinchiude nello studio a dipingere grandi ghiacciai, dopo mesi passati sul Bernina.

Muta anche il modo di procedere pittorico: si concentra sul paesaggio, inteso più come luogo mentale per lo studio delle vibrazioni del colore e della luce. Dapprima esegue dal vero, dipingendo su tele a grana sottile, facilmente trasportabili arrotolate anche in quota, fissate solo a lavoro finito, in studio, su un supporto di robusto cartone. Quindi rielabora, sempre in studio, solo il dipinto che considera più adatto ad una versione di grandi dimensioni.

Dopo il gran rifiuto del 1906, Longoni si allontana dalle esposizioni braidensi, ripresentandosi solo nel 1908 e nel 1916 e 1918.



Le sue opere si possono però vedere, se non nel suo studio dove raramente egli acconsente di ricevere visitatori, alla Permanente e alla Famiglia Artistica di Milano, alle Biennali di Venezia e Roma.

Nel 1913 Longoni espone a Roma alla mostra annuale della Società Amatori e Cultori di Belle Arti: proprio con questa esposizione si apre una nuova stagione pittorica per l’artista. La forma inizia a dissolversi nella polverizzazione del tocco divisionista, si annullano i contorni, i volumi e il chiaroscuro in un infinito variare delle vibrazioni luminose. Oltre a ciò esiste solo l’astrazione, ma Longoni, uomo profondamente dell’Ottocento, non supera questa soglia.

Nel 1915 in piena guerra Longoni accetta di ricambiare l’amore della giovane Fiorenza De Gaspari, conosciuta nel 1911, poco più che ventenne, nel salotto Majno. Fiorenza sarà una presenza amorevole e costante nella vita dell’artista, accompagnandolo nel dopoguerra in Valtellina, dove si fermano alcuni mesi ed effettuano varie escursioni a bassa quota.

L’ultima mostra dove acconsente di presentare le tele più recenti è quella romana del 1921 per il cinquantenario di Roma capitale, invitato tra gli ultimi divisionisti viventi. Ma Longoni non vuole più esporre. Dal 1927 il Sindacato regionale fascista di belle arti stravolge le regole delle esposizioni braidensi, e nel 1928 Longoni rifiuta l’ultimo invito alla Biennale di Venezia. Anche il collezionismo sta cambiando: il maestro resta estraneo agli interessi del collezionista di Ottocento italiano formatosi negli anni Venti, attento al mercato delle aste, abile negli scambi e non più in diretto contatto con gli artisti. Longoni stesso tenta sino alla fine della sua vita di tenere sotto controllo il collocamento dei suoi dipinti e così farà la vedova alla sua morte. Ne consegue che l’artista sia conosciuto solo in un ambito di ristretto, raffinato collezionismo.

Alla fine degli anni Venti si presentano i primi sintomi della malattia e Longoni e Fiorenza si sposano. Dipinge sino agli ultimi giorni della sua vita. Il paesaggio è ormai del tutto smaterializzato, si moltiplicano gli effetti di atmosfere dense, in cui la luce filtra a fatica rendendo imprecisi i volumi e le forme. I risultati sono di altissimo livello pittorico, e unici nel panorama della pittura internazionale del tempo. All’evoluzione del linguaggio pittorico corrisponde, come sempre, un personalissimo adeguamento sperimentale della tecnica riuscendo, con l’ausilio di un procedimento tradizionalmente riservato ai restauratori trasformato in uno straordinario strumento del suo linguaggio poetico, a fondere i colori puri e divisi, in un linguaggio di pura luce. Ai rari visitatori che accoglie nel suo studio, l’artista confessa che i suoi quadri non sono mai finiti: continua a elaborarli, tocco dopo tocco, per moltissimo tempo, ossessionato dalla profondità della visione. Ripete che bisognava andare oltre la tela, immaginare di essere nel paesaggio, al di là della superficie dipinta.

Longoni porta, da solo, alle estreme conseguenze - sono infatti nel frattempo scomparsi Segantini, Pellizza, Sottocornola, Previati, è emigrato Pusterla, ha abbandonato l’attività Grubicy - quelle esperienze - verismo e divisionismo - che avevano avuto una comune matrice teorica.

Nel giugno del 1932 le condizioni di salute dell’artista si aggravano, muore a Milano il 29 novembre dello stesso anno. E’ sepolto al Cimitero Monumentale, accanto a Fiorenza.


Questa biografia è tratta dal saggio introduttivo di Giovanna Ginex nel Catalogo Ragionato di Emilio Longoni, edito da Federico Motta nel 1995.
 
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