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arte contemporanea, collettiva CASTELLO ARAGONESE ​ Via Castello Otranto 73028

Otranto (LE) - dal 7 settembre al primo ottobre 2009

Monika Bulaj - Aure

Monika Bulaj - Aure
CASTELLO ARAGONESE
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“Aure”, la mostra proposta al Castello di Otranto dal primo Festival della Cultura Ebraica, è un singolare, particolarissimo reportage di un viaggio. Un viaggio che Monika Bulaj, fotogiornalista, scrittrice, sceneggiatrice polacca, ha compiuto e continua a sviluppare in quella vasta area geografica che va dalle Colonne d’Ercole al Monte Ararat. Attraversando luoghi densi di simboli sotterranei, un mondo densamente vivo pur nell’immensità apparentemente immobile di taluni grandi spazi.
orario: tutti i giorni h. 10.00/12.00 - 16.00/20.00
(possono variare, verificare sempre via telefono)
biglietti: free admittance
vernissage: 7 settembre 2009.
ufficio stampa: STUDIO ESSECI
genere: personale, disegno e grafica
web: www.festivaldellaculturaebraicainpuglia.it

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comunicato stampa
“Aure”, la mostra proposta al Castello di Otranto (dal 7 settembre al 1 ottobre) dal primo Festival della Cultura Ebraica, è un singolare, particolarissimo reportage di un viaggio. Un viaggio che Monika Bulaj, fotogiornalista, scrittrice, sceneggiatrice polacca, ha compiuto e continua a sviluppare in quella vasta area geografica che va dalle Colonne d’Ercole al Monte Ararat. Attraversando luoghi densi di simboli sotterranei, un mondo densamente vivo pur nell’immensità apparentemente immobile di taluni grandi spazi. Ma ciò che Monika Bulaj
trasmette nella sua magnifica, emozionante mostra è soprattutto un viaggio nell’anima, nello spirito, nell’inconscio di genti che la storia ha talvolta contrapposto ma che legami più profondi, rivoli dispersi e nascosti di un fiume carsico di conoscenza e fede, comunque riunisce.
Monika Bulaj, nata a Varsavia nel 1966, è fotografa, antropologa e scrittrice. Per interesse personale si è andata specializzando nei reportage sui confini estremi delle fedi. Il pubblico italiano ha ammirato sue immagini sulle maggiori testate, da D di Repubblica a Io Donna, National Geographic, Geo, parte delle molte pubblicate in periodici di mezzo mondo. Com’è nel caso di “Aure”, al lavoro di ricerca della Bulaj sono state dedicate mostre in molti Paesi.
Al reportage accompagna l’attività di scrittura: sue sono le sceneggiature di diversi documentari, fra cui “Romani Rat” 2002 di M. Orlandi (sull’olocausto dei Rom, realizzato con il contributo di Shoah Visual History Foundation). Ha pubblicato i volumi: “Libya felix”, Bruno Mondadori, 2003; “Donne, storie…”, Alinari, 2005; “Gerusalemme perduta…” con Paolo Rumiz, Frassinelli, 2005; “Figli di Noe”, Frassinelli, 2006. Regista, fotografa e sceneggiatrice del film documentario “Figli di Noè” (produttore: Lab80 FILM).
Parlando della ricerca da cui è germinato il progetto espositivo “Aure” ora in mostra ad Otranto, la scrittrice afferma: “Ci sono luoghi e momenti in cui il sacro rompe i confini. Luoghi e momenti ad alta tensione atmosferica, dove le genti del Libro – ebrei, cristiani e musulmani – rivelano la loro appartenenza comune come figli di Abramo. Succede quando i fedeli ripetono le rispettive preghiere come un tuono, o quando si passa tra il fuori e il dentro di uno spazio sacro. Lo vedi ai confini tra ombra e luce, nelle danze ritmate fino ai confini dell’estasi, nelle masse che oscillano come distese di alghe nel mare, nei contatti tra corpi, oppure fra corpi e reliquie.
Lo intuisci negli attraversamenti di spazi sovraffollati o anche perfettamente vuoti, nelle cantilene, nei sospiri, nelle genuflessioni, nello sgranar di rosari. Luoghi, gesti, abbigliamenti, luci, percorsi che svelano analogie fra monoteismi e mostrano tutta la potenza di un unico Verbo che genera tuttavia una polisemia di sensi e significati.
Atmosfere, si diceva. "In greco e in latino", scrisse Ellemire Zolla, "si parla del fascino come di una brezza, un'aura spirante dalle persone o dai luoghi, che a volte cresce, diventa turbine, nembo, nube abbagliante, riverbero dorato, ingolfa e stordisce". Ecco, vorrei raccontarvi le aure che ho vissuto tra la gente del libro e del Dio unico, quelli che i musulmani chiamano gli “ahel el katab”. Non m’importa dunque di descrivere analogie coreografiche o gestuali, ma somiglianze atmosferiche. Far capire che la massa che ondeggia e respira all’unisono in una chiesa ortodossa piena di candele comunica un’emozione molto simile a quella che puoi provare in un tempio di mistici sufi a Istanbul o durante un rito di ebrei hassidim”.
 
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