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arte contemporanea, collettiva PERUGI ARTE CONTEMPORANEA ​ Via Giordano Bruno 24b Padova 35124

Padova - dal 10 ottobre al 15 dicembre 2009

Alex Bellan / Antonio Guiotto
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Alex Bellan / Antonio Guiotto
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PERUGI ARTE CONTEMPORANEA
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Via Giordano Bruno 24b (35124)
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I lavori di Alex Bellan sembrano ready made. In realtà Bellan non li trova affatto “già fatti”. Anzi, il suo contributo tecnico è decisivo. E richiede un’abilità non comune. Guiotto, invece, gestisce un repertorio di mezzi più vario, in pratica tutti i mezzi di matrice concettuale: oltre all’oggetto, la fotografia, il video, la performance, la parola scritta.
orario: lunedì-sabato ore 15-20. La mattina e i giorni festivi solo su appuntamento
(possono variare, verificare sempre via telefono)
biglietti: free admittance
vernissage: 10 ottobre 2009. dalle ore 18.30
curatori: Guido Bartorelli
autori: Alex Bellan, Antonio Guiotto
genere: arte contemporanea, doppia personale

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comunicato stampa

I lavori di Alex Bellan sembrano ready made. In realtà Bellan non li trova affatto “già fatti”. Anzi, il suo contributo tecnico è decisivo. E richiede un’abilità non comune. Sin dagli esordi egli ha fatto una scelta precisa, l’oggetto. Ma l’oggetto, nell’arte di Bellan, non rimane fisso e statico, come una fortezza inespugnabile. Esso è aggredito, offeso, deformato. Ciò non avviene – per così dire – in virtù di un attacco dall’esterno, quali quelli, storicamente esemplari, inferti dagli artisti del Nouveau Réalisme. Bellan agisce dall’interno, al livello genetico: è un costruttore che esegue un progetto guasto, inficiato da uno o più errori. L’oggetto che ne risulta appare intatto e pulito, ma proprio per questo l’aberrazione che vi è inscritta, una volta che la si colga, risulta ancor più sconcertante.

Bellan riesce a plasmare l’oggetto a suo piacimento, rendendolo docile come fosse il più morbido dei materiali da modellazione. Non si tratta quindi di ready made, e nemmeno della variante del “ready made aiutato”, dove l’oggetto subisce sì una manipolazione ma di natura leggera e che, solitamente, non richiede un particolare talento manuale. Preferisco definire gli oggetti di Bellan “ready made truccati”, perché appunto hanno l’aspetto asettico del ready made ma col trucco che non lo sono. Ma anche perché per realizzarli è necessaria una mano abile da meccanico, tipo quella dei ragazzini che “truccano” il motore dello scooter o dell’ape-car, e poi magari ne modificano la carrozzeria o la ridipingono con immaginifici inserti cromati.

Bellan dimostra un atteggiamento di supremazia nei confronti dell’oggetto. Viene meno la reverenza al cospetto delle cose. Un tempo le cose ci hanno sovrastato e noi ne siamo diventati i cultori devoti, premurosi affinché restassero linde e lucide, come appena comprate. La pratica del lustrare il proprio oggetto di culto – l’hi-fi, lo scooter, l’automobile… – appartiene al passato, o a un’età già avanzata. Progressiva è invece la tendenza a personalizzare le cose fino al limite di adulterarle, violentarle, brutalizzarle. È la rivincita del soggetto che afferma se stesso e la sua pittoresca unicità. Cosicché ciò che si acquista finisce per essere la materia prima sulla quale stampare la propria impronta. La street art, che qui evoco non come tendenza artistica – con la quale Bellan ha ben poco da spartire – ma come spontanea espressione giovanile, si fonda su questo atteggiamento e lo dispiega a tutti i livelli, dalle magliette alla tavola dello skate, a quelle maxi-cose che sono le città. Di tutto ciò si sono accorte da tempo le stesse industrie produttrici, che infatti tendono a cavalcare la tendenza mirando a mettere sul mercato oggetti che fungano da supporto alla soggettivizzazione. Ne è esempio il fatto che è sempre più difficile incrociare due modelli identici di alcuni tipi di automobili, pensati appositamente per le nuove generazioni. Automobili che, non per niente, hanno riscosso un successo enorme.

Tra i primi lavori di Bellan, Monociclo mostra in maniera già compiuta questo suo modo di procedere. L’oggetto indicato dal titolo ostenta se stesso, nella sua integrità. Basta poco, però, per accorgersi che si tratta di un assurdo. L’inerzia con cui ci appare non riesce a nascondere l’energia del paradosso. Bellan ne ha infatti modificato l’altezza rendendolo uno strumento inservibile, o meglio una micidiale macchina per cadute, per far rovinare a terra chiunque provasse a montarla. In questo modo l’oggetto perde la sua ottusità e diventa emozionale, raggiante di pensiero soggettivo. L’attrezzo truccato è un dolorosamente sarcastico “ritratto dell’artista da giovane”, ossia di colui che è costretto a mille equilibrismi pur di emergere in una “missione impossibile”.

In un’opera d’esordio come Monociclo, Bellan prendeva le mosse, come è giusto che fosse, a partire da se stesso, dalla sua personale esperienza. Ma già allora si scorgeva la possibilità di allargare il discorso schiudendolo a orizzonti collettivi. Infatti il lavoro può anche essere letto, in termini più generali, come il ritratto del giovane tout court, che – come è noto – è una delle categorie sociali più deboli e bistrattate.

Questa tensione sociale è ciò che si impone negli ultimi lavori che compongono il progetto Import/Export, e nel modo più drammatico. White boat è un gommone che galleggia in aria. O meglio che prova a non colare a picco nel tragico quotidiano. Un quotidiano che purtroppo lo sta rendendo di un’attualità sempre più bruciante. Evidentemente White boat tratta del sogno di un approdo. Ma il gommone si trascina sotto di sé, forse a sua insaputa, un seggiolino da giostra, più precisamente della giostra comunemente detta “calci in culo”. Calci in culo, detto davvero molto comune, e non in riferimento alla giostra.

In 50 hz Bellan assembla dei tubi creando un’installazione che ha l’aspetto di una scultura astratta. Di grande intensità e molto scultoreo nel senso più nobile è il delicato gioco di statica che mantiene ogni tubo in equilibrio. La forma è il risultato delle necessità della statica, non di altro. Ma il talento di Bellan nel manipolare l’oggetto non deve farci dimenticare l’identità dell’oggetto e le sue connotazioni. I tubi sono quelli dove fluisce l’aria nei comuni impianti di condizionamento. Bellan li ha sfilati dal muro per rivelare l’organo polmonare che attraversa le nostre abitazioni. Non essendo progettato per auto-sostenersi, esso tende a raggomitolarsi su di sé. Al tempo stesso perde ogni funzionalità finendo per respirare il proprio respiro in un riciclo asfittico e vizioso, malgrado il fruscio dell’aria dia un’ingannevole impressione di salubrità. Al tema dell’ossessione di una domesticità fresca e pulita, Bellan incrocia quello, correlato, della sicurezza. L’installazione comprende anche un sensore di presenza, di quelli che fanno scattare gli allarmi. Cosa succede quando l’“interno” si richiude su se stesso respingendo l’“esterno”? Quanto può perdurare un sistema senza entrate e senza uscite?

Anche Antonio Guiotto ha esordito alludendo, con altrettanto sarcasmo, agli equilibrismi del giovane, e del giovane artista in particolare. Si tratta di una serie di lavori, tutti intitolati Tentativi, pure incentrati sull’oggetto, anche se Guiotto gestisce un repertorio di mezzi più vario, in pratica tutti i mezzi di matrice concettuale: oltre all’oggetto, la fotografia, il video, la performance, la parola scritta. Il più esemplare di quei lavori d’esordio è costituito da un ventilatore acceso al quale è appeso un aeroplanino di carta tramite un filo. L’aeroplanino è costretto a dimenarsi svolazzando perché il getto d’aria del ventilatore gli è rivolto contro. È il supplizio cui ci si sottopone per “spiccare il volo”, ma anche la constatazione dell’illusione di quel volo, del resto così goffo: in fondo esso è reso possibile solo in virtù di quello stesso laccio – il filo – che lo incatena a un’insensata, tormentata staticità.

Si può dire che nella nuova serie The Contemporary Art Cover Show Guiotto si concentri sulle diverse nature del “laccio”, dispiegando una serie di accertamenti molto interessanti. Mi pare che il video del suo quasi interminabile spogliarello (il titolo è altrettanto interminabile: L’uomo che capì di non essere grasso il 5 maggio 1994, e che per festeggiare fece uno spogliarello, e una volta finito, sentendosi nudo, raccogliendo i suoi stracci, pensò di essere una Venere) si proponga come una “trovata”, un’arguzia molto divertente, ma a un giudizio affrettato passibile di severe riserve: tutto molto divertente, appunto, ma in virtù di cosa il video di Guiotto si distingue dal milione di arguzie altrettanto divertenti che ci offre la rete? Ecco un laccio cruciale, da cui è assai arduo svincolarsi, quello che pone il video d’artista di contro al diluvio torrenziale dei video che d’artista non sono. Ci potrà essere un fattore svincolante, e quale, o l’aeroplanino resterà condannato a ballare inutilmente legato al filo?

Fino a qualche tempo fa c’era almeno un modo facile e sicuro per svincolarsi: per essere diversi dalle produzioni mediatiche bastava essere il contrario di quello che esse erano, ossia il contrario di spettacolari, patinati, ad alta definizione e così via. Il che lasciava campo libero all’esercizio della creatività più intima e sottile, magari tramite immagini sgranate e traballanti, ma indubbiamente di natura altra rispetto a quelle imperversanti. Il problema è che ora l’artista deve state attento non solo – per così dire – a non essere superato da destra, ma anche da sinistra. Oggi i mass media comprendono anche – e in numero sterminato – quelle produzioni fai-da-te che ieri erano state il rifugio dell’artista. È la cosiddetta Pro-Am (Professionals-Amateurs) Revolution descritta dal britannico Charles Leadbeater. Sa davvero l’artista fare meglio sia di Hollywood sia di YouTube? Non rischia forse di rimanere schiacciato?

Francamente sarebbe arduo reperire nel video di Guiotto un’eccellenza che lo sollevi dalla terribile concorrenza non artistica, salvo per il fatto che egli, molto lucidamente, immette tutta una serie di riferimenti nascosti, di citazioni sommerse che possono essere colte solo dall’interno dell’ambiente dell’arte contemporanea. In pratica il video si presta a un primo livello di lettura alla YouTube, divertente ma nella media; quindi, con funzione risolutiva, a un secondo livello di lettura colto e raffinato, destinato esclusivamente agli “addetti ai lavori”, a chi frequenta le gallerie d’arte e quindi ha gli strumenti per intendere l’operazione di “cover” indirizzata a opere d’arte. Il che funziona come una richiesta esplicita, come se il video stesso dichiarasse: «Il mio posto è in galleria». Quindi, duchampianamente, si tratta senza più alcun dubbio di un’opera d’arte. Questa volta il filo è tagliato.

A questo punto, però, rovesciando il punto di vista, si può pensare a un altro filo, quello che costringe alla perpetuazione del passato artistico, alla cover appunto. Ecco l’altro dilemma agitato da Guiotto: può l’artista di oggi non rimanere schiacciato dai troppi predecessori? Ancora guai quindi, ma questa volta sono gli stessi predecessori che insegnano come affrontarli – basti pensare a tutto il postmoderno: alla crisi del nuovo si risponde immergendosi nella rivisitazione del già fatto, con l’avvertenza però di inserire qualche azzeccato indice di scarto. Da questa prospettiva l’estetica Pro-Am funzione proprio da indice si scarto: Guiotto usa le intuizioni dei grandi maestri dell’arte contemporanea come se si trattasse di trovate alla YouTube.

Guido Bartorelli



Alex Bellan’s works look like ready mades, however Bellan does not find them ‘already made’ at all. On the contrary, his technical intervention is key and shows uncommon skill. From the start he has concentrated on the object. Objects, however, in Bellan’s work are not fixed and static, like an impenetrable fortress. Rather, they are attacked, offended and deformed. However this is not from an external aggression such as the historical example of those of the Nouveau Réalisme artists. Bellan operates from within on a genetic level; he is a constructor carrying out a faulty project, undermined by one or more errors.

The resulting object appears intact and clean, and this only heightens the shocking effect of its intrinsically deviant nature once it is perceived.

Bellan manages to mould the object to his liking, making it as docile as the softest of clays. His work is not a ready made, nor is it a form of “assisted ready made” where the object is tampered with, but only slightly, not requiring any particular manual skill. I prefer to call Bellan’s works “turbo charged ready mades” since they share the aseptic look of ready mades, but in fact they are not ready mades at all. Not least because the skilful hand of the mechanic is needed in order to create them, the same skill as that of youngsters tuning-up scooters and vehicles, perhaps modifying the bodywork or repainting them which fantastic chromed badges.

Bellan displays an attitude of supremacy towards the object. He shows little respect towards things. Once things used to command us, making us their devoted followers, carefully preserving them clean and shiny as if they were still brand new. The practice of keeping the objects we worship polished- hi-fi’s, scooters, cars- is more often associated with the past, or older people. On the other hand there is a developing trend for making things unique and personal, to the point of adulterating, abusing and roughing them up. It is the revenge of the subject which affirms itself and its picturesque uniqueness. As such that which we buy becomes the raw material upon which to make your own mark.

If we consider Street art- which Bellan has very little direct connection with- not so much as an artistic movement but as a spontaneous youthful expression, we can see that it is based on this attitude and spreads out on all levels, from t-shirts to skateboards to those maxi-things which are the city. Manufacturing industries have been aware of all this for some time, these are industries which tend to take advantage of the trends, seeking to place products on the market which serve as a base for subjectivisation. An example of this is that it is ever more unlikely to come across two identical models of car, designed specifically for the new generations. These are cars which, not by chance, have had enormous success.

Amongst Bellan’s early work, Monociclo (unicycle) already shows his fully formed way of working. The object named in the title shows itself off, in its integrity. However it doesn't take much to realise that it is an absurdity. The inertia of its appearance cannot hide the energy of the paradox. Bellan has modified the height to make the device un-usable, or rather a devilish machine for falling off, for throwing to the floor anyone who tries to ride it. In this way the object looses its obtuse nature and becomes emotional, radiant with subjective thought. The modified device is a painfully sarcastic “portrait of the artist as a young man”, or rather of one who is forced to perform thousands of balancing acts simply to emerge from a “mission impossible”.

In an early work, such as Monociclo, Bellan quite rightly started from himself and his personal experience. But even then there was a hint of the possibility to widen the discourse, opening it up to a collective vista. Indeed the work could also be read in more general terms as a portrait of youth in general, a group, as is well known, which is one of the weakest and most mistreated social categories

This social tension is the focus of the new works which make up the project Import/Export, and it is shown in a much more powerful way. White boat is an inflatable dinghy which floats in the air. Or rather it tries not to crash down into a tragic everyday world. An everyday world which is unfortunately becoming of evermore burning relevance. Evidently White boat is about the dream of landing, but the dinghy, perhaps unknowingly, is dragging the seat from a playground ride beneath it, specifically from a playground ride commonly known as “kick in the ass”. A kick in the ass, a very common expression, and not in reference to a playground ride.

In 50 hz Bellan has assembled a series of tubes to create an installation which looks like an abstract sculpture. It is very intense and highly sculptural in the most noble sense, a delicate game of balance holds the tubes in equilibrium. The form is the result of the necessities of balance, nothing else. But Bellan’s talent in manipulating the object should not distract us from the object itself and its connotations. The tubes are those used to direct air in normal air conditioning units. Bellan has pulled them out of the wall to reveal the pulmonary organ which passes through out houses. Not being designed to be self supporting, it tends to roll up into itself. At the same time it looses all functionality, ending up breathing its own breath in a vicious and asphyxial re-cycling, despite the flow of air giving the deceiving impression of healthiness. Bellan combines the obsession with a fresh and clean domestic environment with that for security. The installation also contains a motion detector, such as those found in alarm systems. What happens when the “internal” closes in on itself, driving out the “external”? How long can a system last without entrances or exits?


Also Antonio Guiotto, with just as much sarcasm, began alluding to the balancing act of youth and in particular to that of the young artist. This is a series of works, all titled Tentativi, (attempts) which concentrate on the object, although Guiotto operates with a varied repertoire of techniques, practically all those in the field of conceptual work: as well as the object, he uses photography, video, performance and the written world. One of the most exemplary of these early works is made up of a paper plane tied with a thread to a running electric fan. The plane is forced to fly around madly because the flow of air is directed at it. It is the torment it must suffer in order to “take off”, but it is also the acknowledgement of the illusion of that awkward flight: in the end it is only made possible thanks to the tie- the thread- which chains it to a senseless, tormented static state.

We might say that in the new series The Contemporary Art Cover Show Guiotto concentrates on the varied nature of the “tie”, laying out a series of very interesting ascertains. It seems to me that the almost un-ending striptease in his video (the title is just as interminable: L’uomo che capì di non essere grasso il 5 maggio 1994, e che per festeggiare fece uno spogliarello, e una volta finito, sentendosi nudo, raccogliendo i suoi stracci, pensò di essere una Venere-the man who realised he wasn’t fat on the 5th May 1994, and who celebrated by doing a striptease, and once he finished, feeling that he was naked, picking up his rags, thought he was a Venus) is presented as if it was a “witticism”, an entertaining quip, but anyone making a quick judgement may have severe reservation: it’s all very funny, but what makes Guiotto’s video any different from the millions of equally entertaining clips which are to be found on the internet? This is a crucial tie, from which it is extremely difficult to be free, that of the artist video in the face of the torrential deluge of videos by those who are not artists. Is there a way to break free, and how? Or is the paper plane condemned to dance around uselessly tied to the string?

Until recently there was at least one simple and sure way to break free: in order to be different from the output of the media, one only needed to be the opposite of what that was, that is to say the opposite of spectacular, polished, high definition and so on. This left free reign for exercising the most subtle and intimate creativity, perhaps using grainy or shaky images, but clearly different in nature to the all pervasive ones. The problem now, we might say, is that the artist must be careful not to be overtaken on the inside, but also on the outside. Nowadays mass media also includes- in considerable numbers- the do-it-yourself productions which were the refuge of the artist. This is the so-called Pro-Am (Professionals-Amateurs) Revolution described by the British writer Charles Leadbeater. Can an artist really do better than both Hollywood and YouTube? Is there not perhaps a risk of being crushed?

It would frankly be difficult to find an excellence in Guiotto’s video which lifts it above the terrible non-artistic competition, except for the fact that he very sharply includes a series of hidden references, of buried quotes which can only be recognised by someone inside the world of contemporary art. Essentially the video offers a first layer of reading similar to YouTube, entertaining, but nothing exceptional, but then, with a function of resolution, there is a second reading which is cultured and sophisticated, intended only for those who are “specialists in the sector”, those who visit art galleries and thus have the tools to comprehend the playing of “covers” of artworks. This functions as an explicit request, as if the video itself was declaring “I belong in a gallery”. Thus, in the way of Duchamp, there is no longer any doubt that this is an artwork. This time the tie is cut.

However, at this point, overturning the point of view, we might consider another tie, that which obliges the perpetuation of the artistic past, indeed of covers. This is the other dilemma which Guiotto shakes up: can the artist of today avoid being crushed by too many predecessors? More trouble then, but this time it is the predecessors themselves who teach us how to address it. We need only think of all of postmodernism: the crisis of the new was answered by immersing oneself in a re-visitation of that which had already been done, just so long as you include some clever element of disruption. From this perspective the Pro-Am aesthetic functions precisely as an element of disruption: Guiotto uses the intuition of the great masters of contemporary art as if they were things he had found on YouTube.

Guido Bartorelli
 
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