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Bari - dal 19 febbraio al 15 marzo 2010
Fabio Santacroce - This is it


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GALLERIA BLUORG
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Via Marcello Celentano 92 (70121)
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Santacroce lavora nel solco di una tradizione che guarda alla realtà appropriandosene, dove le cose cambiano contesto per divenire permeabili, per incontrare un’erranza di senso, nuovi codici identificativi fino a formare un complesso e ipertrofico insieme.
orario: Orari 10.00 - 13.30 / 17.00 - 20.30
(possono variare, verificare sempre via telefono)
prenota il tuo albergo a Bari:
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biglietti: ingresso libero
vernissage: 19 febbraio 2010. ore 19.30
catalogo: in galleria. StampaSud, Grafica Fabio Santacroce
curatori: Marilena Di Tursi
autori: Fabio Santacroce
patrocini: “Puglia Circuito del Contemporaneo”, A.P.Q. “Sensi Contemporanei”, Ministero dello Sviluppo Economico, Ministero per i Beni Culturali, Regione Puglia,Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici della Puglia
genere: arte contemporanea, personale

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comunicato stampa
this is it
Fabio Santacroce


S’inaugura venerdì 19 febbraio alle ore 19.30 presso l’Associazione Culturale BLUorG di Bari, “This is it” mostra personale del giovane artista barese Fabio Santacroce, a cura di Marilena Di Tursi.
L’evento è il quarto appuntamento >> Progetti - BARI INCONTEMPORANEA << promossi dall’Associazione BLUorG, con la direzione artistica di Giuseppe Bellini, e realizzati grazie al Programma Operativo “Puglia Circuito del Contemporaneo”, in rapporto al Programma Quadro A.P.Q. “Sensi Contemporanei”, Accordo tra il Ministero dello Sviluppo Economico, il Ministero per i Beni Culturali, la Regione Puglia, la Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici della Puglia, la Provincia di Lecce, e i Comuni di Barletta e Polignano a Mare; per la diffusione dell’Arte Contemporanea e la valorizzazione di contesti architettonici e urbanistici delle regioni del sud d’Italia.
L’artista, per siglare la sua ultima produzione, prende in prestito il titolo con il quale Michel Jackson si accingeva a lanciare il suo nuovo tour, un parallelo che come indica la curatrice, trova in questo slogan “ ... la parola chiave o d’ordine per accedere ad una condizione di fragile onnipotenza, uno status quo esistenziale. Un regno del caos, controllato da un’empatia verso gli oggetti e i materiali che l’artista barese mette in scena nei suoi convulsi assemblaggi di tecnologia e di materia organica, uniti in inseparabili connubi, e in una sorta di tormentati ipertesti. Si tratta in genere di sostanze (acqua, terra, zucchero, crema, frutta) strutturalmente deperibili, sorta di ‘memento mori’ per richiamare la dimensione vitale e fatalmente anche la sua inscindibile caducità e per riproporre binomi inossidabile dell’esperienza artistica quali vita/morte, natura/artificio, spirito/materia, caos/equilibrio”.
La mostra This is it, resterà aperta al pubblico sino al 15 marzo 2010


this is it
Fabio Santacroce

Curatrice Marilena Di Tursi

Direzione artistica Giuseppe Bellini



Catalogo in mostra





Si ringrazia:

FABRICA FLUXUS - Via Celentano, 39 - Bari
BAUHAUS 179 - Via Putignani, 179 - Bari
OTTICA PORCELLI - Via Celentano, 57 - Bari
LA FARMACIA DEI SANI - Via Roberto da Bari, 104 - Bari
IL GERMOGLIO (prodotti biologici) - Via Putignani, 204 - Bari



Associazione Culturale Galleria BLUorG

aperta al pubblico dal lunedě al sabato.

Orari 10.00 - 13.30 / 17.00 - 20.30

Domenica su appuntamento

Chiusura straordinaria sabato 27 febbraio 2010

‘This is it’, titolo con il quale Michel Jackson si apprestava a lanciare il suo nuovo tour, ora quasi il suono di un congedo a conclusione di una vita vissuta oltre le righe, uno slogan sbrigativo per presentare il saldo ai posteri, è preso temporaneamente a prestito da Fabio Santacroce per siglare la sua ultima produzione. Il ‘Questo è tutto’ del re del pop, sintesi ironica e impossibile, per Santacroce, invece, è la ‘key word’, la parola chiave o d’ordine per accedere ad una condizione di fragile onnipotenza, uno status quo esistenziale. Un regno del caos, controllato da un’empatia verso gli oggetti e i materiali che l’artista barese mette in scena nei suoi convulsi assemblaggi di tecnologia e di materia organica, uniti in inseparabili connubi, e in una sorta di tormentati ipertesti. Si tratta in genere di sostanze (acqua, terra, zucchero, crema, frutta) strutturalmente deperibili, sorta di ‘memento mori’ per richiamare la dimensione vitale e fatalmente anche la sua inscindibile caducità e per riproporre binomi inossidabile dell’esperienza artistica quali vita/morte, natura/artificio, spirito/materia, caos/equilibrio.
Santacroce lavora nel solco di una tradizione che guarda alla realtà appropriandosene, dove le cose cambiano contesto per divenire permeabili, per incontrare un’erranza di senso, nuovi codici identificativi fino a formare un complesso e ipertrofico insieme. Del resto, il riferimento ad un empireo di maestri per l’artista non è nemmeno sottaciuto, anzi è palesemente dichiarato.
Troneggia Marcel Duchamp, cui dedica un deferente omaggio partendo dalla famosa tonsura di capelli a forma di stella con cui il padre del dadaismo si fece immortalare dall’amico Man Ray. Di quello che fu da considerarsi un episodio di proto body-art, rimane in Santacroce una memoria eloquente, una stella, ‘Raccolta’, non più vuota radura del cuoio capelluto, come nell’illustre modello, ma folta adunanza di capelli, ormai sdoganata dal corpo e isolata al centro della galleria in una declinazione installativa.
Dell’americano Sam Durant, altro suo ispiratore, c’è un’opera, richiamata opportunamente da una fotografia, appiccicata con ricercata sciatteria sul muro con tanto di adesivo, quasi fosse un post-it, e combinata con frammenti di cartone alla stregua di un rabberciato collage le cui tessere sono contornate da potenti striature di fucsia, di tonalità evidenziatore. Sul pavimento una web cam, potenziale incubatrice di immagini, da associare all’irriverente combinazione di elementi, funge da coscienza vigile, da strumento che garantisce una referenzialità, sebbene del tutto casuale, ad un contesto intenzionalmente sconnesso. E poi una striscia di terra, una specie di richiamo archetipo che, come tutti i materiali organici presenti nelle sue opere, è un immancabile elemento di bilanciamento degli inserti tecnologici. Vedi il caso del lettore mp3, adagiato su uno strato di zucchero (come una sorta di “hidden track” nel retro dell’opera), neutralizzato da un rassicurante bicchiere di latte, che spunta da un totem di ispirazione poverista con un mucchietto di fragili legni, eretto come un laconico ciuffo nello spazio, un indicatore di coordinate spaziali. E a cosa, se non allo spazio, razionale e antropocentrico, rimanda il libro sulla pittura rinascimentale gettato con nonchalance davanti all’installazione?
Isa Genzken, tedesca, è sua mentore in ‘Unmonumental’, ulteriore delirante combinazione dadaista di cemento, occhiali, bandiere e fiori, spruzzati di grigio metalizzato, metafora di un sentire politico esacerbato, e quanto serve a rendere un dionisiaco disordine e a rincorrere dinamiche concettuali o ancora a perdersi in un grottesco bricolage. Rovesciamenti di senso, abitudini percettive da rimuovere, sono alcuni dei criteri utilizzati dall’onnivoro Santacroce per cercare un rapporto con un mondo che sfugge e al quale si aggrappa recuperando scarti, posizionandosi da un punto di vista laterale. E, se le grandi narrazioni non orientano più il pensiero, non scaldano più i cuori, all’artista non resta che ricorrere ad un’‘artigianalità’ spesa nel recupero di frammenti, di tracce, di esperienze personali, di un modo di essere che dal postmoderno in poi è fatalmente ‘debole’.
Malgrado per Santacroce l’arte sia un ingresso nel disordine nel tentativo paradossale di ripristinare nuovi equilibri, risultano più apollinei gli altri due lavori, perlomeno regolati da una logica meno affabulatoria :‘Totem’, accostamento tra un volante, l’acqua, la carta per elettrocardiografo, comprensiva di rilevazione cardiaca, e un ennesimo ‘Senza titolo’, niente di più di un precario e desolato muretto bianco con straccio da terra più reperto tecnologico. In aggiunta anche il testo di Kundera ”L’insostenibile leggerezza dell’essere”(quasi fosse un sottotitolo dell’opera), viatico degli anni Ottanta e una barretta di cioccolata a mo’ di risarcimento affettivo. In questi ultimi due casi è in atto una necessaria rarefazione di residui, di avanzi, di eccedenze che conducono verso la candida montagna di crema idratante. Profumata icona di una fragile bellezza torreggia in elegante isolamento, modellata come un iceberg, a dispetto del suo irresistibile appeal, resa inespugnabile da un cordone protettivo di schegge di vetro. Sculture/installazioni volutamente precarie nella fattura, approdi intimi ma pregnanti sul fronte emotivo e su quello culturale, gettate, in senso esistenziale, nel mondo per fronteggiarne la pericolosa deriva bulimica nei confronti delle merci e dell’iper esposizione mediatica dei soggetti.

Marilena Di Tursi


 
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