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Speciale Moving Time: il fotografo racconta la fotografia
L’artista e il pubblico creano l’opera d’arte. Il fotografo ufficiale del Fano Jazz festival, vincitore del PREMIO INTERNAZIONALE GIOTTO 2009 a Padova, racconterà ai visitatori della mostra sé stesso e la sua arte.
Comunicato stampa
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Sabato 27 febbraio GIOVANNI MARINELLI incontrerà il pubblico e gli amici presso lo SPAZIOTINDACI.
Dalle ore 15.40 alle ore 19.30 l’artista accompagnerà i visitatori illustrando le varie sezioni dell’esposizione e risponderà a domande e curiosità.
Seguirà una piccola degustazione di vini marchigiani.
Tutte le fotografie di Marinelli sono in bianco e nero, stampate su carta ai sali d’argento e montate su pannelli “leger”, rigorosamente eseguite con la tradizionale macchina reflex. L’esposizione si compone di quattro sezioni: jazz, concettuale, in viaggio e il cammino del fuoco, che corrispondono ad altrettante tematiche approfondite dall’artista.
In JAZZ l’artista, fotografo ufficiale del Fano Jazz Festival, si lascia andare all’emozione che da sempre gli procura l’ascolto della sua musica preferita: il jazz, appunto. Marinelli con sapiente tempismo riesce a catturare e trasmettere l’armonia ed il magico legame tra il musicista ed il suo strumento, guardando le fotografie, se si presta particolare attenzione, si può quasi sentire lo swing.
CONCETTUALE riflette l’intento dell’artista, volto alla creazione di relazioni ed associazioni tra gli elementi di ogni scatto fotografico. Oltre che figurate e metaforiche, le relazioni che si instaurano tra i vari elementi della fotografia diventano anche formali perché Marinelli usa la luce e l’ombra per creare trame e textures affascinanti ed evocative, nelle quali il soggetto perde la sua identità e lo spettatore è consapevolmente condotto in un creativo equivoco tra ciò che appare e ciò che è, e dove ciò che è che può anche non essere svelato.
Nella sezione IN VIAGGIO il fotografo ci racconta una storia che è fatta di movimento, velocità, paesaggi, attese. Lo spettatore si identifica completamente nel ruolo del viaggiatore e si lascia trasportare lentamente dal treno di Marinelli nelle diverse stazioni italiane, fino a comprendere che la destinazione può anche non essere determinante.
IL CAMMINO DEL FUOCO rappresenta concretamente il viaggio compiuto dal metallo dalla sua forma solida alla sua forma liquida, con tutte le fasi di lavorazione connesse, all’interno di una fonderia. L’occhio dell’artista ha operato in simbiosi con le emozioni e le impressioni che quella visione ha suscitato e ne è nato un percorso, un sorta di cammino compiuto dal fuoco, che ,come luce, come bianco assoluto, ci guida metaforicamente attraverso quel tortuoso viaggio che è la vita.
Il titolo della mostra fotografica di Giovanni Marinelli, MOVING TIME, si riferisce ai concetti di movimento e di tempo, insiti in maniera inscindibile nella sua opera. Nella sezioni JAZZ e IN VIAGGIO, il movimento, colto in un determinato momento, è anche fisico, mentre in CONCETTUALE e in IL CAMMINO DEL FUOCO ci si riferisce piuttosto ad un invito, ad una esortazione a mettere in moto il pensiero, la fantasia, il cuore e lasciar entrare tutte le suggestioni che le fotografie di Marinelli ci donano.
PROGETTI
di Vittorio Sgarbi
<…>Giovanni Marinelli è la dimostrazione vivente di quanto la fotografia sia stata e sia tutt’ora un mezzo di portata rivoluzionaria. In che senso? La fotografia, strumento capace di comunicare per immagini e di farci esprimere senza bisogno di imparare il difficile mestiere tradizionale con cui una volta si faceva altrettanto (la pittura, la scultura), ha aperto il campo dell’espressione a un numero infinito di persone, come mai c’erano state prima della sua invenzione. Marinelli conferma la regola: non è un fotografo di professione, è un affermato industriale del vetro, se non fosse esistita la fotografia, forse non avrebbe trovato modo e tempo per dedicarsi all’espressione. Anche uno dei maggiori fotografi del Novecento, Lartigue, è stato un fotografo amatoriale (“dilettante”, si diceva una volta) per la maggior parte della sua esistenza. Per Lartigue, come per Marinelli, la fotografia era qualcosa di più di una semplice passione o di un divertissement artistico: era un’appendice della vita, un modo con il quale capire il mondo e se stessi in rapporto con esso. Eppure nessuno si sognerebbe di non considerare Lartigue non solo un fotografo, ma un maestro assoluto della fotografia, molto più importante della maggior parte dei professionisti. Difficile, molto più difficile che altrettanto possa capitare con un pittore o uno scultore “dilettante”.
Perché questo è possibile? Perché la fotografia è il mezzo che ha tradotto nel modo più diretto il rapporto che esiste fra il nostro occhio e le immagini: anche nel mestiere più sofisticato, bastano poche operazioni tecniche, invece di quelle lunghe e difficili della pittura o della scultura. In teoria, tutti possiamo considerarci fotografi potenziali, non importa se più o meno capaci: tutti, davanti a una fotografia, avvertiamo la sensazione, “democratica” e pienamente in linea con i valori collettivi della società di massa, di appartenere alla stessa razza di chi l’ha realizzata, diversamente da quanto capita davanti a una pittura o una scultura di pregio. Si potrebbe credere che questo piano comune che si stabilisce fra chi realizza e chi guarda le fotografie finisca per ridurre l’“aura” del mezzo, diminuendo il rispetto “tecnico” che di solito il secondo rivolge al primo; non a caso molta arte contemporanea non viene apprezzata perché coloro che la guardano sono convinti di essere in grado anche loro di potere fare dei buchi su una tela o di costruire un igloo di pietre sovrapposte. E invece ci si accorge che questa familiarità è solo apparente e potenziale, perché quando ci si addentra un po’ nel dettaglio, ci si rende conto che la capacità di vedere o di realizzare immagini come ci mostrano altri è molto più illusoria di quanto non crediamo. Ci accorgiamo, cioè, che anche noi potremmo essere nello stesso luogo e nella situazione in cui si è trovato Marinelli, che anche noi avremmo potuto riprendere quel suonatore jazz, ma che quell’hic et nunc espresso dalle sue fotografie, e con esse la visione più generale da cui dipendono, il modo di concepire e di sentire il mondo circostante, la vita, l’emozione, la bellezza, la forma, è un elemento irripetibile in quelle manifestazioni, anche perché non avrebbe senso ripeterlo. Tutti siamo in grado di fare la stessa cosa, almeno in teoria, ma nella pratica tutti facciamo una cosa diversa. Perché tutti abbiamo occhi diversi, anime e cervelli diversi. Ecco, quindi, che la fotografia rispetta ugualmente la “democraticità” (tutti possiamo fare la stessa cosa) e l’individualità (tutti la facciamo in modo non uguale): non è un mezzo rivoluzionario anche dal punto di vista sociale, rispetto all’insopportabile aristocraticità dell’arte tradizionale (solo gli artisti possono lavorare)?
Fatta la premessa concettuale con cui ci mettiamo davanti al fotografo, vediamo ora di considerare più da vicino l’individualità fotografica di Marinelli. Sono indubbiamente vari i registri espressivi affrontati da Marinelli, ma direi che fra di essi è possibile individuare alcune tematiche più evidenti di altre. <...> Di particolare rilievo in Marinelli è la ricerca di una dimensione visiva che si dia come valore sinestetico. Marinelli, cioè, non afferma il primato assoluto della visualità, come se non avesse bisogno di altro di diverso da se stessa, ma aspira a conferire un aspetto visivo a sensazioni che di per sé non sarebbero visive: gli odori, il fresco, i rumori di un bosco, per esempio, oppure la musica di un suonatore di jazz, nella quale l’effetto fotografico del “mosso”, come aveva insegnato Bragaglia, finisce per diventare un correlativo diretto della vibrazione del suono. Direi che anche la rinuncia al colore svolga una funzione in questo senso, limita la visualità delle sue fotografie per favorire meglio l’interpretazione sinestetica. Lo scopo di questa operazione è l’individuazione dell’emozione nella sua totalità e complessità, nella sua capacità di coinvolgimento che nello stesso tempo è viscerale e mentale. L’emozione conduce al sentimento come strumento di conoscenza, come parametro con cui l’uomo si confronta con l’universo. Marinelli crede fortemente nel sentimento, in quello della natura, in quello dell’arte e del bello, in quello della vita. Vedere le sue fotografie significa intraprendere un percorso intellettuale rivolto alla sua riscoperta, in un mondo come l’attuale che crede di poter fare a meno di esso. Lasciamo che Marinelli sia il nostro Virgilio, bucolico e georgico non meno di lui: non ci pentiremo di seguirlo.
Dalle ore 15.40 alle ore 19.30 l’artista accompagnerà i visitatori illustrando le varie sezioni dell’esposizione e risponderà a domande e curiosità.
Seguirà una piccola degustazione di vini marchigiani.
Tutte le fotografie di Marinelli sono in bianco e nero, stampate su carta ai sali d’argento e montate su pannelli “leger”, rigorosamente eseguite con la tradizionale macchina reflex. L’esposizione si compone di quattro sezioni: jazz, concettuale, in viaggio e il cammino del fuoco, che corrispondono ad altrettante tematiche approfondite dall’artista.
In JAZZ l’artista, fotografo ufficiale del Fano Jazz Festival, si lascia andare all’emozione che da sempre gli procura l’ascolto della sua musica preferita: il jazz, appunto. Marinelli con sapiente tempismo riesce a catturare e trasmettere l’armonia ed il magico legame tra il musicista ed il suo strumento, guardando le fotografie, se si presta particolare attenzione, si può quasi sentire lo swing.
CONCETTUALE riflette l’intento dell’artista, volto alla creazione di relazioni ed associazioni tra gli elementi di ogni scatto fotografico. Oltre che figurate e metaforiche, le relazioni che si instaurano tra i vari elementi della fotografia diventano anche formali perché Marinelli usa la luce e l’ombra per creare trame e textures affascinanti ed evocative, nelle quali il soggetto perde la sua identità e lo spettatore è consapevolmente condotto in un creativo equivoco tra ciò che appare e ciò che è, e dove ciò che è che può anche non essere svelato.
Nella sezione IN VIAGGIO il fotografo ci racconta una storia che è fatta di movimento, velocità, paesaggi, attese. Lo spettatore si identifica completamente nel ruolo del viaggiatore e si lascia trasportare lentamente dal treno di Marinelli nelle diverse stazioni italiane, fino a comprendere che la destinazione può anche non essere determinante.
IL CAMMINO DEL FUOCO rappresenta concretamente il viaggio compiuto dal metallo dalla sua forma solida alla sua forma liquida, con tutte le fasi di lavorazione connesse, all’interno di una fonderia. L’occhio dell’artista ha operato in simbiosi con le emozioni e le impressioni che quella visione ha suscitato e ne è nato un percorso, un sorta di cammino compiuto dal fuoco, che ,come luce, come bianco assoluto, ci guida metaforicamente attraverso quel tortuoso viaggio che è la vita.
Il titolo della mostra fotografica di Giovanni Marinelli, MOVING TIME, si riferisce ai concetti di movimento e di tempo, insiti in maniera inscindibile nella sua opera. Nella sezioni JAZZ e IN VIAGGIO, il movimento, colto in un determinato momento, è anche fisico, mentre in CONCETTUALE e in IL CAMMINO DEL FUOCO ci si riferisce piuttosto ad un invito, ad una esortazione a mettere in moto il pensiero, la fantasia, il cuore e lasciar entrare tutte le suggestioni che le fotografie di Marinelli ci donano.
PROGETTI
di Vittorio Sgarbi
<…>Giovanni Marinelli è la dimostrazione vivente di quanto la fotografia sia stata e sia tutt’ora un mezzo di portata rivoluzionaria. In che senso? La fotografia, strumento capace di comunicare per immagini e di farci esprimere senza bisogno di imparare il difficile mestiere tradizionale con cui una volta si faceva altrettanto (la pittura, la scultura), ha aperto il campo dell’espressione a un numero infinito di persone, come mai c’erano state prima della sua invenzione. Marinelli conferma la regola: non è un fotografo di professione, è un affermato industriale del vetro, se non fosse esistita la fotografia, forse non avrebbe trovato modo e tempo per dedicarsi all’espressione. Anche uno dei maggiori fotografi del Novecento, Lartigue, è stato un fotografo amatoriale (“dilettante”, si diceva una volta) per la maggior parte della sua esistenza. Per Lartigue, come per Marinelli, la fotografia era qualcosa di più di una semplice passione o di un divertissement artistico: era un’appendice della vita, un modo con il quale capire il mondo e se stessi in rapporto con esso. Eppure nessuno si sognerebbe di non considerare Lartigue non solo un fotografo, ma un maestro assoluto della fotografia, molto più importante della maggior parte dei professionisti. Difficile, molto più difficile che altrettanto possa capitare con un pittore o uno scultore “dilettante”.
Perché questo è possibile? Perché la fotografia è il mezzo che ha tradotto nel modo più diretto il rapporto che esiste fra il nostro occhio e le immagini: anche nel mestiere più sofisticato, bastano poche operazioni tecniche, invece di quelle lunghe e difficili della pittura o della scultura. In teoria, tutti possiamo considerarci fotografi potenziali, non importa se più o meno capaci: tutti, davanti a una fotografia, avvertiamo la sensazione, “democratica” e pienamente in linea con i valori collettivi della società di massa, di appartenere alla stessa razza di chi l’ha realizzata, diversamente da quanto capita davanti a una pittura o una scultura di pregio. Si potrebbe credere che questo piano comune che si stabilisce fra chi realizza e chi guarda le fotografie finisca per ridurre l’“aura” del mezzo, diminuendo il rispetto “tecnico” che di solito il secondo rivolge al primo; non a caso molta arte contemporanea non viene apprezzata perché coloro che la guardano sono convinti di essere in grado anche loro di potere fare dei buchi su una tela o di costruire un igloo di pietre sovrapposte. E invece ci si accorge che questa familiarità è solo apparente e potenziale, perché quando ci si addentra un po’ nel dettaglio, ci si rende conto che la capacità di vedere o di realizzare immagini come ci mostrano altri è molto più illusoria di quanto non crediamo. Ci accorgiamo, cioè, che anche noi potremmo essere nello stesso luogo e nella situazione in cui si è trovato Marinelli, che anche noi avremmo potuto riprendere quel suonatore jazz, ma che quell’hic et nunc espresso dalle sue fotografie, e con esse la visione più generale da cui dipendono, il modo di concepire e di sentire il mondo circostante, la vita, l’emozione, la bellezza, la forma, è un elemento irripetibile in quelle manifestazioni, anche perché non avrebbe senso ripeterlo. Tutti siamo in grado di fare la stessa cosa, almeno in teoria, ma nella pratica tutti facciamo una cosa diversa. Perché tutti abbiamo occhi diversi, anime e cervelli diversi. Ecco, quindi, che la fotografia rispetta ugualmente la “democraticità” (tutti possiamo fare la stessa cosa) e l’individualità (tutti la facciamo in modo non uguale): non è un mezzo rivoluzionario anche dal punto di vista sociale, rispetto all’insopportabile aristocraticità dell’arte tradizionale (solo gli artisti possono lavorare)?
Fatta la premessa concettuale con cui ci mettiamo davanti al fotografo, vediamo ora di considerare più da vicino l’individualità fotografica di Marinelli. Sono indubbiamente vari i registri espressivi affrontati da Marinelli, ma direi che fra di essi è possibile individuare alcune tematiche più evidenti di altre. <...> Di particolare rilievo in Marinelli è la ricerca di una dimensione visiva che si dia come valore sinestetico. Marinelli, cioè, non afferma il primato assoluto della visualità, come se non avesse bisogno di altro di diverso da se stessa, ma aspira a conferire un aspetto visivo a sensazioni che di per sé non sarebbero visive: gli odori, il fresco, i rumori di un bosco, per esempio, oppure la musica di un suonatore di jazz, nella quale l’effetto fotografico del “mosso”, come aveva insegnato Bragaglia, finisce per diventare un correlativo diretto della vibrazione del suono. Direi che anche la rinuncia al colore svolga una funzione in questo senso, limita la visualità delle sue fotografie per favorire meglio l’interpretazione sinestetica. Lo scopo di questa operazione è l’individuazione dell’emozione nella sua totalità e complessità, nella sua capacità di coinvolgimento che nello stesso tempo è viscerale e mentale. L’emozione conduce al sentimento come strumento di conoscenza, come parametro con cui l’uomo si confronta con l’universo. Marinelli crede fortemente nel sentimento, in quello della natura, in quello dell’arte e del bello, in quello della vita. Vedere le sue fotografie significa intraprendere un percorso intellettuale rivolto alla sua riscoperta, in un mondo come l’attuale che crede di poter fare a meno di esso. Lasciamo che Marinelli sia il nostro Virgilio, bucolico e georgico non meno di lui: non ci pentiremo di seguirlo.
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febbraio 2010
Speciale Moving Time: il fotografo racconta la fotografia
27 febbraio 2010
design
fotografia
arte contemporanea
performance - happening
presentazione
incontro - conferenza
serata - evento
fotografia
arte contemporanea
performance - happening
presentazione
incontro - conferenza
serata - evento
Location
SPAZIO TINDACI
Padova, Via Dante, 17, (Padova)
Padova, Via Dante, 17, (Padova)
Vernissage
27 Febbraio 2010, 15.40 - 19.30
Autore




