02 gennaio 2026

L’arte fa bene alla salute: lo dimostra un nuovo studio, partendo dall’epidemiologia

di

Partendo da un amplissimo set di dati raccolti per fini epidemiologici, un recente studio pubblicato dalla ricercatrice Daisy Fancourt dimostra che l’arte produce effetti benefici misurabili sulla salute

L’ennesimo studio dimostra che l’arte fa bene alla salute: repetita juvant, però, soprattutto quando a parlare è una ricerca scientifica rigorosa. Negli ultimi anni, infatti, il rapporto tra pratiche artistiche e benessere fisico e mentale ha smesso di rappresentare una suggestione intuitiva per diventare un campo di indagine strutturato, con dati solidi e comparabili, ricavati sul campo. L’autrice di questa ultima ricerca è Daisy Fancourt, professoressa di psicobiologia ed epidemiologia allo University College London. Il suo lavoro sugli effetti dell’arte sulla salute parte da una domanda: come dimostrare che i benefici attribuiti all’arte non siano il risultato di statistiche parziali o di correlazioni fuorvianti?

La risposta sta nel metodo. Fancourt ha individuato un patrimonio di dati già esistente ma poco esplorato: i grandi studi condotti nel Regno Unito per fini epidemiologici, basati su decine di migliaia di persone seguite per anni, talvolta per decenni. Questi studi raccolgono informazioni dettagliate su salute fisica e mentale, condizioni economiche, istruzione, stili di vita e relazioni sociali. In sette dei principali comparivano anche domande sull’impegno culturale: visitare musei, suonare uno strumento, leggere poesia, dipingere, danzare, partecipare a spettacoli teatrali.

Uno dei primi risultati di rilievo arriva dall’English Longitudinal Study of Ageing, avviato nel 2002 e tuttora in corso. Analizzando i dati di oltre 12mila persone nate prima del 1952, Fancourt ha isolato un gruppo di individui senza precedenti di depressione e ne ha osservato l’evoluzione nel tempo. Il risultato, pubblicato nel 2019, è netto: chi partecipava regolarmente ad attività culturali sviluppava forme depressive a un tasso significativamente inferiore rispetto a chi non lo faceva. Anche tenendo conto di fattori come reddito, stato di salute iniziale o livello di socialità, la differenza restava marcata: nel giro di dieci anni, la depressione colpiva il 35% del gruppo culturalmente inattivo, contro il 23% di quello attivo.

Da allora, le analisi si sono moltiplicate, estendendosi a milioni di persone e a contesti geografici molto diversi, dalla Finlandia alla Cina. Le conclusioni convergono: l’arte non incide solo sulla salute mentale ma ha effetti misurabili anche su quella fisica. Può contribuire ad abbassare la pressione sanguigna, ridurre i livelli di stress, attenuare i sintomi del disturbo post-traumatico, diminuire il ricorso ad anestesie invasive e persino riattivare funzioni cognitive compromesse nei casi di demenza.

Allora, cosa accade nel corpo quando ci si confronta con un’esperienza artistica? Le neuroscienze e la medicina hanno iniziato a fornire risposte sempre più precise. Studi basati su risonanze magnetiche, PET scan e analisi ormonali mostrano una riduzione dei livelli di cortisolo – l’ormone dello stress – e un aumento della dopamina, con effetti positivi su memoria e apprendimento. In un esperimento recente condotto dal King’s College London, alcuni parametri fisiologici di un gruppo di volontari risultavano più favorevoli quando osservavano opere originali in un museo rispetto a riproduzioni viste in contesti neutri. Un dato che, pur confermando scientificamente qualcosa di intuitivo, rafforza l’idea che l’esperienza estetica sia inseparabile dal contesto e dalla qualità dell’attenzione.

Il punto, sottolinea Fancourt nel suo libro Art Cure: The Science of How the Arts Transform Our Health, di imminente pubblicazione, non è un consumo superficiale dell’arte ma il coinvolgimento reale. Ascoltare musica con attenzione, partecipare a una performance attivamente, disegnare, sostare davanti a un’opera senza mediazioni tecnologiche. L’arte funziona quando si introietta come esperienza.

Eppure, mentre le evidenze scientifiche si accumulano, i finanziamenti pubblici alla cultura continuano a diminuire in molti Paesi. Eppure, se l’arte contribuisce in modo significativo alla prevenzione e al benessere, il suo ruolo non è solo culturale ma anche economico, in termini di risparmio sui sistemi sanitari, un tema che dovrebbe essere caro anche e soprattutto al pensiero liberal. Forse la questione non riguarda più se investire o meno nella cultura ma perché continuiamo a considerarla un lusso e non una componente strutturale del benessere collettivo.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui