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Affrettati Lentamente – Conversation Piece Part XI
Ispirandosi alla locuzione “festìna lente”, Marcello Smarrelli ha posto agli artisti invitati per questa edizione alcuni quesiti di interesse universale: esiste un tempo interno alle opere d’arte? Come si percepisce, come si misura e quale valore assume, reale o simbolico, nel processo creativo?
Comunicato stampa
Segnala l'evento
Dal 15 gennaio al 12 aprile 2026 la Fondazione Memmo di Roma presenta Affrettati Lentamente, undicesimo capitolo di Conversation Piece, ciclo di mostre con cadenza annuale a cura di Marcello Smarrelli, nato con l’intento di restituire una panoramica degli artisti italiani e stranieri che scelgono Roma come luogo di residenza e di ricerca.
Un progetto curatoriale di grande successo, che ha già coinvolto oltre sessanta tra gli artisti più interessanti della scena contemporanea internazionale.
Il titolo della mostra, Affrettati lentamente, si ispira alla celebre locuzione latina festìna lente attribuita dallo storico romano Svetonio all’imperatore Augusto che unisce in un ossimoro due concetti antitetici – velocità e lentezza – per indicare un agire tempestivo e deciso, ma al tempo stesso cauto e riflessivo.
Erasmo da Rotterdam, negli Adagia del 1508, racconta che Aldo Manuzio gli mostrò un denario di Tito con l’immagine dell’imperatore e il simbolo dell’ancora intrecciata a un delfino: allegoria del motto festina lente che unisce rapidità e lentezza. In questo senso è ripreso da Italo Calvino nelle Lezioni americane, per esprimere il tempo della creatività: un’immediatezza che nasce da una lunga sedimentazione, un’intuizione fulminea resa possibile da pazienti aggiustamenti. La tensione tra urgenza e riflessione richiama anche la distinzione aristotelica tra praxis e théôria, descrivendo bene il ritmo alternato dell’atto artistico che può emergere improvviso o maturare lentamente, ma sempre attraverso un processo profondo di organizzazione dei saperi. Nell’epoca della comunicazione veloce, questa dialettica tra rapidità e profondità diventa cruciale, e le immagini tornano a occupare un ruolo centrale, quasi sacrale.
Come di consueto, anche agli artisti di questa undicesima edizione è stato chiesto di confrontarsi con un tema di risonanza universale, ma intimamente legato alla storia dell’arte, alla città di Roma e alla sua storia millenaria.
Esiste un tempo interno alle opere d’arte? Come si percepisce, come si misura e quale valore assume, reale o simbolico, nel processo creativo?
Queste alcune delle riflessioni proposte agli artisti invitati: Alicja Kwade (1979, Katowice, Polonia), vincitrice del Premio Roma 2025-26 presso l’Accademia Tedesca Roma Villa Massimo; Paul Maheke (1985, Brive-la-Gaillarde, Francia) e Enrique Ramírez (1979, Santiago del Cile, Cile), entrambi pensionnaires 2025-26 presso l’Accademia di Francia a Roma – Villa Medici; Prem Sahib (1982, Londra), BSR – British School at Rome Abbey Fellow 2025-26; Henry Taylor (1958, Ventura, California).
Le opere esposte, realizzate appositamente per gli spazi della Fondazione Memmo o presentate per la prima volta a Roma, riflettono sul tempo dell’arte, raccontandolo attraverso modalità e linguaggi differenti. L’opera d’arte diventa, così, un peculiare misuratore del tempo, il cui funzionamento va di volta in volta decodificato.
Attraverso le sue installazioni, Alicja Kwade invita a ripensare alla percezione e cognizione nella vita quotidiana. Il suo linguaggio si fonda sulla decostruzione e decontestualizzazione di oggetti comuni per generare punti di vista imprevisti e inediti su convenzioni socialmente condivise. Con le sue creazioni – spesso concepite in dialogo con l’architettura e con i fenomeni naturali – Kwade esplora concetti come tempo e spazio, con l’obiettivo di introdurre una sensazione di derealizzazione del mondo.
La ricerca di Paul Maheke affonda le sue radici nel pensiero decoloniale ed emancipatorio, mettendo in discussione identità e memoria attraverso la lente della storia. Giocando con strati di trasparenza e opacità – sia in senso letterale che metaforico – l’artista indaga gli elementi che modellano gli immaginari collettivi. Attraverso installazioni, testi e disegni, Maheke ci invita a considerare il corpo come un archivio costantemente reinventato e riscritto - un territorio con una propria cartografia, in cui storie personali e collettive si incontrano e si trasformano.
Nella sua pratica Enrique Ramírez combina video, fotografia, suono e installazione per esplorare forme narrative in cui sogno e realtà si confondono per trascendere confini e periodi storici. Mantenendo un equilibrio sottile tra il poetico e il politico, Ramírez costruisce narrazioni stratificate al cui centro si trova un elemento ossessivo e ricorsivo: il mare. Spazio della memoria in perpetuo movimento, il mare diventa un luogo di proiezione narrativa in cui il destino del Cile, suo paese d’origine, si intreccia con storie più ampie di viaggi, conquiste e migrazioni. Le sue immagini fluide evocano una storia che si ripete continuamente, senza mai essere la stessa.
Nella pratica di Prem Sahib, il tempo si manifesta come dimensione emotiva e spaziale più che cronologica: un tempo stratificato, in cui passato e presente coesistono nelle tracce dei corpi lasciate negli spazi che li hanno accolti. Il suo lavoro esplora la sessualità, l'intimità, il desiderio, nell'ambito delle comunità queer. Il minimalismo delle opere di Sahib rende visibile una temporalità non sincronica, fatta di memorie, desideri e assenze, diventando un modo per interrogare la durata emotiva delle esperienze e la loro persistenza nello spazio.
Con la pittura Henry Taylor cattura frammenti di tempo. I soggetti dei suoi dipinti emergono da una ricerca che attinge alla memoria personale e collettiva, intrecciando biografia, cultura e storia. Nel suo studio convivono ritagli di giornale, fotografie storiche del movimento per i diritti civili, scatti di persone note o sconosciute. Taylor dipinge con gesti rapidi e tocchi di colore saturo alternati a zone fitte di dettagli, per afferrare un’emozione prima che svanisca. Le sue opere, popolate da figure della comunità nera e da simboli di lotte storiche, attraversano l’intero spettro della condizione umana e diventano biografie visive, testimonianze permanenti della storia di individui e collettività.
La mostra sarà accompagnata da una pubblicazione, in uscita nella primavera del 2026.
Si ringraziano per la collaborazione l’Accademia Tedesca Roma Villa Massimo, l’Accademia di Francia a Roma – Villa Medici e la BSR – British School at Rome.
***
Conversation Piece – il progetto
Conversation Piece nasce dalla volontà della Fondazione Memmo di monitorare costantemente la scena artistica contemporanea della città e, in particolare, l’attività delle accademie e degli istituti di cultura stranieri, dove tradizionalmente completano la loro formazione nuove generazioni di artisti provenienti da tutto il mondo. Attraverso queste mostre e altre iniziative, la Fondazione Memmo vuole porsi come un amplificatore del lavoro di queste istituzioni. Il titolo del ciclo si ispira a uno dei film più famosi di Luchino Visconti, Gruppo di Famiglia in un interno (1974), una chiara metafora del confronto tra generazioni e dei rapporti di odio e amore tra antico e moderno; ma Conversation Piece era anche un genere pittorico diffuso tra XVII e XVIII sec., caratterizzato da gruppi di persone in conversazione tra loro o colti in atteggiamenti di vita familiare. La mostra, oltre a rappresentare un’occasione di confronto e di dialogo con Roma, si offre come momento di discussione tra personalità artistiche differenti tra loro nell’intento di far convergere energie, saperi e metodi diversi in un unico evento espositivo. Negli anni hanno partecipato più di cinquanta artisti internazionali, fra cui Yto Barrada, Eric Baudelaire, Rossella Biscotti, Jos de Gruyter & Harald Thys, Piero Golia, Francesca Grilli, Invernomuto, Jonathan Monk, Philippe Rahm, Julian Rosefeldt, Marinella Senatore, Victor Man, Miltos Manetas, Yael Bartana, Claire Fontaine, Kapwani Kiwanga, Bruna Esposito, Bianca Bondi, Enzo Cucchi, Sidival Fila, Richard Mosse.
Il curatore
Marcello Smarrelli è Direttore artistico di Pesaro Musei, della Fondazione Pastificio Cerere di Roma, della Fondazione Ermanno Casoli di Fabriano, curator-at-large alla Fondazione Memmo di Roma, membro dell’Osservatorio regionale della cultura della Regione Marche. Dopo la laurea in Storia dell’Arte presso l’Università La Sapienza di Roma e la specializzazione in Storia dell'Arte Contemporanea all’Università di Siena, si è dedicato allo studio dei rapporti tra estetica e pedagogia, incentrando la sua pratica curatoriale sulle questioni legate all’estetica relazionale, all’arte nello spazio pubblico e alla sua funzione educativa e formativa. Ha curato numerose mostre in istituzioni pubbliche e private, progetti d’arte pubblica, workshop di formazione con gli artisti per aziende multinazionali; il progetto E-STRAORDINARIO, ideato per la Fondazione Ermanno Casoli, basato sulla cooperazione tra artisti e impresa per la formazione aziendale, si è classificato primo al Premio Cultura+Impresa 2014. I suoi interventi critici sono pubblicati in cataloghi e riviste specializzate con le quali collabora regolarmente. È stato membro di importanti giurie per l’assegnazione di premi per l’arte contemporanea in Italia e all'estero (Curatore del Premio Ariane de Rothschild, critico selezionatore Premio Fondazione Prince Pierre de Monaco, Premio Furla, Talent Prize, Premio per la Giovane Arte Italiana, ideatore e curatore di 6artista per Civita, Allianz e Fondazione Pastificio Cerere, Premio Ermanno Casoli, Surprize per l’ABA di Urbino).
Fondazione Memmo
La Fondazione Memmo nasce nel 1990 dal desiderio di Roberto Memmo di dar vita a un’attività culturale mirata ad avvicinare il mondo dell’arte al vasto pubblico attraverso la diretta conoscenza di capolavori di tutti i tempi e delle più varie civiltà. A partire dal 2012, grazie all’iniziativa di Fabiana Marenghi Vaselli Bond e Anna d’Amelio Carbone è attivo un nuovo programma espositivo interamente dedicato al panorama artistico contemporaneo. Contribuire allo sviluppo del tessuto culturale nel territorio, connettersi a realtà internazionali, aprendo un dialogo con le altre istituzioni e promuovere l'interazione fra gli artisti e la città di Roma sono tra gli obiettivi della Fondazione Memmo. Performance, residenze, talk, laboratori didattici e pubblicazioni sono quindi l’occasione per promuovere il presente, come un osservatorio dedicato alla contemporaneità, per contribuire allo sviluppo del nostro futuro. Nel 2018 la Fondazione Memmo si aggiudica il prestigioso Montblanc de la Culture Arts Patronage Award, riconoscimento grazie al quale, nel gennaio 2020, ha avviato un programma di residenze a Londra, in collaborazione con Gasworks, dedicato agli artisti italiani, proseguendo in questo modo l’attività di confronto, scambio e connessione tra artisti e istituzioni di contesti diversi. Gli artisti finora coinvolti sono Diego Marcon (2020), Adelaide Cioni (2022), Francis Offman (2023), Alice Visentin (2024), Raffaela Naldi Rossano (2025).
Un progetto curatoriale di grande successo, che ha già coinvolto oltre sessanta tra gli artisti più interessanti della scena contemporanea internazionale.
Il titolo della mostra, Affrettati lentamente, si ispira alla celebre locuzione latina festìna lente attribuita dallo storico romano Svetonio all’imperatore Augusto che unisce in un ossimoro due concetti antitetici – velocità e lentezza – per indicare un agire tempestivo e deciso, ma al tempo stesso cauto e riflessivo.
Erasmo da Rotterdam, negli Adagia del 1508, racconta che Aldo Manuzio gli mostrò un denario di Tito con l’immagine dell’imperatore e il simbolo dell’ancora intrecciata a un delfino: allegoria del motto festina lente che unisce rapidità e lentezza. In questo senso è ripreso da Italo Calvino nelle Lezioni americane, per esprimere il tempo della creatività: un’immediatezza che nasce da una lunga sedimentazione, un’intuizione fulminea resa possibile da pazienti aggiustamenti. La tensione tra urgenza e riflessione richiama anche la distinzione aristotelica tra praxis e théôria, descrivendo bene il ritmo alternato dell’atto artistico che può emergere improvviso o maturare lentamente, ma sempre attraverso un processo profondo di organizzazione dei saperi. Nell’epoca della comunicazione veloce, questa dialettica tra rapidità e profondità diventa cruciale, e le immagini tornano a occupare un ruolo centrale, quasi sacrale.
Come di consueto, anche agli artisti di questa undicesima edizione è stato chiesto di confrontarsi con un tema di risonanza universale, ma intimamente legato alla storia dell’arte, alla città di Roma e alla sua storia millenaria.
Esiste un tempo interno alle opere d’arte? Come si percepisce, come si misura e quale valore assume, reale o simbolico, nel processo creativo?
Queste alcune delle riflessioni proposte agli artisti invitati: Alicja Kwade (1979, Katowice, Polonia), vincitrice del Premio Roma 2025-26 presso l’Accademia Tedesca Roma Villa Massimo; Paul Maheke (1985, Brive-la-Gaillarde, Francia) e Enrique Ramírez (1979, Santiago del Cile, Cile), entrambi pensionnaires 2025-26 presso l’Accademia di Francia a Roma – Villa Medici; Prem Sahib (1982, Londra), BSR – British School at Rome Abbey Fellow 2025-26; Henry Taylor (1958, Ventura, California).
Le opere esposte, realizzate appositamente per gli spazi della Fondazione Memmo o presentate per la prima volta a Roma, riflettono sul tempo dell’arte, raccontandolo attraverso modalità e linguaggi differenti. L’opera d’arte diventa, così, un peculiare misuratore del tempo, il cui funzionamento va di volta in volta decodificato.
Attraverso le sue installazioni, Alicja Kwade invita a ripensare alla percezione e cognizione nella vita quotidiana. Il suo linguaggio si fonda sulla decostruzione e decontestualizzazione di oggetti comuni per generare punti di vista imprevisti e inediti su convenzioni socialmente condivise. Con le sue creazioni – spesso concepite in dialogo con l’architettura e con i fenomeni naturali – Kwade esplora concetti come tempo e spazio, con l’obiettivo di introdurre una sensazione di derealizzazione del mondo.
La ricerca di Paul Maheke affonda le sue radici nel pensiero decoloniale ed emancipatorio, mettendo in discussione identità e memoria attraverso la lente della storia. Giocando con strati di trasparenza e opacità – sia in senso letterale che metaforico – l’artista indaga gli elementi che modellano gli immaginari collettivi. Attraverso installazioni, testi e disegni, Maheke ci invita a considerare il corpo come un archivio costantemente reinventato e riscritto - un territorio con una propria cartografia, in cui storie personali e collettive si incontrano e si trasformano.
Nella sua pratica Enrique Ramírez combina video, fotografia, suono e installazione per esplorare forme narrative in cui sogno e realtà si confondono per trascendere confini e periodi storici. Mantenendo un equilibrio sottile tra il poetico e il politico, Ramírez costruisce narrazioni stratificate al cui centro si trova un elemento ossessivo e ricorsivo: il mare. Spazio della memoria in perpetuo movimento, il mare diventa un luogo di proiezione narrativa in cui il destino del Cile, suo paese d’origine, si intreccia con storie più ampie di viaggi, conquiste e migrazioni. Le sue immagini fluide evocano una storia che si ripete continuamente, senza mai essere la stessa.
Nella pratica di Prem Sahib, il tempo si manifesta come dimensione emotiva e spaziale più che cronologica: un tempo stratificato, in cui passato e presente coesistono nelle tracce dei corpi lasciate negli spazi che li hanno accolti. Il suo lavoro esplora la sessualità, l'intimità, il desiderio, nell'ambito delle comunità queer. Il minimalismo delle opere di Sahib rende visibile una temporalità non sincronica, fatta di memorie, desideri e assenze, diventando un modo per interrogare la durata emotiva delle esperienze e la loro persistenza nello spazio.
Con la pittura Henry Taylor cattura frammenti di tempo. I soggetti dei suoi dipinti emergono da una ricerca che attinge alla memoria personale e collettiva, intrecciando biografia, cultura e storia. Nel suo studio convivono ritagli di giornale, fotografie storiche del movimento per i diritti civili, scatti di persone note o sconosciute. Taylor dipinge con gesti rapidi e tocchi di colore saturo alternati a zone fitte di dettagli, per afferrare un’emozione prima che svanisca. Le sue opere, popolate da figure della comunità nera e da simboli di lotte storiche, attraversano l’intero spettro della condizione umana e diventano biografie visive, testimonianze permanenti della storia di individui e collettività.
La mostra sarà accompagnata da una pubblicazione, in uscita nella primavera del 2026.
Si ringraziano per la collaborazione l’Accademia Tedesca Roma Villa Massimo, l’Accademia di Francia a Roma – Villa Medici e la BSR – British School at Rome.
***
Conversation Piece – il progetto
Conversation Piece nasce dalla volontà della Fondazione Memmo di monitorare costantemente la scena artistica contemporanea della città e, in particolare, l’attività delle accademie e degli istituti di cultura stranieri, dove tradizionalmente completano la loro formazione nuove generazioni di artisti provenienti da tutto il mondo. Attraverso queste mostre e altre iniziative, la Fondazione Memmo vuole porsi come un amplificatore del lavoro di queste istituzioni. Il titolo del ciclo si ispira a uno dei film più famosi di Luchino Visconti, Gruppo di Famiglia in un interno (1974), una chiara metafora del confronto tra generazioni e dei rapporti di odio e amore tra antico e moderno; ma Conversation Piece era anche un genere pittorico diffuso tra XVII e XVIII sec., caratterizzato da gruppi di persone in conversazione tra loro o colti in atteggiamenti di vita familiare. La mostra, oltre a rappresentare un’occasione di confronto e di dialogo con Roma, si offre come momento di discussione tra personalità artistiche differenti tra loro nell’intento di far convergere energie, saperi e metodi diversi in un unico evento espositivo. Negli anni hanno partecipato più di cinquanta artisti internazionali, fra cui Yto Barrada, Eric Baudelaire, Rossella Biscotti, Jos de Gruyter & Harald Thys, Piero Golia, Francesca Grilli, Invernomuto, Jonathan Monk, Philippe Rahm, Julian Rosefeldt, Marinella Senatore, Victor Man, Miltos Manetas, Yael Bartana, Claire Fontaine, Kapwani Kiwanga, Bruna Esposito, Bianca Bondi, Enzo Cucchi, Sidival Fila, Richard Mosse.
Il curatore
Marcello Smarrelli è Direttore artistico di Pesaro Musei, della Fondazione Pastificio Cerere di Roma, della Fondazione Ermanno Casoli di Fabriano, curator-at-large alla Fondazione Memmo di Roma, membro dell’Osservatorio regionale della cultura della Regione Marche. Dopo la laurea in Storia dell’Arte presso l’Università La Sapienza di Roma e la specializzazione in Storia dell'Arte Contemporanea all’Università di Siena, si è dedicato allo studio dei rapporti tra estetica e pedagogia, incentrando la sua pratica curatoriale sulle questioni legate all’estetica relazionale, all’arte nello spazio pubblico e alla sua funzione educativa e formativa. Ha curato numerose mostre in istituzioni pubbliche e private, progetti d’arte pubblica, workshop di formazione con gli artisti per aziende multinazionali; il progetto E-STRAORDINARIO, ideato per la Fondazione Ermanno Casoli, basato sulla cooperazione tra artisti e impresa per la formazione aziendale, si è classificato primo al Premio Cultura+Impresa 2014. I suoi interventi critici sono pubblicati in cataloghi e riviste specializzate con le quali collabora regolarmente. È stato membro di importanti giurie per l’assegnazione di premi per l’arte contemporanea in Italia e all'estero (Curatore del Premio Ariane de Rothschild, critico selezionatore Premio Fondazione Prince Pierre de Monaco, Premio Furla, Talent Prize, Premio per la Giovane Arte Italiana, ideatore e curatore di 6artista per Civita, Allianz e Fondazione Pastificio Cerere, Premio Ermanno Casoli, Surprize per l’ABA di Urbino).
Fondazione Memmo
La Fondazione Memmo nasce nel 1990 dal desiderio di Roberto Memmo di dar vita a un’attività culturale mirata ad avvicinare il mondo dell’arte al vasto pubblico attraverso la diretta conoscenza di capolavori di tutti i tempi e delle più varie civiltà. A partire dal 2012, grazie all’iniziativa di Fabiana Marenghi Vaselli Bond e Anna d’Amelio Carbone è attivo un nuovo programma espositivo interamente dedicato al panorama artistico contemporaneo. Contribuire allo sviluppo del tessuto culturale nel territorio, connettersi a realtà internazionali, aprendo un dialogo con le altre istituzioni e promuovere l'interazione fra gli artisti e la città di Roma sono tra gli obiettivi della Fondazione Memmo. Performance, residenze, talk, laboratori didattici e pubblicazioni sono quindi l’occasione per promuovere il presente, come un osservatorio dedicato alla contemporaneità, per contribuire allo sviluppo del nostro futuro. Nel 2018 la Fondazione Memmo si aggiudica il prestigioso Montblanc de la Culture Arts Patronage Award, riconoscimento grazie al quale, nel gennaio 2020, ha avviato un programma di residenze a Londra, in collaborazione con Gasworks, dedicato agli artisti italiani, proseguendo in questo modo l’attività di confronto, scambio e connessione tra artisti e istituzioni di contesti diversi. Gli artisti finora coinvolti sono Diego Marcon (2020), Adelaide Cioni (2022), Francis Offman (2023), Alice Visentin (2024), Raffaela Naldi Rossano (2025).
15
gennaio 2026
Affrettati Lentamente – Conversation Piece Part XI
Dal 15 gennaio al 12 aprile 2026
arte contemporanea
Location
FONDAZIONE MEMMO – PALAZZO RUSPOLI
Roma, Via Della Fontanella Di Borghese, 56B, (Roma)
Roma, Via Della Fontanella Di Borghese, 56B, (Roma)
Orario di apertura
tutti i giorni dalle 11.00 alle 18.00 (martedì chiuso)
Vernissage
14 Gennaio 2026, 18.00 - 20.00
Ufficio stampa
MARIA BONMASSAR
Autore
Curatore


