13 gennaio 2026

exibart prize incontra Bonghi

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Il mio lavoro negli ultimi anni ha seguito il tema degli sconfitti. Dare luce a chi è sempre stato nell’ombra.

Bonghi

Come è iniziato il tuo percorso artistico? C’è un momento, un incontro o un’esperienza che ha segnato l’inizio della tua ricerca?

Non c’è un momento vero e proprio in cui ho pensato che fosse la strada giusta, non c’è ancora adesso quella sicurezza. Direi che ci sono stati tanti incontri, tanti momenti e ci sono tutt’ora, più che altro. Uno di questi è quando vidi la prima vera mostra, quella di Luc Tuymans nel 2019 a Palazzo Grassi, a Venezia. Poi ci sono tanti momenti in cui vedo un’opera, un film, sento una canzone e penso: che genio, lo voglio fare anche io, anche io voglio arrivare alle persone così.
Comunque il mio percorso artistico inizia quando ho scelto di frequentare il liceo artistico, da lì non ho più cambiato linea, continuando con 5 anni di Accademia a Venezia.

 

Quali temi o domande guidano il tuo lavoro oggi? Cosa ti spinge a sviluppare nuove opere?

Il mio lavoro negli ultimi anni ha seguito il tema degli sconfitti, soprattutto oggetti che fanno parte di storie più grandi, che stanno sempre dietro a qualcosa, che sono solo delle comparse, anche nella vita di tutti i giorni. Dare luce a chi è sempre stato nell’ombra.
Ci sono diverse cose che mi spingono a creare nuove opere. La voglia di tornare in studio, la voglia di far riflettere qualcuno su alcuni dettagli della vita, su delle cose che diamo per scontato.

 

Che ruolo giocano i materiali e le tecniche nella tua pratica? Come scegli gli strumenti espressivi con cui lavorare?

Ultimamente sto variando molto i displays, ho sempre voluto variare molto, anche in pittura, che è la mia zona di comfort. Mai un quadro uguale, che giocava con gli stessi toni o gli stessi soggetti. Quando realizzo delle serie poi tendo a cambiare, mi piace in qualche modo non essere riconoscibile. Anche nella tecnica pittorica, quando mi trovo davanti alla tela mi sembra sempre la prima volta, la tecnica varia. Gli strumenti espressivi gli scelgo in base a quello che voglio andare a realizzare. Non voglio essere un pittore ma voglio essere un artista visivo, spaziare dall’installazione, al video, al sonoro fi no ad arrivare alla pittura.

 

Puoi parlarci di un’opera o un progetto a cui sei particolarmente legato? Cosa rappresenta per te e quali sfide ha comportato?

Casa mia, casa tua è un’opera a cui sono particolarmente legato. E’ un’opera che parla di casa, di nonna e degli oggetti e i suoni che ci ricordano le persone a cui siamo legati. E’ un’installazione che prende ispirazione dagli Stak di Tony Cragg, in qualche modo ricreandoli solamente con oggetti che ho trovato a casa della nonna. Abbigliamento realizzato a maglia, riviste di cucito, i libri Harmony, foto, collane ecc. oggetti che tutti abbiamo visto a casa della nonna prima o poi. Sopra tutto questo troviamo delle bobine per il fi lo da cucito. La cosa fondamentale era che tutti questi oggetti fossero compressi in poco spazio, esattamente come i nostri ricordi. L’opera si completa con un audio di 8 min. mandato in loop dove si sente una macchina da cucire e delle voci di signore anziane. Ed è questo che mi lega a questa opera, la parte audio che ho realizzato suonando la macchina da cucire mixandola con degli audio che mi erano stati mandati da amici dove si sentivano le loro nonne parlare, mandare messaggi audio o fare dediche. E’ stato toccante sentire tutto questo. Nell’installazione però si sente tutto ovattato, poco chiaro, non volevo che fossero voci definite, volevo che fossero un po’ sbiadite, come fossero ricordi lontani. Inoltre il titolo si rifà a Casa mia di Ghali, dove l’artista si interroga sul concetto di spazio e di casa: “Casa mia, casa tua, che differenza c’è? Non c’è.”.
Ecco che l’opera, da rievocazioni di ricordi lontani e assemblaggio di oggetti comuni a tutti, diventa dialogo con altre culture, con altre case, una sorta di presente dove immediatamente si mostrano gli anni passati e da dove veniamo. Il fatto che fosse uno dei primi approcci all’installazione e che ci fosse anche un lavoro audio, quello è stata la sfi da. Unire queste cose, farle dialogare e renderla più aperta.

 

Come affronti la fase di ricerca e sviluppo di un progetto? Segui un metodo o un processo specifico?

Una volta ho sentito dire da uno dei miei artisti preferiti «(…) quando inizi ad avere un metodo, stai sbagliando.» e mi trovo totalmente d’accordo con questa affermazione. Non dev’essere una cosa meccanica, dev’essere una cosa nuova ogni volta, è un viaggio alla fi ne e non sai bene dove ti porterà, anche se l’hai progettato perfettamente. Quindi sì, a volte capita che ci sia una fase di progettazione ben strutturata ma non metto troppi paletti, penso che si debba seguire un po’ il flusso.

 

Quali sono le principali sfide che incontri come artista oggi? E come cerchi di superarle?

La prima, invalicabile, sfida è quella di poter vivere solamente di questo. Ora sto fallendo. Partecipare a bandi, mostre collettive e cercare di avere delle mostre personali è il modo migliore per cercare di affrontarle.
E io metterei solo questa come sfida, il resto è solo gioia di poter fare quello che si ama. E’ impagabile essere in studio e perdere il senso del tempo, quando capita.

 

Casa mia, Casa tua
Casa mia, Casa tua

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