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Come è iniziato il tuo percorso artistico? C’è un momento, un incontro o un’esperienza che ha segnato l’inizio della tua ricerca?
Dopo un percorso lavorativo decisi di dedicarmi alla pittura e mi iscrissi prima a Brera, ed in seguito all’Accademia di Belle Arti di Genova, per essere libera di sperimentare con una buona base tecnica. Amante del disegno fin da piccola, fui scoraggiata dal pensiero paterno, per il quale la pittura non è per il genere femminile e le artiste di successo sono rare. Questa frustrazione ha determinato in me una reazione di rimbalzo, che mi ha portato ad approfondire una ricerca stilistica al di là del convenzionale.
Quali temi o domande guidano il tuo lavoro oggi? Cosa ti spinge a sviluppare nuove opere?
La mia indagine verte sull’importanza della forma in pittura, e sulla dissoluzione della stessa e dei contorni dell’immagine alla ricerca dei contenuti simbolici. Una strada progressiva, incentrata su una ricerca ragionata, supportata dalla mia “ossessione per la sintesi ed il bilanciamento degli opposti”.
Un percorso compiuto cercando di sviscerare i contenuti, per andare oltre l’apparenza, approfondire la realtà che mi circonda tenendo presente la precarietà dell’esistenza,
Che ruolo giocano i materiali e le tecniche nella tua pratica? Come scegli gli strumenti espressivi con cui lavorare?
Lavoro su supporti tradizionali, tela, carta, anche lino o iuta trattata al naturale, ma ho sperimentato l’uso di supporti differenti, ad esempio tavelle da costruzione, usando colori acrilici, colori ad olio, pomice, pigmenti in polvere, talvolta applicazioni di materiali differenti, trasformando talvolta la materia in pura tensione esistenziale.
Puoi parlarci di un’opera o un progetto a cui sei particolarmente legato? Cosa rappresenta per te e quali sfide ha comportato?
Un filone di ricerca che mi affascina è il lavoro informale sulle composizioni barocche dei maestri seicenteschi; la mia ammirazione per il disordine rigoroso del ‘600 mi ha spinta a rileggere la pittura barocca attraverso una lente contemporanea.
Da questa ricerca è nato il ciclo di opere “Barocco informale”, che si affianca alla mia costante indagine sull’astrazione.
Amo molto la china ed i miei “ostaggi”, ritratti informali disegnati su carta, che sono “soggetti alla ricerca di sè”
Come affronti la fase di ricerca e sviluppo di un progetto? Segui un metodo o un processo specifico?
Non seguo un metodo, perseguo un’idea quando mi si presenta.
La tensione continua tra impianto figurativo e astrazione, tra immagine e “desiderio dell’immagine”, è stata identificata da Vittorio Sgarbi come la mia cifra stilistica più distintiva, e da lui definita “propensione astratta del figurativo”.
La mia ricerca culmina nell’autenticità, riduco la figura alla sua essenza per contestare il materialismo e l’ossessione per l’apparenza.
Quali sono le principali sfide che incontri come artista oggi? E come cerchi di superarle?
La mia prossima sfida è un progetto prestigioso, di cui parlerò dopo febbraio.















