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La guerra non dichiarata tra arte e repressione ha raggiunto un nuovo, inquietante capitolo in Iran, dove numerose gallerie d’arte contemporanea hanno chiuso i battenti nel corso delle proteste di questi giorni e nel mezzo di un blackout delle comunicazioni che il governo ha imposto per arginare le informazioni in uscita dal Paese.
Le proteste, esplose il 28 dicembre 2025 a seguito dell’esplosione dei prezzi, del crollo della moneta e della crescente frustrazione per le condizioni economiche, si sono diffuse rapidamente in tutte le 31 province dell’Iran, trasformandosi ben presto in un movimento antigovernativo senza precedenti dall’ultima grande ondata del 2022. Per arginare la mobilitazione, il regime ha fatto ricorso a misure sempre più drastiche, come il blackout quasi totale di internet e delle comunicazioni mobili dall’8 gennaio 2026, una delle interruzioni digitali più estese mai attuate nel Paese, che ha aggravato l’isolamento dell’opinione pubblica e limitato gravemente la circolazione di notizie e immagini.
In questo clima di insicurezza e oscurità, molte gallerie hanno modificato i propri orari, chiuso in anticipo o sospeso mostre programmate. Alcune hanno deciso di abbassare le serrande, non solo per ragioni di sicurezza — con arresti, violenze e un numero dei morti che, secondo fonti indipendenti, ha ormai superato le 2mila vittime — ma anche per un atto di solidarietà con la piazza, con commercianti, ristoratori e altri settori della società che hanno partecipato a una sorta di sciopero sociale.
Come riportato da The Art Newspaper, un gallerista ha dichiarato che all’inizio non intendeva chiudere, perché «Le gallerie e gli spazi culturali, soprattutto in un Paese come l’Iran e in tempi di caos, sono più di semplici luoghi espositivi: possono essere spazi di dialogo libero». Tuttavia, con l’aumento della violenza, gli arresti e persino i morti, ha ammesso che non c’è più appetito per l’attività culturale e che il personale stesso ha perso motivazione.
Il blackout delle comunicazioni ha reso difficile sapere con precisione quante istituzioni culturali abbiano realmente interrotto le attività e quante stiano valutando se riaprire non appena possibile. Alcuni spazi, come la popolare pagina Instagram Galleryinfo.ir — punto di riferimento per le mostre a Tehran — sono stati presi di mira da insulti e critiche, con commenti che chiedevano «Se ci si aspettasse che si andasse in giro per gallerie in un momento come questo».
Il quadro è aggravato anche dal fatto che il blackout non riguarda solo i social o l’accesso ai media esterni: secondo le organizzazioni di monitoraggio, la National Information Network, l’infrastruttura controllata dallo stato iraniano, è stata progettata per isolare completamente il Paese dal resto del mondo, ispirandosi a modelli di censura digitale come il “Great Firewall” cinese.
La chiusura delle gallerie è solo uno dei segnali di quanto la crisi in Iran stia penetrando tutti i tessuti della vita civile. Nelle ultime settimane numerose organizzazioni per i diritti umani e registi iraniani in esilio hanno denunciato l’uso del blackout come «Strumento palese di repressione» per cancellare dal mondo esterno ciò che accade all’interno.














