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Other Identity #188, altre forme di identità culturali e pubbliche: Idan Barazani
Fotografia
Tratta dall’omonima rassegna ideata dall’artista e curatore indipendente Francesco Arena, la rubrica OTHER IDENTITY – Altre forme di identità culturali e pubbliche vuole essere una cartina al tornasole capace di misurare lo stato di una nuova e più attuale grammatica visiva, presentando il lavoro di autori e artisti che operano con i linguaggi della fotografia, del video e della performance, per indagare i temi dell’identità e dell’autorappresentazione. Questa settimana intervistiamo Idan Barazani.

OTHER IDENTITY: Idan Barazani
Il nostro privato è pubblico e la rappresentazione di noi stessi si modifica e si spettacolarizza continuamente in ogni nostro agire. Qual è la tua rappresentazione di arte?
«Ogni momento, incontro o pensiero racchiude in sé un potenziale di espressione artistica. Che sia attraverso la conversazione, le forme d’arte “tradizionali” o semplicemente il modo in cui portiamo i nostri corpi. Incanaliamo costantemente la nostra energia in qualcosa di tangibile. L’arte non è confinata solo nelle gallerie o nei palcoscenici; è parte integrante della nostra vita quotidiana e può essere modellato e condiviso, sia nelle interazioni in tempo reale, sia conservato per una riflessione successiva».

Creiamo delle vere e proprie identità di genere che ognuno di noi sceglie in corrispondenza delle caratteristiche che vuole evidenziare, così forniamo tracce. Qual è la tua “identità” nell’arte contemporanea?
«Non mi interessa davvero l’identità di genere e in generale non mi interessa come gli altri percepiscono la mia cosiddetta “identità”. Non ho alcun motivo intenzionale di riflettere la mia identità attraverso la mia arte, piuttosto di creare un’atmosfera che possa o meno riflettere il modo in cui vedo le cose».

Quanto conta per te l’importanza dell’apparenza sociale e pubblica?
«Non condivido le mie immagini online e, a dire il vero, tendo a non condividere proprio nulla tranne il mio lavoro e ovviamente i tag delle persone che creavano con me in quel momento. Non mi vedo come quello che si riflette nelle mie creazioni. A essere completamente onesto, mi piace condividere ciò che creo per guadagnare un po’ di soldi o aumentare il mio ego, per sentire che sto facendo qualcosa di significativo o che sto aggiungendo un’altra sfumatura allo spazio creativo del mondo, ma questo è tutto».

Il richiamo, il plagio, la riedizione, il ready made dell’iconografia di un’identità legata al passato, al presente e al contemporaneo sono messi costantemente in discussione in una ricerca affannosa di una nuova identificazione del sé, di un nuovo valore di rappresentazione. Qual è il tuo valore di rappresentazione oggi?
«Il campo dell’autorappresentazione è molto impegnativo per me, poiché non penso che siamo in grado di contenere e verbalizzare la vera complessità o fluidità. Siamo limitati dal linguaggio e dalle immagini visive che conosciamo. Posso rappresentarmi come tale per il gusto di socializzare con gli altri in questo campo, ma non mi sembra molto naturale».

ll nostro “agire” pubblico, anche con un’opera d’arte, travolge il nostro quotidiano, la nostra vita intima, i nostri sentimenti o, meglio, la riproduzione di tutto ciò che siamo e proviamo ad apparire nei confronti del mondo. Tu ti definisci un’artista agli occhi del mondo?
«Fin dalla tenera età trovo tracce di malinconia ovunque vada, cresce dentro e con me e cambia e si rimodella sempre, ma la sua essenza rimane la stessa. Faccio quello che faccio perché mi impedisce di attingere alla realtà e di perdere la testa. Cerco di spingermi verso punti materiali più elevati in modo da poter continuare a evitare l’inevitabile nulla di ciò che percepisco come vivo».

Quale “identità culturale e pubblica” avresti voluto essere oltre a quella che ti appartiene?
«La mia identità culturale non mi riguarda e non ci penso perché non la trovo comunicativa per la mia arte o per il mio benessere. Detto questo, non penso che l’identità sia priva di significato, ma l’immersione in questioni di identità è in qualche modo tragica, perché la nostra incapacità di contenere la nostra complessità ci fa rappresentare noi stessi come esseri con un’unica sfumatura».
Biografia
Idan Barazani, attualmente con sede a Tokyo, Giappone, è un fotografo e regista originario di Gerusalemme, nato nel 1993. All’età di 20 anni si immerge nel mondo dell’arte e della fotografia. È stato nella vibrante atmosfera di New York che ha coltivato la sua arte, esplorato nuove tecniche e affinato la sua prospettiva creativa.
La sua ispirazione estetica deriva dall’animazione giapponese e dal cinema americano ed europeo degli anni ’80/’90, evidente nel suo lavoro. Mira a immagini di grande impatto visivo utilizzando obiettivi Fisheye e prospettive distorte che definiscono il suo stile, migliorate attraverso un editing meticoloso per offrire un punto di vista unico del soggetto.
La musica alimenta la sua creatività, spingendolo a innovarsi continuamente.














