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Biennale 2026, il Padiglione Kosovo riapre una storica chiesa di Venezia
Arte contemporanea
di redazione
Tra i padiglioni diffusi che animeranno Venezia in occasione della 61ma Biennale d’Arte, in programma dal 9 maggio al 22 novembre 2026, uno dei progetti più promettenti sembra essere quello del Kosovo, che unirà la presentazione di un artista della nuova generazione alla riapertura straordinaria di un luogo storico, rimasto a lungo inaccessibile. A rappresentare il Paese sarà Brilant Milazimi e il suo progetto espositivo, intitolato Hard Teeth (Dhëmbë të Fortë), verrò ospitato nella Chiesa di Santa Maria del Pianto, edificio affacciato sulla laguna e chiuso al pubblico dagli anni ’70. Il padiglione sarà curato da José Esparza Chong Cuy, direttore esecutivo e chief curator di Storefront for Art and Architecture a New York, su commissione di National Gallery of Kosovo, con il supporto del Ministero della Cultura, della Gioventù e dello Sport della Repubblica del Kosovo.
Nato nel 1994 a Gjilan e cresciuto nel Kosovo del dopoguerra, Milazimi ha studiato arti visive all’Università di Pristina. Nella sua ricerca pratica una pittura potente e perturbante, spesso attraversata da una venatura di umorismo nero che affronta i temi del trauma collettivo, delle tensioni sociali e della resistenza individuale. Ha partecipato a varie manifestazioni, tra cui Manifesta 14 e Autostrada Biennale, ha esposto nella sede newyorchese di Kurimanzutto e, in Italia, in una mostra personale alla galleria Ermes Ermes di Roma, nel 2021.

Hard Teeth si presenta come un’installazione pittorica immersiva: una tela lunga oltre 17 metri, montata su una struttura autoportante e raffigurante una fila compatta di figure umane su un terreno montuoso kosovaro. I corpi, compressi nello spazio e sottoposti a una pressione visiva costante, evocano condizioni di stress, sopravvivenza e tenacia, in un equilibrio instabile tra vulnerabilità e forza.

Notevole la scelta della Chiesa di Santa Maria del Pianto: l’edificio, a pianta ottagonale, fu progettato dall’architetto Francesco Contino e completato nel 1658 come parte di un complesso monastico. Collocata in una posizione liminare tra città e acqua, la chiesa è un esempio significativo dell’architettura religiosa veneziana del Seicento e porta nel nome stesso un riferimento al dolore e al lutto, elementi che dialogano in modo diretto con l’immaginario dell’opera di Milazimi. La lunga chiusura al pubblico ne ha fatto negli anni una presenza silenziosa nel paesaggio urbano, oggi riattivata attraverso l’arte contemporanea.














