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Una cosa giusta da fare a Kochi: intervista a Bose Krishnamachari, fondatore della Biennale indiana
Arte contemporanea
For The Time Being è il titolo della sesta edizione della Kochi–Muziris Biennale, la più ampia piattaforma di arte contemporanea dell’Asia meridionale e la prima Biennale indiana. Il progetto riunisce 66 interventi artistici provenienti da oltre 25 Paesi e si dispiega in decine di luoghi diversi nella cittadina del Kerala: 29 sedi distribuite tra Fort Kochi, Mattancherry, Willingdon Island ed Ernakulam.

Qui l’arte affiora ovunque, lungo le strade, negli edifici storici, nei magazzini portuali, negli interstizi della città, in mezzo alla vegetazione lussureggiante del Kerala, in una geografia in cui la storia del commercio marittimo e delle migrazioni continua a sedimentare e intrecciare linguaggi, comunità e culture. Visitare la Biennale significa attraversare Kochi a passo lento, o a bordo di un “tuc-tuc”, lasciarsi guidare dall’aria salmastra, dai suoni del porto, dal traffico quotidiano e imbattersi improvvisamente in un’opera o in una performance. L’Aspinwall House, la Pepper House, la Jail of Freedom, la David Hall, sono solo una piccola parte dei luoghi recuperati dalle vecchie attività portuali, o antichi palazzi coloniali ristrutturati in cui l’arte non interrompe la vita della città: la abita, la accompagna, la attraversa. Il tempo della mostra è un tempo lento, fatto di pause, di attese, di incontri, di condivisione.

Il curatore di questa edizione è l’artista di fama internazionale Nikhil Chopra – la cui pratica artistica intreccia live art, disegno, fotografia, scultura e installazioni – che, insieme al collettivo HH Art Spaces (Goa), ha sviluppato una visione della Biennale che assume il processo come metodo e pone al centro le “friendship economies” (economie dell’amicizia) come pratica concreta di lavoro: forme di produzione e collaborazione fondate su reciprocità, cura, alleanze, co-presenza.

Aperta al pubblico fino al 31 marzo 2026, la Biennale si intreccia a un calendario denso di performance, concerti, letture, conversazioni, sotto la direzione dei programmi di Mario D’Souza, in un dialogo continuo con la geografia sociale e umana di Kochi. Facendo diventare la Biennale, nei suoi 110 giorni di apertura, un organismo dinamico, in continuo divenire, una costellazione di eventi che rende i luoghi sempre vivi e in cui le opere si attivano nel tempo, si trasformano, ritornano.

Come descrive il titolo For The Time Being, in questa Biennale il tempo non è uno sfondo neutro, ma un materiale di lavoro condiviso. È una sostanza viva, da abitare nel presente, “qui e ora”. I corpi diventano paesaggi temporali. Alcuni artisti sono fisicamente presenti, altri affidano allo spazio azioni e gesti che accompagnano il pubblico attraverso l’esperienza. La dimensione performativa – fondamentale nel lavoro di Nikhil Chopra – è una struttura portante di questa Biennale, è ciò che la rende mobile, sensibile al mutare delle condizioni, capace di accogliere la vitalità così come l’incompiutezza.

L’edizione 2025–26 si costruisce così come un sistema capace di accogliere e assorbire insieme energia e riflessione, movimento e pausa. A questa architettura corrisponde un sistema articolato di programmi paralleli — Invitations, Students’ Biennale, Art by Children ed Edam — che ribadisce l’identità della Biennale come piattaforma educativa: un luogo di formazione diffusa, di apprendimento condiviso, di pratiche che si estendono oltre il perimetro della mostra principale e si radicano nel tessuto sociale della città.

È dentro questa cornice – tra la memoria portuale di Muziris e la vitalità contemporanea di Kochi, tra istituzione e comunità, tra pedagogia e immaginazione – che si colloca l’intervista a Bose Krishnamachari, artista e co-fondatore, nel 2012, della Kochi–Muziris Biennale, che in questi giorni ha annunciato le sue dimissioni da presidente della Kochi Biennale Foundation e da membro del suo consiglio di amministrazione, per motivi famigliari. Le sue parole ricostruiscono le origini di un progetto nato per intuizione, ma divenuto negli anni una vera e propria “Biennale del popolo”: un dispositivo culturale che, più che importare un modello, lo ha messo alla prova sul terreno, trasformando spazi storici in spazi condivisi e facendo dell’alleanza – con le persone, con il tempo, con la città e con tutte le culture che l’hanno attraversata – la sua condizione di esistenza.

Bose Krishnamachari, perché a pensato proprio a Kochi come luogo ideale in cui realizzare la prima Biennale indiana?
«Devo premettere che io sono nato in Kerala e nel maggio del 2010 l’allora Ministro della Cultura e dell’Istruzione del Kerala venne a trovarmi nella mia casa di Mumbai. Durante la conversazione mi disse che stava cercando di raccogliere fondi per sostenere l’istruzione degli studenti, in particolare attraverso un’asta d’arte. Dal momento che si trovava lì, gli dissi che molti artisti del Kerala, ormai affermati a livello internazionale, vivevano nei dintorni di casa mia e gli chiesi se avesse piacere di incontrarli. Tra questi c’era Riyas Komu, che sarebbe poi diventato, insieme a me, il co-curatore della prima edizione della Biennale. Quella sera segnò l’inizio di tutto. Suggerimmo quasi istintivamente che una Biennale sarebbe stata la cosa giusta da fare. All’epoca, però, in Kerala nessuno sapeva cosa fosse una Biennale. Il sistema dell’arte era allora molto limitato: esistevano solo due piccole gallerie e uno spazio accademico. Quelli erano, di fatto, gli unici luoghi dedicati all’arte contemporanea.
Kochi, tuttavia, è sempre stata un luogo speciale dal punto di vista culturale. Se si guarda al Kerala nel suo insieme, ogni area possiede un retroterra culturale straordinariamente ricco: Kannur con la tradizione del Theyyam (forma rituale di danza popolare, n.d.r.), Calicut con la sua letteratura e la sua cultura gastronomica, Alleppey con una propria identità specifica legata alle backwaters. Proprio ad Alleppey, nel 2021, dopo la pandemia, abbiamo realizzato un grande progetto intitolato Lokame Tharavadu, The World Is One Family.
Ma la risposta alla domanda “perché Kochi” risiede soprattutto nella storia di questo luogo. Questa Biennale si chiama Kochi–Muziris Biennale per una ragione precisa. Muziris era uno dei porti più antichi del mondo, scomparso nel 1341, a circa 30 chilometri da qui. Kochi ne è diventata l’erede. Storicamente, questo porto intratteneva relazioni commerciali con oltre 56 Paesi. Il Kerala era ed è noto per il commercio delle spezie — in particolare pepe e zenzero — e il commercio non ha portato solo scambi economici ma anche una stratificazione culturale profonda. Qui si trovano la prima sinagoga, la prima moschea e la prima chiesa dell’India. Questo testimonia non soltanto una convivenza religiosa, ma una più ampia accettazione culturale della differenza. A Kochi, quasi 44 comunità diverse convivono in un’area di appena quattro chilometri e mezzo quadrati.
Un altro aspetto fondamentale è la presenza di spazi storici di grande valore. Il nostro lavoro consiste nel creare un dialogo, talvolta una tensione produttiva, tra il contemporaneo e il patrimonio storico».

È un circolo virtuoso quindi.
«Esatto. E ogni edizione della Biennale restituisce una nuova identità a queste aree, rendendo la conservazione sostenibile attraverso l’attivazione culturale.
Nulla di tutto questo è stato pianificato a tavolino. Abbiamo esplorato la città e scoperto dei luoghi meravigliosi. Ad esempio, non conoscevamo Aspinwall House (ndr, un meraviglioso edificio storico britannico del 1867, ex quartier generale della Aspinwall & Co., compagnia specializzata nel commercio di spezie, tè e gomma, oggi luogo iconico della Biennale di Kochi-Muziris). Scoprimmo che era in parte di proprietà del governo ed era in vendita. Dopo una serie di contrattazioni, riuscimmo a ottenerla: è così che prese forma la prima edizione della Biennale nel 2012».

Quali sono i maggiori partner di questa Biennale?
«Il governo è stato uno dei principali partner. Grazie al Ministro della Cultura, siamo riusciti a coinvolgere anche il Ministro delle Finanze, particolarmente interessato alla storia di Muziris, al commercio e alle dinamiche economiche che hanno attraversato questa regione nei secoli. Ha investito anche in un progetto parallelo, il Muziris Heritage Project, gestito dalla Muziris Heritage Foundation e attivo in diverse località.
Anche se i governi cambiano – il Kerala ha conosciuto amministrazioni di orientamenti politici diversi – il supporto alla Biennale non è mai venuto meno. Credo che il Kerala sia uno dei pochi stati indiani in cui la cultura è sostenuta in modo costante dalle istituzioni. Kochi, inoltre, rappresenta una delle principali aree economiche dello Stato».

Immagino che organizzare una Biennale di queste dimensioni sia più semplice in una città relativamente piccola piuttosto che in una metropoli come Mumbai o Delhi.
«Esattamente. Kochi offre una dimensione che è perfettamente organica rispetto ai nostri obiettivi. Paradossalmente, quest’anno avevamo pensato a una Biennale più contenuta, ma si è rivelata una delle edizioni più grandi di sempre. Contiamo ventidue sedi e diverse diramazioni sotto l’egida della Biennale Foundation.
Oltre alla Kochi–Muziris Biennale, esiste la Students’ Biennale, che coinvolge più di 160 college d’arte provenienti da tutta l’India. C’è poi il programma ABC — Art by Children — insieme all’Art Room Project, una serie di workshop avanzati aperti non solo ai bambini, ma a chiunque desideri partecipare».

Anche per il forte coinvolgimento degli studenti, la Kochi–Muziris Biennale sembra funzionare come uno spazio di apprendimento collettivo, che supera il formato espositivo tradizionale. Quanto è centrale oggi la dimensione educativa del progetto e in che modo pensa che questa Biennale si differenzi dalle altre?
«È profondamente diversa perché il nostro interesse è rivolto alla condivisione e alla creazione di spazi in cui le persone possano assorbire l’arte e imparare insieme. La Biennale Foundation è, prima di tutto, un progetto educativo. L’arte non può essere insegnata in senso stretto, ma può essere appresa se si creano le condizioni giuste.
L’educazione è al centro della nostra visione. Per noi la Biennale funziona come una sorta di museo temporaneo, o addirittura come un’università temporanea: uno spazio di apprendimento aperto al pubblico. Crediamo fortemente nell’apprendimento sul posto, soprattutto per gli artisti e per la comunità del Kerala lo abbiamo scritto anche come motto “It’s our Biennale”.
Con il sostegno dello Stato portiamo avanti anche il progetto Idam, che significa “luogo”. Comprende tre sedi curate da K.M. Madhusudhanan e Ayswarya Suresh. Madhusudhanan è un artista senior che ha partecipato alla Biennale di Venezia curata da Okwui Enwezor. Tutto è attentamente curato e programmato: abbiamo un padiglione dedicato ai talk, programmi musicali, proiezioni cinematografiche. L’aspetto educativo attraversa l’intero lavoro della Biennale Foundation.
Quando ero studente, in India esisteva ancora una Triennale, avviata nel 1968. Purtroppo si è interrotta all’inizio degli anni Duemila. Io ho potuto vederne solo due edizioni. Era l’unico luogo in cui potevamo entrare in contatto con pratiche internazionali e vedere opere originali provenienti da altre parti del mondo. Dopo la sua scomparsa, la cultura è rimasta a lungo ai margini. Il Kerala, però, ha sempre dato grande importanza all’istruzione e questo si riflette anche nella Biennale».

Uno degli aspetti più interessanti di questa edizione è l’attenzione alle relazioni di lungo periodo tra artisti, curatori e comunità locali, riassunta nel concetto di “friendship economies” (economie dell’amicizia). Come si manifesta concretamente questo approccio nel lavoro quotidiano della Biennale?
«Questo è un concetto introdotto dal curatore, Nikhil Chopra. Nikhil ha proposto come co-curatori di questa edizione, HH Art Spaces, un gruppo giovane, molto impegnato, fondato da lui a Goa nel 2014, il cui modo di vivere e lavorare insieme è parte integrante della pratica artistica.
Nikhil ha individuato nella condivisione degli spazi una dimensione economica fondamentale. Da questa economia della condivisione nasce ciò che lui definisce una “Friendship Economy”: un’economia fondata sulla cura, sulla collaborazione, sull’attenzione reciproca. Una pratica che mette al centro l’amore e la responsabilità condivisa, uno spirito di generosità che ha il potenziale di sostenere l’ecosistema artistico della regione».

Qual è stato il criterio di selezione degli artisti?
«La selezione è stata un processo collettivo, condotto insieme a HH Art Spaces. Abbiamo dedicato molto tempo alla ricerca. Le proposte ricevute sono state condivise con Nikhil, che ha messo in campo la sua ampia esperienza internazionale. Anche gli altri membri del team sono scrittori e curatori profondamente radicati nel mondo dell’arte contemporanea.
L’approccio era fortemente orientato al processo. La proposta presentata alla Biennale Foundation immaginava la Biennale quasi come un modello di residenza, in cui gli artisti potessero lavorare nel tempo. Il processo stesso diventa parte dell’opera. Questo ha permesso di attivare i luoghi in momenti diversi, attraverso performance e interventi temporanei.
La dimensione temporale è centrale ed è per questo che abbiamo intitolato questa edizione For the Time Being. Il tempo non è solo un tema, ma una condizione che si manifesta mentre si è presenti».

Guardando al percorso di questa Biennale dalla prima edizione del 2012 a oggi, qual è secondo lei il cambiamento più significativo nel modo in cui il pubblico, locale e internazionale, si confronta con l’arte contemporanea a Kochi?
«C’è stato un enorme sostegno soprattutto da parte del pubblico nazionale. All’inizio esisteva una certa esitazione, ma oggi riscontriamo rispetto, credibilità e fiducia. Anche il supporto economico è cresciuto grazie alla fiducia costruita dalla Biennale Foundation. Abbiamo un board molto solido e, grazie a questo e al sostegno della comunità artistica e delle gallerie, il finanziamento per le prossime due edizioni è già stato assicurato da alcuni benefattori».

Girando per le varie location della Biennale, si incontrano tante famiglie, ragazzi, anziani, bambini, tutti molto curiosi, attenti, rispettosi. Può affermare che lo spirito della “Biennale del popolo” sia rimasto lo stesso nel tempo?
«Assolutamente sì. Basti dire che il biglietto costa solo duecento rupie (ndr, meno di 2 euro). In un certo senso, anche il pubblico è uno dei nostri sponsor.
Questa Biennale per la comunità locale rappresenta un motivo di orgoglio ed è questo l’aspetto più importante per noi. Fin dall’inizio abbiamo capito che l’accettazione da parte della popolazione locale era essenziale. Anche se inizialmente non tutti comprendevano l’arte contemporanea, il rispetto è nato attraverso l’esperienza diretta.
Ricordo di aver partecipato all’inaugurazione di un’altra Biennale all’estero. Davanti al museo c’erano bambini che giocavano, ignari dell’evento. Mi resi conto che qualcosa non funzionava: se la comunità locale non sa cosa accade accanto a casa propria, allora c’è un problema.
Da lì abbiamo iniziato a lavorare nei college, nei villaggi, con performance teatrali e incontri pubblici. All’epoca i blogger erano fondamentali, così ne invitammo trentasei, molti dei quali non avevano mai sentito parlare di una Biennale. Pensavano si trattasse semplicemente di una mostra di pittura. Con il tempo, attraverso il dialogo e la partecipazione, le cose sono cambiate, tanto che oggi è conosciuta, appunto, come la “Biennale del popolo”.
Vede, in Kerala le cose funzionano diversamente che altrove, qui servono cura e fiducia più che regole rigide. Ho studiato e lavorato in Europa, ma qui ho imparato che l’amore e l’attenzione reciproca funzionano più di qualsiasi meccanismo economico».











