Create an account
Welcome! Register for an account
La password verrà inviata via email.
Recupero della password
Recupera la tua password
La password verrà inviata via email.
-
- container colonna1
- Categorie
- #iorestoacasa
- Agenda
- Archeologia
- Architettura
- Arte antica
- Arte contemporanea
- Arte moderna
- Arti performative
- Attualità
- Bandi e concorsi
- Beni culturali
- Cinema
- Contest
- Danza
- Design
- Diritto
- Eventi
- Fiere e manifestazioni
- Film e serie tv
- Formazione
- Fotografia
- Libri ed editoria
- Mercato
- MIC Ministero della Cultura
- Moda
- Musei
- Musica
- Opening
- Personaggi
- Politica e opinioni
- Street Art
- Teatro
- Viaggi
- Categorie
- container colonna2
- Servizi
- Sezioni
- container colonna1
La torcia che brucia
Una mostra che, nel tempo delle Olimpiadi, riflette sul simbolo del fuoco attraverso i roghi di libri del Novecento. Dal rogo di Berlino del 1933 all’“arte degenerata”, fino alla resistenza culturale della casa editrice Querido Verlag che ad Amsterdam pubblicò oltre cento libri banditi dal nazismo.
Comunicato stampa
Segnala l'evento
Il 10 maggio 1933, alle dieci di sera, sulla piazza dell'Opera di Berlino, "una delegazione di studenti sfilò preceduta dalla musica delle Squadre d'assalto [...], studenti con l'abito di gala delle rispettive corporazioni, tutti con una torcia in mano. I pompieri cosparsero di petrolio la pira e vi appiccarono il fuoco. I camion portarono allora i libri e gli studenti formarono una catena per gettarli nelle fiamme" ("Le Temps" del 12 maggio 1933). "A ogni nuovo pacco di libri gettato nelle fiamme, una voce gridava il nome dell'autore incriminato ed enunciava la sentenza: “Primo araldo: contro il materialismo e la lotta di classe, per un'unità del popolo e una concezione ideale della vita, affido alle fiamme gli scritti di Marx e di Kautsky.” E così via, contro la corruzione spirituale, l’esagerazione e la malsana complicazione della sessualità, vengono bruciati gli scritti di Freud; stessa fine per Erich Maria Remarque accusato di tradimento letterario nei confronti dei soldati della Grande Guerra: in quella notte andarono distrutti circa 25.000 volumi, accusati dal regime nazista di corrompere lo spirito tedesco, di tradire la patria o di minare l’ordine morale.
A partire dei cosiddetti nove araldi del rogo, la mostra presenta nove aree, ciascuna dedicata a uno o più autori messi al bando, proposti nell’ordine in cui i loro libri furono gettati nel fuoco. Per ciascun autore vengono esposte edizioni coeve a quelle distrutte, spesso sia in lingua tedesca che in traduzione italiana: un dato che colpisce, perché molti di questi libri continuarono a essere pubblicati e letti nel nostro Paese anche dopo il 1933. Tra i casi più sorprendenti, quello di Emil Ludwig, autore dei Colloqui con Mussolini, che lo stesso duce aveva approvato, o quello di Erich Kästner, conosciuto soprattutto per i suoi libri per bambini. Tutt’altro che autori sovversivi, ci pare. Radunare questi volumi in una mostra e studiarne gli autori, consente infatti di interrogarsi sulle motivazioni addotte per la loro distruzione, che qui ci sembrano rivelare in modo lampante l’assoluta casualità e arbitrarietà del male. Emblematica in questo senso è la celebre frase attribuita a Goebbels: «Quando sento la parola cultura, tolgo la sicura alla mia pistola».
In dialogo con il rogo di Berlino, la mostra dedica poi una sezione ai cinque autori italiani bruciati dal nazismo su altre piazze, seguendo la ricostruzione proposta da Fabio Stassi in Bebelplatz (Sellerio, 2024): Pietro Aretino, il cantore di una libertà sessuale ante litteram, che per altro era già stato condannato al rogo dalle censure della Chiesa; Giuseppe Antonio Borgese, cittadino del mondo e inguaribile utopista, probabilmente inserito nell’elenco per il suo matrimonio con la più giovane figlia di Thomas Mann, Elisabeth; Emilio Salgari, forse il più sorprendente dell’elenco, presente con un libro minore dei suoi moltissimi che poteva essere tacciato di antimilitarismo; Ignazio Silone, antifascista radicale, e Mura, unica donna della lista, disinibita narratrice di romanzi leggeri. Di questi autori, la mostra espone libri italiani degli anni Trenta in abbondanza, sottolineando anche in questo caso un paradosso significativo: nonostante la censura e la distruzione in terra tedesca, in Italia tutti questi scrittori – ad eccezione di Silone – continuarono tranquillamente a essere pubblicati e letti.
La mostra, caratterizzata da un allestimento che richiama colori e ritmi del fuoco, propone anche riproduzioni delle immagini storiche di quella funesta sfilata di torce durante il rogo di Berlino: torce simili, nella forma e nella ritualità, a quelle che oggi associamo alle Olimpiadi. In tempo olimpico, la torcia è simbolo di pace e di sospensione del conflitto – non sempre, solo tre anni dopo quel rogo, Berlino avrebbe ospitato le Olimpiadi del 1936 -. Nel contesto del nazismo, però, la stessa simbologia viene piegata a un significato opposto: la torcia non illumina, bensì distrugge.
Ma c’è anche chi, attraverso la carta, ha avuto la forza di opporsi. Tra il 1933 e il 1940 infatti, una casa editrice è stata protagonista di un’impresa rivoluzionaria. Si tratta della Querido Verlag che, fondata ad Amsterdam dall'editore olandese Emanuel Querido e dal direttore editoriale tedesco Fritz Landshoff, aveva come obiettivo la pubblicazione di autori banditi o messi al rogo dal regime nazista, tra cui figurano opere di Albert Einstein, dei fratelli Thomas ed Heinrich Mann e tanti altri in mostra. L’esperienza della Querido Verlag rappresenta una forma concreta di resistenza culturale: un progetto nato per rispondere all’emergenza, conclusosi tragicamente con l’invasione dei Paesi Bassi e la deportazione e uccisione di Emanuel Querido.
La mostra affronta inoltre il tema dell’“arte degenerata”, espressione con cui il regime nazista bollò l’arte moderna, in nome della difesa della classicità, dell’ordine e dei valori della razza. Lo documentiamo nella nostra esposizione con libri d’artista e materiali dalla nostra kollezione legati a maestri come Chagall e Kandinskij. Anche in questo caso sono esposti libri e cataloghi del periodo nazista in diverse lingue occidentali.
Il percorso si conclude con una sezione dedicata a Fahrenheit 451 di Ray Bradbury, romanzo distopico che nel corso del tempo, anche grazie alla sua trasposizione cinematografica, è diventato simbolo dell’amore per i libri e della difesa della memoria. In mostra vengono proiettati anche estratti dal film di François Truffaut, in particolare le scene dei roghi. La vicenda di Guy Montag, pompiere incaricato di bruciare libri e poi ribelle, richiama il senso ultimo dell’esposizione: la cultura, anche se minacciata, può e deve sopravvivere attraverso le persone che la custodiscono e la raccontano. Durante il periodo olimpico, mentre a Milano si accenderà il braciere ufficiale dei Giochi, la Kasa dei Libri accende simbolicamente il proprio: un fuoco che non distrugge ma illumina la memoria.
A partire dei cosiddetti nove araldi del rogo, la mostra presenta nove aree, ciascuna dedicata a uno o più autori messi al bando, proposti nell’ordine in cui i loro libri furono gettati nel fuoco. Per ciascun autore vengono esposte edizioni coeve a quelle distrutte, spesso sia in lingua tedesca che in traduzione italiana: un dato che colpisce, perché molti di questi libri continuarono a essere pubblicati e letti nel nostro Paese anche dopo il 1933. Tra i casi più sorprendenti, quello di Emil Ludwig, autore dei Colloqui con Mussolini, che lo stesso duce aveva approvato, o quello di Erich Kästner, conosciuto soprattutto per i suoi libri per bambini. Tutt’altro che autori sovversivi, ci pare. Radunare questi volumi in una mostra e studiarne gli autori, consente infatti di interrogarsi sulle motivazioni addotte per la loro distruzione, che qui ci sembrano rivelare in modo lampante l’assoluta casualità e arbitrarietà del male. Emblematica in questo senso è la celebre frase attribuita a Goebbels: «Quando sento la parola cultura, tolgo la sicura alla mia pistola».
In dialogo con il rogo di Berlino, la mostra dedica poi una sezione ai cinque autori italiani bruciati dal nazismo su altre piazze, seguendo la ricostruzione proposta da Fabio Stassi in Bebelplatz (Sellerio, 2024): Pietro Aretino, il cantore di una libertà sessuale ante litteram, che per altro era già stato condannato al rogo dalle censure della Chiesa; Giuseppe Antonio Borgese, cittadino del mondo e inguaribile utopista, probabilmente inserito nell’elenco per il suo matrimonio con la più giovane figlia di Thomas Mann, Elisabeth; Emilio Salgari, forse il più sorprendente dell’elenco, presente con un libro minore dei suoi moltissimi che poteva essere tacciato di antimilitarismo; Ignazio Silone, antifascista radicale, e Mura, unica donna della lista, disinibita narratrice di romanzi leggeri. Di questi autori, la mostra espone libri italiani degli anni Trenta in abbondanza, sottolineando anche in questo caso un paradosso significativo: nonostante la censura e la distruzione in terra tedesca, in Italia tutti questi scrittori – ad eccezione di Silone – continuarono tranquillamente a essere pubblicati e letti.
La mostra, caratterizzata da un allestimento che richiama colori e ritmi del fuoco, propone anche riproduzioni delle immagini storiche di quella funesta sfilata di torce durante il rogo di Berlino: torce simili, nella forma e nella ritualità, a quelle che oggi associamo alle Olimpiadi. In tempo olimpico, la torcia è simbolo di pace e di sospensione del conflitto – non sempre, solo tre anni dopo quel rogo, Berlino avrebbe ospitato le Olimpiadi del 1936 -. Nel contesto del nazismo, però, la stessa simbologia viene piegata a un significato opposto: la torcia non illumina, bensì distrugge.
Ma c’è anche chi, attraverso la carta, ha avuto la forza di opporsi. Tra il 1933 e il 1940 infatti, una casa editrice è stata protagonista di un’impresa rivoluzionaria. Si tratta della Querido Verlag che, fondata ad Amsterdam dall'editore olandese Emanuel Querido e dal direttore editoriale tedesco Fritz Landshoff, aveva come obiettivo la pubblicazione di autori banditi o messi al rogo dal regime nazista, tra cui figurano opere di Albert Einstein, dei fratelli Thomas ed Heinrich Mann e tanti altri in mostra. L’esperienza della Querido Verlag rappresenta una forma concreta di resistenza culturale: un progetto nato per rispondere all’emergenza, conclusosi tragicamente con l’invasione dei Paesi Bassi e la deportazione e uccisione di Emanuel Querido.
La mostra affronta inoltre il tema dell’“arte degenerata”, espressione con cui il regime nazista bollò l’arte moderna, in nome della difesa della classicità, dell’ordine e dei valori della razza. Lo documentiamo nella nostra esposizione con libri d’artista e materiali dalla nostra kollezione legati a maestri come Chagall e Kandinskij. Anche in questo caso sono esposti libri e cataloghi del periodo nazista in diverse lingue occidentali.
Il percorso si conclude con una sezione dedicata a Fahrenheit 451 di Ray Bradbury, romanzo distopico che nel corso del tempo, anche grazie alla sua trasposizione cinematografica, è diventato simbolo dell’amore per i libri e della difesa della memoria. In mostra vengono proiettati anche estratti dal film di François Truffaut, in particolare le scene dei roghi. La vicenda di Guy Montag, pompiere incaricato di bruciare libri e poi ribelle, richiama il senso ultimo dell’esposizione: la cultura, anche se minacciata, può e deve sopravvivere attraverso le persone che la custodiscono e la raccontano. Durante il periodo olimpico, mentre a Milano si accenderà il braciere ufficiale dei Giochi, la Kasa dei Libri accende simbolicamente il proprio: un fuoco che non distrugge ma illumina la memoria.
10
febbraio 2026
La torcia che brucia
Dal 10 febbraio al 05 marzo 2026
libri ed editoria
Location
KASA DEI LIBRI
Milano, Largo Aldo De Benedetti, 4, (Milano)
Milano, Largo Aldo De Benedetti, 4, (Milano)
Orario di apertura
da lunedì a venerdì ore 15-19
Vernissage
10 Febbraio 2026, ore 18
Sito web
Autore




