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L’intero archivio di John Alvin, autore di alcuni tra i manifesti più iconici della storia del grande schermo, è ufficialmente in vendita. Anche se il suo nome può non essere immediatamente riconoscibile, lo sono le sue immagini. È di John Alvin, per esempio, la celebre locandina di E.T. the Extra-Terrestrial (1982), con l’indice luminoso dell’alieno che sfiora la mano di un bambino, un chiaro rimando alla Creazione di Adamo michelangiolesca. Così come sono sue le atmosfere sospese di Blade Runner, le epiche visioni spaziali di Star Trek VI: The Undiscovered Country e l’alba maestosa de The Lion King.
Come riportato da Artnet, a gestire la cessione è la vedova e collaboratrice storica dell’artista, Andrea Alvin, che dopo anni ha deciso di affidare il fondo a un unico acquirente – privato o istituzionale – con l’obiettivo di preservarne l’integrità e mantenere un racconto coerente della memoria visiva del cinema.

Oltre mille opere, per un mestiere scomparso
L’archivio comprende più di mille pezzi tra poster originali, bozzetti, studi preparatori, illustrazioni e materiali di processo, coprendo un arco temporale che va dagli anni Settanta ai Novanta. È il periodo in cui il manifesto cinematografico illustrato raggiunge uno dei suoi apici espressivi, prima di essere progressivamente sostituito dalla grafica digitale e da strategie di marketing sempre più standardizzate. Negli anni della cosiddetta “rinascita Disney”, Alvin firma anche i poster di The Little Mermaid, Beauty and the Beast e Aladdin, contribuendo a definire l’immaginario di una generazione.
Nato nel 1948 a Hyannis, Massachusetts, Alvin si forma all’Art Center College of Design di Los Angeles e debutta nel 1974 con il poster di Blazing Saddles di Mel Brooks. Da lì in avanti, la sua carriera si intreccia con alcuni dei titoli più rilevanti del cinema commerciale e d’autore americano.

Il suo processo era meticoloso: ideazione, bozzetti, confronto con gli studios, pittura su grande formato, spesso quasi nelle dimensioni finali del manifesto per via dei limiti tecnici di stampa, lettering manuale e un uso virtuosistico dell’aerografo. Alvin applicava strati sottilissimi di colore, quasi acquerellati, per ottenere quell’effetto di “heavy light” – luce intensa e drammatica – che tanto lo affascinava nei film di Steven Spielberg.
Con l’avvento del digitale, questa pratica artigianale è diventata progressivamente marginale. L’archivio rappresenta dunque anche la testimonianza di una tecnica e di un approccio oggi quasi estinti, in un panorama dominato da formule replicabili e adattate ai mercati globali.

Un valore sostanzioso, per una legacy che si riapre
Secondo quanto riferito da Artnet, l’eredità Alvin punta a una cifra sostanziosa per l’intero archivio. Una valutazione sostenuta anche dai risultati d’asta: l’illustrazione originale di E.T. ha raggiunto 394mila dollari da Heritage Auctions nel 2016, mentre opere legate a franchise come Star Wars o Blade Runner superano regolarmente le cinque cifre.
Il mercato dell’illustrazione fantasy e della memorabilia cinematografica è in forte ascesa, inoltre, l’imminente apertura del Lucas Museum of Narrative Art, che già possiede alcune opere di Alvin, segnala un riconoscimento istituzionale crescente per l’arte illustrativa legata al cinema.
Per Andrea Alvin, la vendita segna la fine di una fase di custodia e l’inizio di una nuova circolazione pubblica: «È tempo che questa collezione esca nel mondo». L’auspicio è che venga resa accessibile, permettendo di raccontare non solo i film ma il processo creativo che li ha accompagnati.











