15 febbraio 2026

Primavera è il film con Tecla Insolia che orchestra la disobbedienza

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Al cinema il nuovo film di Damiano Michieletto, libera rilettura dello "Stabat Mater" di Tiziano Scarpa, che intreccia sacro, profano e Vivaldi

primavera tecla insolia
Primavera, Damiano Michieletto

A margine degli antipodici fenomeni di Zalone e Sorrentino (gli unici due italiani in grado di portare massivamente il pubblico in sala), Tecla Insolia e Michele Riondino si sono lasciati coinvolgere da varie scelte di buon gusto, capaci d’accattivare lo spettatore più esigente, ma anche di parlare in maniera comprensibile. In questo caso si tratta di Primavera, opera seconda di Damiano Michieletto che ci propone una libera trasposizione dello Stabat Mater di Tiziano Scarpa (Premio Strega 2009).

La trama in breve: Venezia, 1703. Un malconcio don Antonio Vivaldi (Michele Riondino) viene assunto dal Pio Ospedale della Pietà per prender la guida dell’orchestra interna. L’istituto cresce orfane e le instrada alla musica mentre le giovani – tra disciplina ferrea, passioni e insofferenza – vivono nella speranza di riscatto delle famiglie naturali oppure ostaggio del danaro di qualche facoltoso spasimante. La più ribelle del gruppo – Cecilia (Tecla Insolia) – si troverà a prender confidenza con il nuovo maestro, proprio all’alba del suo promesso matrimonio con un celebratissimo eroe di guerra (Stefano Accorsi).

Il film pare voler essere la risposta “competente” a quel Gloria di Margherita Vicario che sembrava aver scontentato molti per la libertà naif con cui l’artista pop trattava il tema musico-femminista. Con nerbo più operistico, Michieletto (anche regista lirico) imbastisce stavolta un lavoro più rigoroso, fatto di chiaroscuri, che rimanda a un cinema dal respiro internazionale ma dal cast tutto italiano. Oltre alla regia garbata, ottime anche le interpretazioni di Insolia (che qui ricorda la Modesta de L’arte della gioia) e colleghe, senza dimenticare l’intervento semiserio dell’orco mammonista di Andrea Pennacchi. La voce fuori campo di Cecilia stabilisce fin da subito l’ordinamento dell’opera: libertà contro denaro. Nell’istituto tutto ha un prezzo – proprio come nella società all’esterno – e chi non può permettersi di pagarlo viene segregato. A farne le spese sono le mille femminilità violate: da quella innocentissima che apre la pellicola, a quella repressa della priora del collegio (Fabrizia Sacchi), fino a quella ipotizzata della madre di Cecilia stessa, interpellata attraverso un segreto epistolario a lume di candela (recitato, appunto, dalla voce fuori campo che dicevamo poc’anzi).

Ciò che ne risulta è un prodotto solido, in cui la materia sonora è stavolta affrontata con coerenza diegetica e affidata a interpreti dotati (la Insolia è anche una cantante di professione). Primavera risulta, così, in grado di assolvere ai due scopi del grande cinema tradizionale: il racconto e la didattica. Nel primo caso, l’opera appassiona alla maniera più semplice e onesta, nel secondo erudisce chi dà per scontato lo statuto storico di Antonio Vivaldi, oggi considerato caposaldo, ma per lungo periodo a rischio d’oblio assoluto.

Michele Riondino nel ruolo del “Prete Rosso” è, forse, un po’ troppo piacente, tuttavia l’attore pugliese migliora di film in film e qui riesce a tramutare il suo lampeggiante giogionismo in un buon gancio per la sua sofferta storia d’amore platonico. La Primavera del titolo sta proprio qui dentro, nella ricorsiva rinascita dalla morte degli inverni che la vita ci riserva, avventure pericolose in cui sono richiesti coraggio e passione a fronte di una società sempre più gretta e brutale. Che poi il titolo inganni lo spettatore, facendogli magari sperare che si tratti della storia diretta del celebre concerto, è un altro punto di merito agli autori: semplicità, ma non banalità. A fine corsa sapremo cosa ha innescato il rinascimento vivaldiano, in una grande ipotesi capace di mettere al primo posto la vicenda femminista anti-patriarcale e lasciando sullo sfondo l’innesco esplicito a Le Quattro Stagioni, come un sottotesto o un immaginario séguito del temperato dramma di cui abbiamo appena goduto. Plauso anche alla fotografia di Daria D’Antonio.

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