16 febbraio 2026

Nuova legge israeliana sui siti archeologici del West Bank: via libera preliminare

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Israele ha presentato un disegno di legge per la supervisione delle antichità della Cisgiordania. Il gesto è stato condannato come violazione del diritto internazionale e ulteriore escalation verso l’annessione del territorio palestinese

La chiesa di San Giovanni Battista a Sebastia. Ph: Danita Delimont

La Commissione Legislativa del Knesset ha approvato in prima lettura, l’8 febbraio, un disegno di legge che punta ad ampliare in modo significativo il controllo israeliano sui siti archeologici della Cisgiordania. Il provvedimento, promosso dal Ministero del Patrimonio, prevede l’estensione dei poteri dell’Autorità israeliana per le antichità anche in aree che, secondo gli Accordi di Oslo, rientrano sotto amministrazione civile palestinese, conferendo al Ministro del patrimonio stesso, Amihai Eliyahu, «Ampia autorità».

Se l’iter legislativo dovesse concludersi positivamente, l’autorità statale israeliana potrebbe dichiarare nuovi siti archeologici, intervenire direttamente nella loro gestione e, in determinati casi, procedere all’espropriazione di terreni e reperti per finalità di tutela. Tra le disposizioni, figura anche la creazione di un organismo con membri nominati dal governo, incaricato di coordinare le attività nei territori interessati.

In un contesto segnato dal protrarsi delle tensioni tra Palestina e Israele, il tema della sovranità e dell’amministrazione dei territori torna con forza al centro dell’agenda politica. Il disegno di legge dovrebbe essere sottoposto a tre letture nel Plenum della Knesset – il massimo organo legislativo della Camera – e approvato teoricamente entro la fine del mese.

In una dichiarazione congiunta, i gruppi Peace Now e Geneva Initiative, insieme alla ONG israeliana Emek Shaveh, hanno espresso preoccupazione per le implicazioni politiche del provvedimento, definendo il disegno di legge una «Annessione extraterritoriale» che «Rappresenta una seria minaccia alla fattibilità di una soluzione negoziata a due Stati». La dichiarazione ha sottolineato come l’estensione della giurisdizione israeliana su aree della Cisgiordania violi la Convenzione dell’Aia del 1954 e la Quarta Convenzione di Ginevra, «Che proibiscono a una potenza occupante di apportare modifiche istituzionali permanenti o di esercitare diritti sovrani», e che «L’applicazione dell’autorità israeliana alle Aree A e B smantellerebbe di fatto l’Accordo di Oslo II, che ha assegnato la responsabilità civile per le antichità all’Autorità Nazionale Palestinese».

Uno dei nodi più discussi riguarda la possibilità che la dichiarazione di nuovi siti archeologici comporti restrizioni all’uso dei terreni circostanti e modifichi l’accesso a zone adiacenti a centri abitati palestinesi. In questo quadro, la tutela del patrimonio si intreccia con questioni di diritti di proprietà e sovranità.

E mentre i promotori della legge sostengono che l’obiettivo sarebbe rafforzare la protezione di un patrimonio ritenuto vulnerabile a scavi illegali e danneggiamenti, i gruppi attivisti che hanno redatto la lettera criticando la mossa hanno affermato che si tratta di un furto di terre: «Il potere di dichiarare siti ed espropriare terre fornisce un pretesto legale per stabilire il controllo israeliano in profondità nei centri abitati palestinesi». Molti dei 6mila siti archeologici in Cisgiordania, infatti, si trovano all’interno o in prossimità di città palestinesi.

In un’affermazione pubblica, Mahmoud Abbas, capo dell’Autorità Nazionale Palestinese, che governa alcune parti della Cisgiordania, ha definito la nuova legislazione «Pericolosa» e «Un aperto tentativo israeliano di legalizzare l’espansione degli insediamenti, la confisca delle terre e la demolizione delle proprietà palestinesi, anche nelle aree sotto la sovranità palestinese».

Il patrimonio archeologico della Cisgiordania rappresenta da decenni un terreno sensibile, dove identità storica e rivendicazioni politiche si sovrappongono. Dai siti dell’età del Bronzo alle vestigia romane e bizantine, ogni intervento istituzionale assume una dimensione che va oltre la conservazione materiale.

In un post pubblicato su Facebook, Amichai Eliyahu, che è un membro del partito ultranazionalista di estrema destra Otzma Yehudit, ha parlato della legge esprimendosi così: «E non c’è bisogno di perdonare o negare. Infatti conquistiamo. Come Giosuè conquistò il paese di Abramo, Isacco e Giacobbe, suoi padri. Perché aveva due ruoli per il movimento sionista. Quello, tornato con Israele al suo paese, e la seconda, la liberazione del paese dai suoi occupanti». E ancora. «Non è solo archeologia, infatti. È una dichiarazione di sovranità. Operiamo come qualsiasi paese al mondo che si prende cura dei suoi siti patrimonio. Lei dice così: questa è la mia patria. Quando la Francia investe nel Louvre, dice: Questa è la nostra cultura. Quando l’Italia investe nel Colosseo, dice: Questa è la nostra identità. E quando Israele investe sull’altare di Giosuè, lei dice genialmente: Questa è la nostra terra, la nostra patria».

Per quanto riguarda la città di Sebastia, inserita nella lista provvisoria del Patrimonio Mondiale dell’UNESCO per la Palestina dal 2012, la nuova legge si aggiunge alle manovre già effettuate nel novembre 2025, quando l’ICA, l’Amministrazione Civile Israeliana, ha notificato un avviso annunciando il sequestro del sito storico adiacente alla città, nell’Area C, nonché di appezzamenti di terreno appartenenti ai residenti di Sebastia e della vicina città di Burqa. L’appropriazione, che rappresenta il più grande sequestro di un sito archeologico da quando Israele occupò la zona a seguito della Guerra dei Sei Giorni del 1967, rappresenta un’enorme minaccia per i residenti del villaggio, in quanto si teme una separazione fisica del sito da quest’ultimo (che ne dipende economicamente) tramite strade di circonvallazione.

A seguito della dichiarazione pubblica circa l’ordine di espropriazione nel novembre dello scorso anno, Binyamin Har-Even, funzionario di stato maggiore per l’archeologia presso l’Amministrazione civile, ha affermato al canale israeliano Channel 7: «Sebastia è uno dei siti archeologici più importanti della Giudea e della Samaria. L’espropriazione permetterà di proteggere i resti, riparare i danni e rendere il sito accessibile alle generazioni future. Continueremo ad agire per salvaguardare il patrimonio del nostro patrimonio nazionale».

Tayla Ezrahi, responsabile delle Relazioni Internazionali e dell’Advocacy di Emek Shaveh, ha affermato invece: «L’argomentazione israeliana secondo cui l’espropriazione di 1.800 dunum di terra ai residenti di Sebastia e Aqraba sia necessaria è pura manipolazione. Israele sostiene che la terra debba essere confiscata per proteggere il sito, eppure esercita già pieni poteri esecutivi sull’area. L’espropriazione è in realtà volta a facilitare lo sviluppo del sito, la costruzione di una strada che porterà gli israeliani dall’Area C e la recinzione del sito per impedirne l’accesso ai palestinesi. Nessuna di queste misure è in alcun modo correlata alla conservazione; piuttosto, servono come strumenti per espellere i palestinesi dal sito».

In questo contesto si inserisce, su un piano diverso ma non privo di risonanze simboliche, la recente decisione del British Museum di rivedere alcune didascalie nelle gallerie dedicate all’antico Vicino Oriente, rimuovendo il termine “palestinese” in riferimento a contesti storici considerati anacronistici. La scelta, maturata dopo una segnalazione formale da parte di un gruppo di avvocati britannici, è stata motivata dall’istituzione londinese con l’esigenza di maggiore precisione cronologica. Anche in quel caso, il linguaggio museale è diventato oggetto di un confronto pubblico che travalica l’ambito strettamente accademico, rendendo l’arte uno strumento di definizione più strettamente politico che – genuinamente – artistico o storico.

Non esistono compartimenti stagni tra cultura materiale e questioni politiche più ampie; resta da vedere quale sarà l’esito dell’iter parlamentare e quali eventuali modifiche verranno introdotte nelle fasi successive. Nel frattempo, il dibattito conferma quanto il patrimonio culturale, in una regione segnata da conflitti e rivendicazioni contrapposte, continui a essere uno spazio in cui si riflettono tensioni politiche, belliche, giuridiche e identitarie. E come la sopraffazione, mascherata da rivendicazione culturale, possa investire anche l’ambito storico-artistico.

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