18 febbraio 2026

A Roma due mostre riportano alla luce l’arte appartata di Antonio Scordia

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Due mostre romane riportano alla luce l’opera appartata e rigorosa di un maestro del secondo Novecento: dall’antologica a Villa Torlonia all’omaggio più essenziale e rivelatore alla Mucciaccia Gallery

Antonio Scordia nello studio di via degli Orti della Farnesina, 1963

C’è una specie di discrezione, oggi rara, nella parabola di certi pittori del secondo Novecento italiano: figure appartate, non gridate e, proprio per questo, più difficili da restituire al pubblico contemporaneo, abituato al clamore più che alla persistenza. Antonio Scordia appartiene a questa razza di artisti. Presente nei repertori, seguito con attenzione dai critici più avvertiti del suo tempo, eppure progressivamente scivolato in quella zona grigia dove la storia dell’arte conserva senza più raccontare, come accade spesso a chi non ha mai cercato la retorica dell’avanguardia ma soltanto la necessità del proprio mestiere.

Roma offre oggi l’occasione per rimettere ordine in questa dimenticanza attraverso un progetto articolato che si dispiega in due sedi, ma sotto un’unica regia culturale. Da una parte, l’importante antologica ospitata al Casino dei Principi di Villa Torlonia, in programma fino al 29 marzo; dall’altra, l’omaggio che Mucciaccia Gallery ha dedicato all’artista fino al 9 marzo, in un ideale prolungamento di questo ritorno romano.

Antonio Scordia, La realtà che diventa visione, veduta della mostra, Casino dei Principi di Villa Torlonia, Roma, Foto Valerio Polici

Due mostre, dunque, ma un unico gesto: la restituzione di un pittore appartato e rigoroso, che torna oggi alla visibilità attraverso un lavoro di cura e responsabilità critica. Non è secondario, in questo senso, che la mostra di Villa Torlonia sia prodotta e sostenuta proprio da Mucciaccia Gallery, che ne accompagna la realizzazione come parte integrante del progetto. La figura della curatrice, Giovanna Caterina de Feo, attraversa entrambe le iniziative, garantendo una continuità di sguardo che raramente si riscontra in operazioni di recupero.

Antonio Scordia, La realtà che diventa visione, veduta della mostra, Casino dei Principi di Villa Torlonia, Roma, Foto Valerio Polici

La grande esposizione al Casino dei Principi rappresenta il primo momento di questa ricognizione. Circa 80 opere tra dipinti e disegni compongono un percorso ampio, cronologicamente esteso, capace di ricostruire la parabola dell’artista dagli esordi fino agli ultimi decenni. È un ritorno significativo nella città dove Scordia si formò e scelse di vivere, pur nato a Buenos Aires da genitori italiani e pur avendo attraversato capitali come Parigi, Londra, New York. Roma, per lui, non fu soltanto un luogo, ma un tempo interiore: una sedimentazione lenta, una disciplina dello sguardo.

Il percorso espositivo si apre con gli anni della formazione, nel clima figurativo della cosiddetta Scuola romana. Ritratti, nature morte, interni silenziosi mostrano un pittore severo, trattenuto, già attraversato da una tensione che non è mai soltanto ottica ma mentale. In queste prime prove si avverte la pazienza dell’occhio e insieme una sotterranea inquietudine: come se la pittura non fosse descrizione, ma interrogazione.

Antonio Scordia, La realtà che diventa visione, veduta della mostra, Casino dei Principi di Villa Torlonia, Roma, Foto Valerio Polici

Poi, nella seconda metà degli anni Cinquanta, qualcosa comincia a mutare. La forma lentamente si scioglie, non per scelta ideologica ma per necessità interna. La figura resta come traccia, come eco, mentre il colore si fa atmosfera, spazio mentale. Scordia non “passa” all’astrazione: semmai la attraversa, la ingloba, mantenendo sempre un residuo di realtà da cui partire. È una trasformazione continua, senza proclami, come avviene nei pittori autentici, che non inseguono le categorie ma ascoltano la propria lingua.

Gli anni Sessanta e Settanta portano grandi tele dove lo spazio sembra respirare in campi sospesi, in contorni appena sfumati, in geometrie liriche mai rigide. La pittura si fa progressivamente più rarefatta ma non perde consistenza. Il colore non è superficie decorativa: è profondità, è memoria, è materia che trattiene. Non c’è compiacimento nella dissoluzione: ogni opera resta misurata, controllata, come se l’artista temesse sempre l’enfasi e cercasse invece una forma di verità discreta.

Antonio Scordia, La realtà che diventa visione, veduta della mostra, Casino dei Principi di Villa Torlonia, Roma, Foto Valerio Polici

È proprio questa qualità che rende oggi necessario il suo ritorno. In un panorama spesso dominato dall’eccesso di discorso e dalla bulimia curatoriale, Scordia appare come un pittore che ha lavorato in silenzio, con coerenza, senza mai smarrire il senso della pittura come disciplina e come esercizio morale. Il suo linguaggio non è mai diventato slogan, non si è mai prestato al consumo rapido: è rimasto fedele a una ricerca lenta, personale, quasi appartata.

La mostra a Villa Torlonia culmina con le opere mature, dove la realtà non è più oggetto da rappresentare ma soglia da attraversare. Specchi, pietre, interni: titoli che non descrivono, ma suggeriscono. La pittura diventa luogo mentale, sospensione, stato dell’immagine. E l’esposizione si chiude con la meno nota attività nel campo delle arti applicate — ceramiche, arazzi — quasi a confermare una vocazione che non ha mai voluto confinarsi entro limiti disciplinari ma ha attraversato materiali diversi mantenendo intatto lo stesso sguardo.

Ritratto Antonio Scordia nello studio di via Picardi, 1954

In questo contesto, la mostra che Mucciaccia Gallery presenterà fino al 9 marzo 2026 assume un valore particolare come naturale controcanto. Un omaggio più ravvicinato, più intimo, capace di riportare Scordia dentro una dimensione di prossimità, sottratta alla scansione storica dell’antologica e affidata invece alla misura breve della selezione.

Antonio Scordia, Estate barocca, 1967 Olio su tela; 155 x 195cm

Là dove lo spazio museale restituisce la parabola completa, la galleria potrà mettere in luce l’essenza poetica di questa pittura: l’equilibrio fra riconoscibilità e dissoluzione, fra visibile e mentale, fra realtà e immaginazione. Sarà un secondo momento interno allo stesso progetto, guidato dalla medesima cura, come se la pittura di Scordia richiedesse, oggi più che mai, uno sguardo duplice: quello della storia e quello della prossimità.

Così, questo doppio appuntamento romano va letto come una restituzione necessaria. Scordia riemerge come una presenza autentica del secondo Novecento italiano, non riducibile a scuola o tendenza, ma riconoscibile nella sua coerenza silenziosa.

Antonio Scordia, Teatrino,1974 Olio su tela; 73 × 92 cm

Un pittore per cui la realtà è memoria che si fa visione. E che proprio per questo, oggi più che allora, merita finalmente di essere guardato con attenzione, senza clamore, ma con quella serietà che si deve alle opere che parlano sottovoce.

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