-
- container colonna1
- Categorie
- #iorestoacasa
- Agenda
- Archeologia
- Architettura
- Arte antica
- Arte contemporanea
- Arte moderna
- Arti performative
- Attualità
- Bandi e concorsi
- Beni culturali
- Cinema
- Contest
- Danza
- Design
- Diritto
- Eventi
- Fiere e manifestazioni
- Film e serie tv
- Formazione
- Fotografia
- Libri ed editoria
- Mercato
- MIC Ministero della Cultura
- Moda
- Musei
- Musica
- Opening
- Personaggi
- Politica e opinioni
- Street Art
- Teatro
- Viaggi
- Categorie
- container colonna2
- Servizi
- Sezioni
- container colonna1
Robert Duvall è stato l’attore rassicurante della Nuova Hollywood
Cinema
Tutti sanno chi era Robert Duvall – “un grande attore americano” – in pochi potrebbero enumerare più dei titoli fuori dalla filmografia di Coppola. Una presenza rassicurante, l’esperto veterano che salva baracca e burattini, ma senza fare l’all-in delle produzioni col solo nome sulla locandina. Non un De Niro, non un Pacino – non un brand. Qualcuno dimenticherebbe persino il suo Oscar del 1984, vinto in uno dei rari interventi da protagonista assoluto, in quella performance tutta “in levare” che ha reso Tender Mercies più di un semplice film dall’odor conservatore. Duvall, infatti, se lo trascina per intero attraverso uno scenario brullo e crepuscolare, in un selciato fatto di memoria della recessione, godimento delle piccole cose, epica da Midwest springsteeniano e battesimi, e qui si colloca come un reduce vero, con i segni del non detto su un sembiante rassicurante. Forse il senso della sua carriera sta tutta in un film così, conservatore e sensibile al contempo, in cui non succede nulla (se non a telefono o nelle ellissi del racconto) e introietta il dolore nell’underacting più assoluto.
Parlare di Robert Duvall è parlare dell’invisibile. Il tono è lo stesso adottato per John Cazale, senza però l’ausilio della grandeur attribuibile a quest’ultimo. Sì, perché il coriaceo attore e regista di San Diego (1931-2026) di anni davanti a sé ne ha avuti molti di più e ha fatto in tempo a prender parte non solo a capolavori (come nel caso dell’altro), ma anche a sonorissimi tonfi. In questo lungo intervallo storico il suo volto, così dimesso e genuino, si è imposto di per sé come qualcosa di memorabile. Il feticcio del suo spettacolo consisteva proprio in questo; Duvall è stato uno dei sintomi di quella politica degli autori che ha reso la Nuova Hollywood ciò che è stata nel suo periodo d’oro (1955-1984), cioè straordinariamente votata alla ricerca dell’anti-divismo. L’attorialità invece c’era tutta, addirittura nel senso più autentico del termine: il mestiere del palcoscenico. E infatti Robert si avvicina al cinema nel 1962 con Il buio oltre la siepe, dopo una carriera di prim’ordine nel teatro americano (porta in scena Tennessee Williams, Arthur Miller, David Mamet, eccetera). Precedentemente si era formato presso la Neighborhood Playhouse School di New York – con gente tipo Meisner – e avrebbe poi cavalcato l’epos tardo novecentesco dell’uomo americano al centro di una congiuntura capace di rendere immortali i suoi protagonisti.
La calibratura zen dell’uomo Duvall, repubblicana nella scelta e democratica nella sua attuazione, è tipica di quell’alveo diversificato di personaggi che interpretano un po’ se stessi, trasversalmente rispetto alla politica – Eastwood su tutti – in quel tono minore costruito, tassello dopo tassello, attraverso tanti ruoli da comprimario e rari da protagonista. Duvall è stato Kilgore (quello del “napalm al mattino”) in Apocalypse Now (1979), Jesse James nel film di Philip Kaufman del 1974, il patriarca nello sfortunato Handmaid’s Tale del 1990, il militare intransigente ne Il Grande Santini (1980), il giudice burbero ma idealista in The Judge (2014) con Robert Downey Jr., e ancora e ancora. Tutti ruoli paternalistici con dentro un segreto: nessun paternalismo. La negazione è proprio esplicitata nell’altra faccia della sua filmografia: Un giorno di ordinaria follia, in cui interpreta un poliziotto vicino alla pensione grassoccio e rallentato, THX 1138, in cui è un androide senziente e libertario, Il Padrino, in cui il ruolo del “consigliori” non è altro che l’argine alla mascolinità tossica del potere.
Un titolo mai troppo celebrato, invece, The Paper del 1994, di Ron Howard – è stato proprio il protagonista Michael Keaton a ricordarlo più affettuosamente in questi giorni. Qui, in risposta a un consiglio paternalistico, al personaggio di Duvall è affidata una frase iconica: «Quando hai la mia età […] tutti ti vedono come una figura paterna, ma tu in realtà sei lo stesso stronzo di sempre». Ecco, in qualche modo l’epopea artistica duvalliana si può sintetizzare tutta in questo binomio: bel film dimenticato/frase memorabile. Rassicurante. E nell’immagine di un padre nascosto dietro una colonna, perso a osservare la propria prole far carriera mentre lui, silenziosamente devastato dagli errori commessi con quella stessa prole, se ne va, maestro inavvertito di qualcosa che scopriremo più avanti, nel film.










