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Tracey Emin: cinque citazioni per entrare nel suo universo artistico
Arte contemporanea
di redazione
Tracey Emin è una di quelle artiste che non lasciano indifferenti. Figlia irregolare della stagione Young British Artists, insignita del grado di Dama Comandante dell’Ordine dell’Impero Britannico Per i servizi all’arte, ha imparato a spiazzare l’osservatore mettendo in primo piano la propria vita, senza costruirle attorno alcuna distanza protettiva. Ecco perché le interviste si rivelano una chiave significativa per entrare nella sua ricerca. In attesa di A Second Life, la grande mostra che aprirà alle Eyal Ofer Galleries della Tate Modern di Londra, in collaborazione con Gucci, dal 27 febbraio al 31 agosto 2026, abbiamo scelto cinque sue risposte, come altrettante porte d’accesso, insieme biografiche, poetiche ed estetiche, per orientarsi nel suo lavoro.

Art has many rooms. I take one, Jeff takes another. Some people want a giant Jeff Koons on their garden lawn; it makes them feel good. Well, go on, feel good. My work isn’t necessarily going to make you feel good, but it might make you re-evaluate and slow down
«L’arte ha molte stanze. Io ne occupo una, Jeff un’altra. C’è chi desidera un Jeff Koons gigantesco sul prato del proprio giardino: li fa sentire bene. E va bene così, sentitevi bene. Il mio lavoro non è detto che vi faccia sentire bene, ma potrebbe portarvi a riconsiderare le cose e a rallentare»
In una intervista al Time, Emin definisce la propria posizione senza gerarchie morali: il suo spazio di espressione è quello in cui l’esperienza privata diventa materia pubblica, con tutto ciò che comporta. È un’autobiografia senza cornice consolatoria che, pur non ricercando l’empatia a tutti i costi, reclama comunque una certa dose di attenzione e invita a superare il momento di attrito, per rimettere a fuoco l’opera – e la vita stessa. In questo senso la mostra alla Tate Modern, annunciata come un attraversamento di 40 anni di ricerca tra pittura, neon, tessili, video, scrittura e installazione, apre le porte di una stanza abitata a lungo e spesso fraintesa.

I’d never make my tent – Everyone I Have Ever Slept With, 1963 to 1995 – now. But I just wouldn’t make that work. I was a lot more up-front then, and I had less to lose. It’s quite good that [the tent] burnt
«Non costruirei mai la mia tenda – Everyone I Have Ever Slept With 1963–1995 – oggi. Non la farei più. Allora ero molto più diretta e avevo meno da perdere. È quasi un bene che [la tenda] sia bruciata»
Emin fa riferimento a Everyone I Have Ever Slept With 1963–1995, nota anche come The Tent, una delle sue opere più celebri. Si trattava di una tenda all’interno della quale l’artista aveva cucito, in appliqué, i nomi di tutte le persone con cui aveva condiviso un letto – non necessariamente rapporti sessuali ma anche momenti di intimità e vicinanza. L’opera, divenuta rapidamente iconica e parte della collezione di Charles Saatchi, fu distrutta nell’incendio del deposito Momart a Londra nel 2004. Da allora Emin ha sempre rifiutato di ricrearla, considerandola legata in modo irripetibile a un preciso momento della sua vita e della sua ricerca.
Questa frase vale come dichiarazione di poetica tardiva: l’urgenza confessionale degli anni Novanta rimane ma cambia il rapporto con il rischio, conseguenza dell’esposizione e della sovraesposizione. Il “non lo rifarei” – al di là dell’evento dell’incendio – non cancella la forza di quel gesto, lo risitua. Emin riconosce che allora aveva “meno da perdere” e che oggi la stessa franchezza avrebbe un costo diverso, anche per chi ne è chiamato in causa. È un modo netto per ricordare che il suo lavoro, al di là dello scandalo d’archivio e dell’aneddoto, implica un sistema di scelte e di responsabilità che hanno effetto nel tempo.

There’s the canvas, there’s me, and there’s this other space between us, and you have to go through it, that space, and you drag in everything behind you with you into it. It’s like going through a weird tunnel. And the painting is whatever you’ve dragged through the tunnel with you
«C’è la tela, ci sono io, e c’è quest’altro spazio tra noi. Devi attraversarlo, quello spazio, e trascinare con te tutto ciò che ti porti dietro. È come passare attraverso uno strano tunnel. E il dipinto è tutto ciò che sei riuscito a trascinare attraverso quel tunnel con te»
Nel racconto del suo dipingere reso al Guardian, Emin descrive un passaggio fisico e mentale: tra lei e la tela si apre uno spazio da attraversare, trascinandosi dietro tutto ciò che la vita ha depositato. È una buona lente per leggere l’insistenza della pittura, spesso data per intermittente nella sua storia e invece sempre riemersa come luogo di verità non addomesticabile. La pittura, oggi, diventa anche una tecnologia del “secondo tempo”: dopo la malattia, dopo la ri-organizzazione dell’esistenza, dopo la scelta di concentrarsi sul lavoro con un’energia quasi ascetica.
At the time, people were saying, ‘Oh, it’s just Tracey prancing around’. No! Listen to what I was saying
«All’epoca la gente diceva: “Oh, è solo Tracey che si pavoneggia in giro”. No! Ascoltate quello che stavo dicendo»
Quando rievoca le reazioni a Why I Never Became A Dancer, cortometraggio del 1995 in cui raccontava i suoi anni da adolescente nella cittadina costiera di Margate, Emin riassume in una battuta l’equivoco che l’ha inseguita: scambiare la messa in scena del sé per narcisismo, la vulnerabilità per posa, la sessualità per provocazione fine a se stessa. La sua replica – «Ascoltate cosa sto dicendo» – è una richiesta di apertura mentale. E dunque, retrospettivamente, suona anche come una nota critica sullo sguardo che giudica: cosa viene autorizzato a essere “serio” quando a parlare è un corpo femminile, working-class, non pacificato.

With or without anger…I have always been an artist. That’s the constant
«Con o senza rabbia… sono sempre stata un’artista. Questa è la costante»
Nell’intervista ad ArtReview, Emin smonta una delle mitologie più pigre attorno alla sua figura: l’idea che la sofferenza sia il carburante inevitabile dell’opera. Rabbia, depressione, dolore, ci sono stati ma non possono essere considerati il motore “romantico” della creazione. La costante è invece la ricerca artistica in sé, vista come unica possibilità di armonia o disarmonia. In questa prospettiva, A Second Life promette di mostrare un arco più complesso e al di là dell’icona pubblica scandita dalla polarizzazione, dai dibattiti, da My Bed come detonatore culturale. Il modo in cui l’urgenza della confessione, col tempo, può diventare linguaggio, struttura, disciplina e perfino cura, senza perdere la capacità di bruciare.










