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Per Mathilde Albouy, il potere dello sguardo è come un gioco sensuale
Arte contemporanea
Per la sua prima mostra personale nello spazio principale di Galerie Derouillon a Parigi, Mathilde Albouy trasforma l’architettura espositiva in un organismo sensibile, concepito interamente per il contesto che lo accoglie: tutte le opere sono state infatti realizzate appositamente per questa mostra. Lucky You si presenta come una drammaturgia sospesa, un teatro percettivo in cui seduzione e inquietudine coabitano, mettendo in tensione desiderio, sguardo e rapporti di potere.
Le sculture in legno laccato, riempite di cera verde palude, appaiono come corpi in metamorfosi, superfici travestite che oscillano tra artificio industriale e pulsione organica. La serie Widows presenta casse lignee prossime alla forma del feretro, colme di cera di fonderia colta in uno stato di transizione, congelata nel suo fluire.

L’intero progetto si sviluppa come una composizione teatrale. Questa sospensione narrativa attraversa lo spazio come un tempo trattenuto, trasformando il percorso espositivo in una scena carica di possibilità latenti. In Lucky You lo sguardo diventa strumento politico. Occhi nascosti, spioncini e dispositivi di osservazione disseminati nell’allestimento producono una sottile sensazione di sorveglianza. Il significato non viene mai consegnato nella sua interezza ma si costruisce progressivamente nello spazio dell’esperienza.

Il gioco emerge come soglia critica tra seduzione e dominio. In questa frattura si inscrive una riflessione radicale sulle dinamiche di consenso, attrazione e potere che attraversano il corpo contemporaneo. Le stratificazioni teoriche, da Audre Lorde a Lucy Lippard, fino alle nozioni di Weird ed Eerie aprono crepe concettuali che ne amplificano la portata politica.
Ci dice di più la stessa artista francese, nata nel 1997 e di base a Parigi, in questa intervista.

Lucky You è la tua prima mostra personale nello spazio principale della Galerie Derouillon. In che modo questo contesto ha influenzato la concezione del progetto e le relazioni tra le opere?
«Tutte le opere sono state create appositamente per questa mostra e per lo spazio della Galerie Derouillon. Ho concepito l’esposizione come una composizione in cui i lavori si guardano e si rispondono, costruendo una drammaturgia condivisa. È un teatro sospeso tra due momenti: si percepisce che qualcosa è accaduto, o che qualcosa sta per accadere. Il titolo Lucky You è una richiesta diretta allo spettatore, un invito a perdersi nella mostra e ad accedere a diversi livelli di lettura nel confronto con le opere».

Le sculture in legno laccato riempite di cera verde palude combinano attrazione e inquietudine. Che ruolo giocano materia e colore nella costruzione di questa ambiguità?
«I colori e i materiali che scelgo derivano direttamente dal significato delle opere stesse. C’è una sorta di travestitismo della materia, poiché le Widows in legno assumono l’aspetto del ferro battuto. La serie Widows presenta casse, vicine a bare, riempite di questa cera da fonderia colta in una fase di transizione. La cera, congelata verticalmente sulla parete, rende evidente che è stata arrestata nel suo stato liquido. È, per esempio, un materiale che mi attrae particolarmente per il suo potenziale di metamorfosi infinita. Nel preparare la mostra, ho studiato il lavoro di Eva Hesse e ciò che Lucy Lippard ha scritto a riguardo. Per me era essenziale utilizzare materiali, trattamenti e superfici che portassero con sé un autentico potenziale erotico e sensuale, qualcosa che attrae tanto quanto può destabilizzare».

La mostra attiva un immaginario che si muove tra gotico, fantascienza femminista e critica del desiderio. Quanto è importante per te la dimensione narrativa, anche quando resta implicita?
«Amo la frase di Donna Haraway: “It matters what stories tell stories”. Che sia finzionale o meno, la narrazione è per me uno strumento politico. Ha il potere di spostare, anche solo leggermente, il modo in cui comprendiamo la realtà. La mostra è ancorata a un’esperienza personale al tempo stesso terrificante e fantastica, ma non presento questa storia in modo esplicito. Ciò che mi interessa è la tensione di questa implicitezza. Un minuscolo oggetto come quello che ha ispirato la Sphinge può contenere un mondo in sé. È una riproduzione in scala 1:10 di un elemento di casa delle bambole, che cola anch’esso ed è riempito di cera, adornato da un guscio d’uovo quasi osseo. L’opera potrebbe, potenzialmente, prendere vita. La narrazione resta latente, condensata, pronta a dispiegarsi senza mai chiudersi del tutto».

Hai descritto la scultura come un dispositivo capace di “restituire lo sguardo” allo spettatore. Come lavori con lo sguardo e la sorveglianza nello spazio espositivo?
«Per me questo lavoro è davvero intuitivo. Penso alla scultura meno come immagine che come modo di entrare in relazione con lo spettatore. Da lì inizia un gioco di composizione. Amo i segreti e le sorprese. Quando inizi a notarli, ti accorgi che occhi, spioncini e telecamere sono disseminati lungo tutta la mostra. Le opere ti osservano o, addirittura, diventano strumenti attraverso cui vieni osservato. Si genera una lieve sensazione di paranoia: una volta percepita questa presenza, cambia il modo in cui leggi l’esposizione».

In Lucky You, il gioco e la seduzione assumono una dimensione potenzialmente pericolosa. Quando il gioco smette di essere innocente e diventa una forma di potere?
«Il gioco è la condizione della seduzione. Con questa mostra ho cercato di capire dove si trovi il limite di accettabilità del desiderio. Credo che risieda proprio nella questione del gioco. È quando si è intrappolati in una situazione senza aver accettato di giocare che il desiderio diventa minaccioso».










