08 marzo 2026

Al cinema, Hamnet reinventa la nascita dell’Amleto

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Chloé Zhao immagina l’origine dell’Amleto nel dolore di Anne Hathaway e William Shakespeare, tra natura panteistica, magia domestica e memoria

hamnet

«L’Amleto è come una spugna. Basta stilizzarlo […] perché assorba immediatamente tutta la nostra contemporaneità […] proprio per le sue lacune, proprio per quel tanto di indefinito che contiene». Così, nel 1961, scriveva Jan Kott in Shakespeare nostro contemporaneo (edito in Italia da Feltrinelli). Se associassimo quest’erudita affermazione al nuovo film di Chloé Zhao, verrebbe da chiederci: «Ma quale contemporaneità?». Quella di Anne Hathaway, moglie del Bardo? Oppure quella di Maggie O’Farrell, autrice del romanzo Nel nome del figlio (Guanda, 2021) e della sceneggiatura? Cioè, la loro contemporaneità o la nostra? La risposta potrebbe essere: “entrambe”. Perché il senso dell’affermazione di Kott risiede proprio nel ruolo universale che quell’indefinitezza svolge rendendo Amleto, inevitabilmente, un capolavoro universale.

La trama in breve: Stratford-Upon-Avon, 1580 o giù di lì. Agnes, orfana di una presunta strega, conduce una vita solitaria e panica, a strettissimo contatto con la natura, tra falconeria e sapienza erbaria. In virtù delle sue qualità, la giovane donna conquisterà il cuore del figlio di un guantaio, maestro e futuro tragediografo di successo, tale William Shakespeare. Dal loro matrimonio nasceranno tre figli, Susanna, Judith e Hamnet, quest’ultimo destinato a morire precocemente di peste bubbonica.

Puntare sull’indefinitezza è sempre la scelta giusta quando si tratta di Shakespeare. Il massimo poeta inglese è, infatti, una figura misteriosa che parla più attraverso le sue opere che attraverso la sua biografia. Dati incerti ne hanno talvolta convogliato i cenni a teorie più disparate (o sgangherate) che lo volevano transfugo italiano o pseudonimo a copertura di altri uomini di penna (es. Anonymous, Roland Emmerich, 2011). Intanto, mentre il suo stesso ritratto è dibattuto come autentico oppure no, ci rimane un’opera letteraria monumentale il cui capolavoro – Amleto appunto – non ha nulla da invidiare alla Commedia di Dante in quanto a difficoltà d’individuazione della matrice autografa. Insomma, un’opera con dietro un mistero che parla di misteri e, come una spugna, ne assorbe altri.

Come nel caso del marito, anche Anne Hathaway (Agnes è il nome con cui il padre la indica sul proprio testamento) vive nella penombra del biografismo. Non conosciamo la natura del rapporto tra i due, non sappiamo quanto amore ci fosse nella loro unione, né il motivo delle dibattute scelte del poeta in fase testamentaria (a lei il solo usufrutto della camera da letto). Tuttavia, nel segno di quell’indefinitezza di cui sopra, O’Farrell ci conduce attraverso un sogno panteistico in cui la sfocata donna di campagna diventa una maga sensitiva aulente di terra, muschio e artemisia; sacerdotessa di un culto antico, inviso alla chiesa cristiana, ma comunque salvifico e (quasi) santo. A prestar corpo e lacrime a quest’opzione ci pensa Jessie Buckley che nel film oblitera tutto e tutti (forse anche la regista stessa) in una prova d’attrice intensissima, vertice delle otto candidature all’Oscar attribuitegli, condiviso con quella alla miglior sceneggiatura non originale.

Ed è proprio quest’ultima, oltre alla già menzionata, a funzionare silenziosamente, in un connubio di citazionismo letterario e visione naturalistica, nelle mani capaci della regista di Nomadland (Miglior Film, 2021 e Leone d’oro, 2020) che trama leggermente e senza intoppi un arazzo familiare in cui la morte del giovane Hamnet diviene speranza infranta e nucleo della crisi tra Agnes e Will. Il figlio sfortunato, interpretato dal già maturo Jacobi Jupe, lo vedremo aggirarsi in un altrove oscuro che si rivelerà essere la scena dell’Amleto stesso, in una fantasiosa quanto inverosimile ricostruzione che ignora le fonti accreditate dell‘Ur-Hamlet e di Saxo Grammaticus (presumibilmente ispiratrici della tragedia) e che vorrà Agnes riscoprire l’amore (e il lavoro) del marito, confusa tra il pubblico del Globe.

Dunque: maga lei – sacerdotessa d’Artemisia – e mago lui, capace di evocare i fantasmi (come il Prospero de La Tempesta) tra cui quello del figlio morto, la cui perdita sembra ferita insostenibile e frattura nel sodalizio tra i due coniugi. Così, nell’indefinitezza dei tratti somatici e delle biografie private di Agnes (Anne) e William, la riflessione con cui aprivamo all’inizio torna a coinvolgere lo stesso senso dell’opera, ma soprattutto a fornire uno specifico ruolo – quello magico, appunto – all’ufficio del teatro, in grado di lenire finanche il cuore addolorato di una strega orfana del figlio.

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