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Sudan, una guerra dimenticata che svuota i musei e la loro memoria
Beni culturali
Ci sono conflitti sui quali viene – giustamente – puntato un riflettore mediatico, altri che allo stesso tempo scivolano nell’ombra del silenzio, le cui immagini non affollano le prime pagine dei giornali e le homepage dei social media occidentali e che finiscono quasi per scomparire ai nostri occhi di privilegiati, nonostante abbiano luogo poco al di là del Mediterraneo. È il caso della guerra in Nord Sudan, scoppiata ormai quasi tre anni fa, nell’aprile del 2023, e che, secondo quanto riportato dalle Nazioni Unite, nel novembre 2025 è arrivata a superare la cifra di 150mila morti, portando a parlare ormai apertamente di genocidio.
Come spesso accade nel caso di conflitti così estesi e distruttivi dal punto di vista umano, il Paese ha assistito anche a una fortissima perdita dal punto di vista dei beni cultuali. Oltre il 60% delle collezioni del Museo Nazionale del Sudan, infatti, sarebbe stato saccheggiato. Il dato, diffuso dalla NBC News, apre una frattura più profonda, che riguarda il modo in cui un Paese può riconoscersi nella propria storia. A seguito della presa della capitale Khartoum a opera delle Forze di Supporto Rapido – RSF, che si oppongono all Forze armate sudanesi dell’esercito regolare, migliaia di reperti sono stati trafugati dai depositi del museo.
Sudan, gli effetti della guerra sui musei
«Oltre il 60% dei reperti del museo è stato saccheggiato», ha dichiarato Ghalia Jar Al-Nabi, direttrice dell’Autorità Generale per le Antichità e i Musei, sottolineando il furto di oro e gioielli appartenenti ai re di Napata e Meroe e sottolineando che l’imponente statua di Apademak, divinità dell’impero meroitico, che regnò tra il 300 a.C. e il 350 d.C., era probabilmente troppo pesante da spostare.

Già nel 2024 si parlava di decine di migliaia di oggetti scomparsi da una collezione che ne contava circa 150mila ma oggi la stima appare ancora più estesa, suggerendo un depauperamento sistematico piuttosto che episodico. Si tratterebbe infatti di una sottrazione mirata, guidata dal valore economico e dalla facilità di trasporto degli oggetti: oro, gioielli e manufatti di piccole dimensioni sono stati rimossi, mentre molti reperti più fragili o meno appetibili sul mercato, come le ceramiche, sono rimasti nei depositi.
In un’intervista della testata Hyperallergic, Geoff Emberling, ricercatore associato presso il Kelsey Museum of Archaeology dell’Università del Michigan, ha affermato che «I vasi in ceramica, che costituiscono alcune delle testimonianze più belle e importanti dell’antica civiltà sudanese, sono stati in gran parte lasciati sul posto, mentre l’oro e i gioielli sono stati completamente rimossi [dai depositi del museo]». Alcuni reperti sono comparsi su piattaforme online, offerti per cifre insensate rispetto al loro valore storico: è il caso, ad esempio, di tre statue raffiguranti un uomo, una donna e un bambino su un’unica base messe in vendita su eBay per 200 dollari, annuncio successivamente rimosso ma segnalato da Sudan Tribune.
Lo scorso novembre, inoltre, il Dipartimento Investigativo Criminale dello Stato del Nilo ha arrestato un gruppo di dieci stranieri che stavano tentando di contrabbandare rari manufatti rubati proprio dal Museo Nazionale del Sudan. Proprio all’epoca di questo episodio gli investigatori annunciarono il sequestro di altri manufatti rubati dal Museo di Nyala, nascosti per un certo periodo in una fabbrica ad Atbara e, in alcuni casi, occultati in un’abitazione.

Il questo quadro, infatti, il Museo Nazionale rappresenta solo il caso più visibile all’interno di un fenomeno più ampio: in diverse aree del Paese, musei e siti culturali hanno infatti subito danni ancora più radicali. Il citato Museo di Nyala, nel Darfur meridionale, è stato saccheggiato e in seguito distrutto, mentre i monumenti storici del museo e del palazzo del sultano Ali Dinar a El Fasher sono stati bombardati dalle RSF, provocando l’incendio di gran parte del palazzo e la distruzione dei suoi contenuti e arredi. Gli esperti temono che monumenti e grandi statue vengano manomessi e distrutti nel tentativo di spostarli, trasportarli o smembrarli per venderli. L’UNESCO ha confermato che dieci musei e centri culturali sono stati oggetto di saccheggi, furti e atti vandalici in Sudan dall’inizio della guerra.
Tentativi di ricostruzione
Dopo la riconquista della capitale da parte dell’esercito, piccoli gruppi di operatori culturali hanno iniziato a lavorare in condizioni precarie per mettere in sicurezza ciò che è rimasto. Oltre a dirigere la ricerca archeologica sull’antico Kush presso l’altopiano di Jebel Barkal, Geoff Emberling è co-responsabile del Sudan Cultural Emergency Recovery Fund, una task force per la raccolta fondi reclutata dalla National Corporation of Antiquities and Museums – NCAM del Sudan, attraverso la quale si interfaccia direttamente con il team sul campo presso il Museo Nazionale.
Emberling ha chiarito che prima dello scoppio della guerra, nell’aprile 2023, le sale espositive del Museo Nazionale erano in gran parte vuote poiché il museo era in fase di ristrutturazione. «C’è un gruppo di circa 15 persone sul posto che si sta occupando della pulizia, delle riparazioni di emergenza, della documentazione dei danni e del tentativo di pianificare il ripristino di tutto ciò che è possibile salvare», ha spiegato Emberling, aggiungendo che è in corso il graduale ripristino dei servizi di elettricità e acqua nella zona. «Il fatto che siano rimasti nel Paese e si siano impegnati a proteggere e preservare i siti e i musei, quando alcuni di loro avrebbero avuto l’opportunità di fuggire con le proprie famiglie, è un atto di coraggio, ma è anche un atto di amore e cura per il loro patrimonio».

Accanto agli interventi materiali, si sta sviluppando il lavoro, altrettanto cruciale, di digitalizzazione e catalogazione degli oggetti del patrimonio culturale, dei documenti storici e dei manufatti del Sudan. Alcuni progetti cercano di mantenere almeno una traccia delle collezioni attraverso gli archivi digitali, rendendo accessibili immagini, dati e catalogazioni. Tra questi, il Sudan Virtual Museum, lanciato a gennaio grazie alla collaborazione tra NCAM e l’Unità Archeologica Francese per le Antichità Sudanesi, che propone una visita virtuale del Museo Nazionale. Parallelamente, alcuni ricercatori stanno lavorando alla creazione di database degli oggetti trafugati, con l’obiettivo di facilitarne il riconoscimento e, eventualmente, il recupero.
Il contesto della guerra
Il conflitto sudanese affonda le proprie radici nella fragile transizione politica seguita alla caduta del regime di Omar al-Bashir nel 2019. La rottura definitiva, il 15 aprile 2023, ha segnato lo scoppio di una guerra civile fra l’esercito di Karthoum – SAF e la milizia ribelle della cosiddetta Forza di Supporto Rapido – RSF, trasformando una lotta di potere interna in una guerra su larga scala, segnata da bombardamenti indiscriminati e violenze sistematiche contro la popolazione civile, con una frammentazione territoriale sempre più accentuata.
Secondo le Nazioni Unite, la crisi ha generato una delle più gravi emergenze umanitarie contemporanee: le stime sono ferme a 150mila morti ma risalgono a circa un anno fa, rendendo la cifra tristemente inattendibile, con milioni di sfollati interni, carestie diffuse, un collasso pressoché totale delle infrastrutture sanitarie e amministrative.
Il ruolo strategico del Sudan, a causa del suo affaccio sul Mar Rosso e della poca distanza rispetto al Canale di Suez, ha ovviamente innescato a livello geopolitico interessi che hanno coinvolto i vari Paesi del Golfo, dagli Emirati all’Arabia Saudita, fino alla Turchia. Durante la prima presidenza Trump, gli stessi Stati Uniti avevano ufficialmente inserito il Paese negli Accordi di Abramo. E se gli Emirati Arabi e il Generale Haftar, comandante generale delle forze armate della Libia orientale, appoggiano apertamente i ribelli della RSF, l’Egitto e l’Arabia Saudita parteggiano per Karthoum, fornendo a entrambe le parti appoggi che alimentano il conflitto.








