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Un assoluto al posto di Dio
Un assoluto al posto di Dio è il titolo della seconda mostra personale di Alessandro Fogo (*1992) con Cassina Projects.
Comunicato stampa
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Alessandro Fogo espone un nuovo corpus di lavori su tela dove prosegue il suo processo di analisi tra le pieghe del sacro, del mitologico e del simbolico attraverso una coesistenza di riferimenti che ridefiniscono il tempo stesso della storia. Non si tratta solo di una compresenza temporale o di una declinazione di significati, ma piuttosto di avvicinare qualcosa che vive entro una dimensione altra ed allegorica verso ciò che è intimo, personale e quotidiano. Nella pratica di Fogo, questo zoom-in e zoom-out, simile ad un montaggio visivo, crea inevitabilmente un cortocircuito. Alla fine, a rivelarsi tra simboli secolari ed icone immutabili, è la vita stessa, non per proiettarci dentro un sogno onirico, ma per mostrarci, piuttosto, la realtà che ci illudiamo di conoscere sotto una luce diversa.
Se in passato, infatti, la sospensione spazio-temporale dei dipinti di Fogo era principalmente il risultato di un distacco dal mondo dettato da atmosfere surreali e dall’utilizzo di cromie sature ed accese, nei lavori più recenti gli spazi compressi, la luce soffusa e l’aria quasi rarefatta degli ambienti restano fortemente ancorati ad una dimensione plausibile che, per sua definizione ed antitesi, enfatizza anche un’inevitabile processo di straniamento: i soggetti ci appaiono familiari, ma in un determinato contesto non li riconosciamo più - in Ipotesi per una scultura (2026), i riferimenti a Balthus nella posa della figura distesa, e alle muse di Brancusi nelle maschere appese sullo sfondo, convivono entro una cornice privata e domestica.
Le opere in mostra si concentrano in particolare sull’idea di Assoluto divino, concetto già largamente esplorato in campo filosofico ma che oggi sembra assumere ancora significati ulteriori e mutevoli: il sacro è stato progressivamente e, forse inconsapevolmente, sostituito con nuovi assoluti personali che fungono da guida per salvare l’uomo dal suo tragico vagare verso il nulla. Allontanandosi da una visione prettamente nichilista, per l’artista questo spazio vacante diventa una mancanza su cui interrogarsi, un vuoto da poter colmare con un proprio pantheon di riferimenti iconografici e personali capaci di ripensare ad una nuova possibile mitologia e a metodologie alternative per rappresentarla.
Emblematiche, in questo senso, sono le figure dell’Adamo ed Eva di Masaccio nell’opera La Cacciata (2026) che diventano nell’opera di Fogo sagome nere rimpicciolite, private della loro carica drammatica all’interno di un’ambientazione più ampia e teatrale. Sospesa al centro della galleria, l’installazione Icona (2017) incorpora invece l’autobiografico con un simbolismo stratificato di significati: esposta dentro una struttura in acciaio realizzata ad hoc, una piccola icona ortodossa conservata dall’artista nel suo studio e sopra cui aveva dipinto durante il periodo accademico in Belgio, si eleva nello spazio a testimoniare forse un inizio, ma che è al contempo un evoluzione costante nel presente percettibile grazie alle altre opere che la circondano.
Dal punto di vista pittorico, tutti i soggetti rappresentati dall’artista trasmettono una caratteristica duplice e contraddittoria: da una parte, vivono una condizione di transitorietà’ e di inafferrabilità che non ne permette una lettura completa ed esaustiva - la figura evanescente di Dio nell’opera Straniero in terra straniera (2026) appare e scompare dietro ad una presenza olografica rossa e blu come una proiezione mentale o digitale -, ma dall’altra sono sempre immagini apparentemente quiete, solenni e statuarie che alludono ad una intensità contenuta dentro di loro: nell’opera Colombe (2026), ad esempio, l’impostazione è rigorosa, ma la gabbia al centro del quadro è chiaramente troppo piccola per contenere l’inquietudine degli uccelli; o ancora, nel ritratto Apatia (2026) la tensione psicologia del soggetto affiora incondizionatamente al di là di un volto simile ad una maschera, solo in apparenza inespressiva. Addirittura, il dramma di un Naufragio — nell’opera omonima in mostra — arriva a restituire questa stasi in potenza, nella quale tutto sembra dover precipitare da un momento all’altro, ma dove la tragedia è in realtà sempre sospesa, come la barca immobile sullo sfondo.
Come il protagonista del romanzo di fantascienza scritto da Robert A. Heinlein, Straniero in terra straniera (1961) - menzionato esplicitamente dall’artista - è quindi possibile ripensare ad un nuovo Assoluto? Fogo, riducendo quella separazione tra soggetto ed oggetto - sempre richiamando il “grok marziano*” di Heinlein -, riesce a farlo presentandoci, senza filtri ne illusioni, il rapporto tra l’individuo e la realtà come un costrutto instabile. Una visione affine, che ha sicuramente ispirato l’artista, è anche quella dello scrittore italiano Vitaliano Trevisan - a lui è dedicato uno dei pochi ritratti fedeli in mostra - autore del libro Works (2016) del quale l’artista ha deciso di stampare un estratto da tenere esposto all’ingresso del proprio studio. Il testo cita:
"E mi diede da pensare tutta quell’ansia di realizzazione di sé stessi attraverso il lavoro. Se è per questo mi dà da pensare in generale. Realizzare sé stessi. Realizzare me stesso! E poi, una volta che mi sono realizzato, che dovrei fare, appendermi a una parete? Mettermi in esposizione su uno scaffale, o peggio su un piedistallo, o peggio ancora affittarmi un tanto all’ora per accomodarmi in qualche stupido salotto in compagnia di altri realizzati ed esporre le mie stupide opinioni su qualsiasi cosa? Oppure, e sarebbe il migliore dei casi, scagliarmi addosso un martello e chiedermi perché non parlo? – di passaggio: si è mai suicidato nessuno con un martello? Ma non corro pericoli. Se «realizzarsi» significa «rendere sé stessi reali», devo dire che, del tutto istintivamente, ho sempre cercato di fare esattamente l’opposto; e se significa «rendersi reali a sé stessi», peggio ancora, perché ho sempre l’impressione di esserlo troppo, e semmai vorrei esserlo di meno. Realizzare qualcosa fuori di sé è tutto un altro discorso. Non c’è da rifletterci più di tanto, solo l’opera conta”. (Da “Works” di Vitaliano Trevisan – Einaudi)
*grok: concetto centrale dell’opera “Straniero in terra straniera” dell’autore Robert A. Heinlein, è una parola inventata del linguaggio marziano che significa: accettare completamente qualcosa fino al punto di identificarsi con essa, senza più separazioni, diventando una cosa sola con ciò che si cerca di comprendere.
Se in passato, infatti, la sospensione spazio-temporale dei dipinti di Fogo era principalmente il risultato di un distacco dal mondo dettato da atmosfere surreali e dall’utilizzo di cromie sature ed accese, nei lavori più recenti gli spazi compressi, la luce soffusa e l’aria quasi rarefatta degli ambienti restano fortemente ancorati ad una dimensione plausibile che, per sua definizione ed antitesi, enfatizza anche un’inevitabile processo di straniamento: i soggetti ci appaiono familiari, ma in un determinato contesto non li riconosciamo più - in Ipotesi per una scultura (2026), i riferimenti a Balthus nella posa della figura distesa, e alle muse di Brancusi nelle maschere appese sullo sfondo, convivono entro una cornice privata e domestica.
Le opere in mostra si concentrano in particolare sull’idea di Assoluto divino, concetto già largamente esplorato in campo filosofico ma che oggi sembra assumere ancora significati ulteriori e mutevoli: il sacro è stato progressivamente e, forse inconsapevolmente, sostituito con nuovi assoluti personali che fungono da guida per salvare l’uomo dal suo tragico vagare verso il nulla. Allontanandosi da una visione prettamente nichilista, per l’artista questo spazio vacante diventa una mancanza su cui interrogarsi, un vuoto da poter colmare con un proprio pantheon di riferimenti iconografici e personali capaci di ripensare ad una nuova possibile mitologia e a metodologie alternative per rappresentarla.
Emblematiche, in questo senso, sono le figure dell’Adamo ed Eva di Masaccio nell’opera La Cacciata (2026) che diventano nell’opera di Fogo sagome nere rimpicciolite, private della loro carica drammatica all’interno di un’ambientazione più ampia e teatrale. Sospesa al centro della galleria, l’installazione Icona (2017) incorpora invece l’autobiografico con un simbolismo stratificato di significati: esposta dentro una struttura in acciaio realizzata ad hoc, una piccola icona ortodossa conservata dall’artista nel suo studio e sopra cui aveva dipinto durante il periodo accademico in Belgio, si eleva nello spazio a testimoniare forse un inizio, ma che è al contempo un evoluzione costante nel presente percettibile grazie alle altre opere che la circondano.
Dal punto di vista pittorico, tutti i soggetti rappresentati dall’artista trasmettono una caratteristica duplice e contraddittoria: da una parte, vivono una condizione di transitorietà’ e di inafferrabilità che non ne permette una lettura completa ed esaustiva - la figura evanescente di Dio nell’opera Straniero in terra straniera (2026) appare e scompare dietro ad una presenza olografica rossa e blu come una proiezione mentale o digitale -, ma dall’altra sono sempre immagini apparentemente quiete, solenni e statuarie che alludono ad una intensità contenuta dentro di loro: nell’opera Colombe (2026), ad esempio, l’impostazione è rigorosa, ma la gabbia al centro del quadro è chiaramente troppo piccola per contenere l’inquietudine degli uccelli; o ancora, nel ritratto Apatia (2026) la tensione psicologia del soggetto affiora incondizionatamente al di là di un volto simile ad una maschera, solo in apparenza inespressiva. Addirittura, il dramma di un Naufragio — nell’opera omonima in mostra — arriva a restituire questa stasi in potenza, nella quale tutto sembra dover precipitare da un momento all’altro, ma dove la tragedia è in realtà sempre sospesa, come la barca immobile sullo sfondo.
Come il protagonista del romanzo di fantascienza scritto da Robert A. Heinlein, Straniero in terra straniera (1961) - menzionato esplicitamente dall’artista - è quindi possibile ripensare ad un nuovo Assoluto? Fogo, riducendo quella separazione tra soggetto ed oggetto - sempre richiamando il “grok marziano*” di Heinlein -, riesce a farlo presentandoci, senza filtri ne illusioni, il rapporto tra l’individuo e la realtà come un costrutto instabile. Una visione affine, che ha sicuramente ispirato l’artista, è anche quella dello scrittore italiano Vitaliano Trevisan - a lui è dedicato uno dei pochi ritratti fedeli in mostra - autore del libro Works (2016) del quale l’artista ha deciso di stampare un estratto da tenere esposto all’ingresso del proprio studio. Il testo cita:
"E mi diede da pensare tutta quell’ansia di realizzazione di sé stessi attraverso il lavoro. Se è per questo mi dà da pensare in generale. Realizzare sé stessi. Realizzare me stesso! E poi, una volta che mi sono realizzato, che dovrei fare, appendermi a una parete? Mettermi in esposizione su uno scaffale, o peggio su un piedistallo, o peggio ancora affittarmi un tanto all’ora per accomodarmi in qualche stupido salotto in compagnia di altri realizzati ed esporre le mie stupide opinioni su qualsiasi cosa? Oppure, e sarebbe il migliore dei casi, scagliarmi addosso un martello e chiedermi perché non parlo? – di passaggio: si è mai suicidato nessuno con un martello? Ma non corro pericoli. Se «realizzarsi» significa «rendere sé stessi reali», devo dire che, del tutto istintivamente, ho sempre cercato di fare esattamente l’opposto; e se significa «rendersi reali a sé stessi», peggio ancora, perché ho sempre l’impressione di esserlo troppo, e semmai vorrei esserlo di meno. Realizzare qualcosa fuori di sé è tutto un altro discorso. Non c’è da rifletterci più di tanto, solo l’opera conta”. (Da “Works” di Vitaliano Trevisan – Einaudi)
*grok: concetto centrale dell’opera “Straniero in terra straniera” dell’autore Robert A. Heinlein, è una parola inventata del linguaggio marziano che significa: accettare completamente qualcosa fino al punto di identificarsi con essa, senza più separazioni, diventando una cosa sola con ciò che si cerca di comprendere.
01
aprile 2026
Un assoluto al posto di Dio
Dal primo aprile al 29 maggio 2026
arte contemporanea
Location
Cassina Projects
Milano, Via Mecenate, 76, (MI)
Milano, Via Mecenate, 76, (MI)
Orario di apertura
Da lunedi a venerdi ore 10.00 - 18.00, sabato e domenica su appuntamento.
Vernissage
1 Aprile 2026, 17.00 - 20.00
Sito web
https://www.cassinaprojects.com/exhibitions/46-un-assoluto-al-posto-di-dio-alessandro-fogo/overview/
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