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The Future Will Be Weird
La galleria Giovanni Bonelli è lieta di annunciare l’apertura del suo nuovo spazio con una mostra caustica, post- profetica e punk che celebra la libertà dell’arte come forma necessaria di resistenza: The Future Will Be Weird.
Comunicato stampa
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THE FUTURE WILL BE WEIRD
Mattia Moreni ft.
Vedovamazzei, Nicola Samorì, Vera Portatadino, Alessandro Pessoli Giovanni Morbin, Enrico Minguzzi, Pesce Khete, Gelitin, Silvia Dal Dosso Cult of Magic, Pierpaolo Campanini, Giovanni Blanco
In collaborazione con Associazione Mattia, Archivio Mattia Moreni A cura di Denis Isaia
Inaugurazione martedì 14 aprile ore 19 - Via Arcivescovo Romilli 20 14.04 - 13.06. 2026
La galleria Giovanni Bonelli è lieta di annunciare l’apertura del suo nuovo spazio con una mostra caustica, post- profetica e punk che celebra la libertà dell’arte come forma necessaria di resistenza: The Future Will Be Weird. Con questa esposizione la galleria inaugura ufficialmente un nuovo capitolo trasferendo la sua sede storica da zona Isola a Corvetto, uno dei quartieri più dinamici e in trasformazione della città, dove si concentrano alcune delle istituzioni più vitali del panorama artistico.
The Future Will Be Weird avvia un programma che genera relazioni inattese tra maestri storicizzati e autori contemporanei mettendo al centro l’opera di Mattia Moreni (1920–1999) uno dei protagonisti più radicali e anticonformisti dell’arte europea del secolo passato – nelle parole di Denis Isaia, «pittore esplosivo che ha veleggiato nella storia della pittura dalla fine degli anni Cinquanta agli anni Novanta con maestria spesso impareggiabile» – oggi in dialogo con una costellazione di artisti appartenenti a generazioni differenti. Il progetto nasce dalla collaborazione con Associazione Mattia e Archivio Mattia Moreni, le due organizzazioni che hanno in carico la promozione dell’eredità artistica del Maestro.
Dopo le grandi stagioni internazionali – con due partecipazioni a Documenta e quattro Biennali di Venezia – Moreni sceglie negli anni Settanta una posizione più appartata, trasferendosi tra i calanchi della Romagna. Lì continua a dipingere con una radicalità sempre più intensa, osservando il mondo con sguardo lucido e caustico. «Ovunque sia, Moreni si nutre delle degenerazioni indigeste della società», trasformando pittura e sessualità in strumenti di conoscenza e di resistenza.
La pittura di Moreni è viva, viscerale, «erotica fino allo sfinimento della materia». Uno dei motivi ricorrenti della sua opera – le celebri angurie – è al contempo soggetto esplicitamente sessuale e simbolo della violenza operata nei confronti della natura, causato dal fuori fase tra l’uomo e l’ambiente. La mostra prende in considerazione l’intero arco creativo dell’artista, dalla prima maturità informale, fino al «degrado culturale a portata di telecomando» degli anni Ottanta, periodo in cui «Moreni diventa punk, il più punk tra gli artisti italiani», capace di dipingere «con impressionante libertà solo soggetti impazziti» e oltre, nella stagione dei cosiddetti umanoidi dove il virgulto pittorico si placa a favore di un approccio più grafico, ma senza smarrire l’afflato caustico che è il vero filo rosso di tutta la produzione di Moreni. Attorno a questa figura potente e fuori dagli schemi si costruisce il percorso della mostra, che riunisce artisti contemporanei capaci, ciascuno a proprio modo, di entrare in risonanza con la sua eredità. Non si tratta di una genealogia diretta, ma di un campo di forze. Alcuni condividono con Moreni l’intensità e la fisicità della pittura, altri la tensione erotica o l’aspetto ludico e anarchico del gesto artistico; altri ancora ne raccolgono la capacità di osservare le contraddizioni sociali e culturali del presente con uno sguardo insieme ironico e tragico.
Approfondimento critico
«Il percorso espositivo si articola nei due livelli della nuova galleria. Al primo piano si narra la palestra del potere il quale si esercita al meglio nel governo dei corpi (dei gesti e della sessualità) e nello sfoggio anarchico. Il cantico della violenza di Moreni, è qua raccordato con l’estasi della materia di Nicola Samorì, che a Moreni ha dedicato la sua tesi di laurea e con l’afflato poetico di Pierpaolo Campanini, anch’egli ammiratore del grande fustigatore di Brisighella (il paese romagnolo dove Moreni passa buona parte della vita), colto a raffigurare un guanto e una scarpa poste abbandonati in un giardino, similmente alle angurie drammatizzate al centro dei quadri di Moreni.
La sezione è raccordata da L’angolo del saluto, un gruppo di opere di Giovanni Morbin che tessono con esattezza letteralmente chirurgica il parallelismo tra il potere, in questo caso quello fascista, e l’arroganza applicata alla natura. Allo stesso piano, duettano altrettanto strettamente, Alessandro Pessoli e Moreni.
L’oggetto è l’amata anguria, Ritratta ossessivamente dal secondo e ripresa in un omaggio dichiarato dal primo. Il dialogo tra Pessoli e Moreni prosegue anche al piano inferiore, questa volta sul versante dei volti, uno dei soggetti su cui i talenti dei due Maestri spesso si incrociano. L’infantilizzazione della società è il tema del piano inferiore. Il punto di partenza è la serie che Moreni sviluppa negli anni ‘80 detta del Regressivo consapevole. Attorno alla presa di coscienza della regressione sociale che Moreni legge nella decadenza dei contenuti culturali di massa, in primis la televisione, il pittore organizza un banchetto funebre e colorato, in cui lo smarrimento dell’adultità, non corrisponde alla purificazione della civiltà, ma al suo ingordo e lieto precipitare.
Assecondando il paradosso, la pittura di Moreni diviene colorata, smisurata e precipitosa. Il naturale talento gli permette di controllare ogni tipo di gesto pittorico, dalla bomboletta spray al tubetto usato come se fosse una matita per segnare i confini delle sue improbabili figure. Il dialogo con la contemporaneità, si apre in questa sezione a più ampie corrispondenze. Giovanni Blanco presenta una scimmia pittrice, ironica allegoria della pittura di una nuova specie, la nostra, bestiale, istruita in Blanco, bestiale e informatizzata in Moreni. Lungo il versante dell’ironia, si incontrano gli Early works di Vedovamazzei, le irreverenze storico-artistiche dei Gelitin e la regressione di Moreni. In uno spazio più raccolto dialogano Moreni ed Enrico Minguzzi.
La loro complicità trova corrispondenza nella rappresentazione della natura dolente, inerme e indifferente, ma battuta nel profondo dall’inquinamento industriale. Mentre i Cult of Magic sorprendono il pubblico con una figura lillipuziana, più arditi, ma altrettanto sorprendente è la triangolazione tra Vera Portadino, Pesce Khete e il Maestro di Brisighella. Vera Portadino ricama con un accenno figurale un canto naturalista, mentre Khete risponde alla lirica più squisitamente gestuale e pittorica di Moreni. La mostra si chiude con un trittico di opere video di Silvia Dal Dosso dedicate all’esorbitante confusione culturale sospinta dalla facilità di accesso e trasformazione dei contenuti, nonché dalle difficoltà di orientamento della nostra società.
The Future Will Be Weird sarebbe stato il titolo di un’opera di Moreni in giornata buona, il quale essendo scomparso prima dell’esplosione del digitale si era sforzato a immaginare il futuro, prefigurando l’avvento di una nuova specie, dai connotati ibridi e, per l’appunto confusi. La mostra si chiude così, con un bestiario contemporaneo coreografato secondo l’insegnamento di Moreni badando a far germogliare la materia e le contraddizioni. Senza più chiederci se il futuro sarà strano.»
Denis Isaia
Mattia Moreni ft.
Vedovamazzei, Nicola Samorì, Vera Portatadino, Alessandro Pessoli Giovanni Morbin, Enrico Minguzzi, Pesce Khete, Gelitin, Silvia Dal Dosso Cult of Magic, Pierpaolo Campanini, Giovanni Blanco
In collaborazione con Associazione Mattia, Archivio Mattia Moreni A cura di Denis Isaia
Inaugurazione martedì 14 aprile ore 19 - Via Arcivescovo Romilli 20 14.04 - 13.06. 2026
La galleria Giovanni Bonelli è lieta di annunciare l’apertura del suo nuovo spazio con una mostra caustica, post- profetica e punk che celebra la libertà dell’arte come forma necessaria di resistenza: The Future Will Be Weird. Con questa esposizione la galleria inaugura ufficialmente un nuovo capitolo trasferendo la sua sede storica da zona Isola a Corvetto, uno dei quartieri più dinamici e in trasformazione della città, dove si concentrano alcune delle istituzioni più vitali del panorama artistico.
The Future Will Be Weird avvia un programma che genera relazioni inattese tra maestri storicizzati e autori contemporanei mettendo al centro l’opera di Mattia Moreni (1920–1999) uno dei protagonisti più radicali e anticonformisti dell’arte europea del secolo passato – nelle parole di Denis Isaia, «pittore esplosivo che ha veleggiato nella storia della pittura dalla fine degli anni Cinquanta agli anni Novanta con maestria spesso impareggiabile» – oggi in dialogo con una costellazione di artisti appartenenti a generazioni differenti. Il progetto nasce dalla collaborazione con Associazione Mattia e Archivio Mattia Moreni, le due organizzazioni che hanno in carico la promozione dell’eredità artistica del Maestro.
Dopo le grandi stagioni internazionali – con due partecipazioni a Documenta e quattro Biennali di Venezia – Moreni sceglie negli anni Settanta una posizione più appartata, trasferendosi tra i calanchi della Romagna. Lì continua a dipingere con una radicalità sempre più intensa, osservando il mondo con sguardo lucido e caustico. «Ovunque sia, Moreni si nutre delle degenerazioni indigeste della società», trasformando pittura e sessualità in strumenti di conoscenza e di resistenza.
La pittura di Moreni è viva, viscerale, «erotica fino allo sfinimento della materia». Uno dei motivi ricorrenti della sua opera – le celebri angurie – è al contempo soggetto esplicitamente sessuale e simbolo della violenza operata nei confronti della natura, causato dal fuori fase tra l’uomo e l’ambiente. La mostra prende in considerazione l’intero arco creativo dell’artista, dalla prima maturità informale, fino al «degrado culturale a portata di telecomando» degli anni Ottanta, periodo in cui «Moreni diventa punk, il più punk tra gli artisti italiani», capace di dipingere «con impressionante libertà solo soggetti impazziti» e oltre, nella stagione dei cosiddetti umanoidi dove il virgulto pittorico si placa a favore di un approccio più grafico, ma senza smarrire l’afflato caustico che è il vero filo rosso di tutta la produzione di Moreni. Attorno a questa figura potente e fuori dagli schemi si costruisce il percorso della mostra, che riunisce artisti contemporanei capaci, ciascuno a proprio modo, di entrare in risonanza con la sua eredità. Non si tratta di una genealogia diretta, ma di un campo di forze. Alcuni condividono con Moreni l’intensità e la fisicità della pittura, altri la tensione erotica o l’aspetto ludico e anarchico del gesto artistico; altri ancora ne raccolgono la capacità di osservare le contraddizioni sociali e culturali del presente con uno sguardo insieme ironico e tragico.
Approfondimento critico
«Il percorso espositivo si articola nei due livelli della nuova galleria. Al primo piano si narra la palestra del potere il quale si esercita al meglio nel governo dei corpi (dei gesti e della sessualità) e nello sfoggio anarchico. Il cantico della violenza di Moreni, è qua raccordato con l’estasi della materia di Nicola Samorì, che a Moreni ha dedicato la sua tesi di laurea e con l’afflato poetico di Pierpaolo Campanini, anch’egli ammiratore del grande fustigatore di Brisighella (il paese romagnolo dove Moreni passa buona parte della vita), colto a raffigurare un guanto e una scarpa poste abbandonati in un giardino, similmente alle angurie drammatizzate al centro dei quadri di Moreni.
La sezione è raccordata da L’angolo del saluto, un gruppo di opere di Giovanni Morbin che tessono con esattezza letteralmente chirurgica il parallelismo tra il potere, in questo caso quello fascista, e l’arroganza applicata alla natura. Allo stesso piano, duettano altrettanto strettamente, Alessandro Pessoli e Moreni.
L’oggetto è l’amata anguria, Ritratta ossessivamente dal secondo e ripresa in un omaggio dichiarato dal primo. Il dialogo tra Pessoli e Moreni prosegue anche al piano inferiore, questa volta sul versante dei volti, uno dei soggetti su cui i talenti dei due Maestri spesso si incrociano. L’infantilizzazione della società è il tema del piano inferiore. Il punto di partenza è la serie che Moreni sviluppa negli anni ‘80 detta del Regressivo consapevole. Attorno alla presa di coscienza della regressione sociale che Moreni legge nella decadenza dei contenuti culturali di massa, in primis la televisione, il pittore organizza un banchetto funebre e colorato, in cui lo smarrimento dell’adultità, non corrisponde alla purificazione della civiltà, ma al suo ingordo e lieto precipitare.
Assecondando il paradosso, la pittura di Moreni diviene colorata, smisurata e precipitosa. Il naturale talento gli permette di controllare ogni tipo di gesto pittorico, dalla bomboletta spray al tubetto usato come se fosse una matita per segnare i confini delle sue improbabili figure. Il dialogo con la contemporaneità, si apre in questa sezione a più ampie corrispondenze. Giovanni Blanco presenta una scimmia pittrice, ironica allegoria della pittura di una nuova specie, la nostra, bestiale, istruita in Blanco, bestiale e informatizzata in Moreni. Lungo il versante dell’ironia, si incontrano gli Early works di Vedovamazzei, le irreverenze storico-artistiche dei Gelitin e la regressione di Moreni. In uno spazio più raccolto dialogano Moreni ed Enrico Minguzzi.
La loro complicità trova corrispondenza nella rappresentazione della natura dolente, inerme e indifferente, ma battuta nel profondo dall’inquinamento industriale. Mentre i Cult of Magic sorprendono il pubblico con una figura lillipuziana, più arditi, ma altrettanto sorprendente è la triangolazione tra Vera Portadino, Pesce Khete e il Maestro di Brisighella. Vera Portadino ricama con un accenno figurale un canto naturalista, mentre Khete risponde alla lirica più squisitamente gestuale e pittorica di Moreni. La mostra si chiude con un trittico di opere video di Silvia Dal Dosso dedicate all’esorbitante confusione culturale sospinta dalla facilità di accesso e trasformazione dei contenuti, nonché dalle difficoltà di orientamento della nostra società.
The Future Will Be Weird sarebbe stato il titolo di un’opera di Moreni in giornata buona, il quale essendo scomparso prima dell’esplosione del digitale si era sforzato a immaginare il futuro, prefigurando l’avvento di una nuova specie, dai connotati ibridi e, per l’appunto confusi. La mostra si chiude così, con un bestiario contemporaneo coreografato secondo l’insegnamento di Moreni badando a far germogliare la materia e le contraddizioni. Senza più chiederci se il futuro sarà strano.»
Denis Isaia
14
aprile 2026
The Future Will Be Weird
Dal 14 aprile al 13 giugno 2026
arte contemporanea
Location
Galleria Giovanni Bonelli Milano
Milano, Via Arcivescovo Romilli, 20, (MI)
Milano, Via Arcivescovo Romilli, 20, (MI)
Orario di apertura
da martedì a sabato ore 11-19
Vernissage
14 Aprile 2026, Ore 19
Autore
Curatore
Autore testo critico
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