-
- container colonna1
- Categorie
- #iorestoacasa
- Agenda
- Archeologia
- Architettura
- Arte antica
- Arte contemporanea
- Arte moderna
- Arti performative
- Attualità
- Bandi e concorsi
- Beni culturali
- Cinema
- Contest
- Danza
- Design
- Diritto
- Eventi
- Fiere e manifestazioni
- Film e serie tv
- Formazione
- Fotografia
- Libri ed editoria
- Mercato
- MIC Ministero della Cultura
- Moda
- Musei
- Musica
- Opening
- Personaggi
- Politica e opinioni
- Street Art
- Teatro
- Viaggi
- Categorie
- container colonna2
- Servizi
- Sezioni
- container colonna1
L’opera che non doveva esistere. Omaggio all’America Latina tra storia e riattivazione
Arte contemporanea
Non si tratta di censurare un’opera, ma di negarne l’esistenza: è in questi termini che si può rileggere oggi Omaggio all’America Latina, il lavoro concepito a quattro mani da Alik Cavaliere ed Emilio Scanavino per la XI Biennale di San Paolo del 1971, riproposto dal 14 aprile a Milano dalla Fondazione Emilio Scanavino e dal Centro Artistico Alik Cavaliere, in collaborazione con Prometeogallery, in occasione della Milano Art Week.
Ciò che accade nel 1971 non si limita a una mancata esposizione: l’opera, spedita regolarmente in Brasile dopo l’invito ufficiale trasmesso dalla Biennale di Venezia, viene ritirata prima dell’apertura, esclusa dal catalogo e privata dei nomi degli artisti, attraverso un’operazione che non interviene soltanto sulla visibilità, ma agisce sul piano della sua registrazione storica, come se la sua presenza dovesse essere neutralizzata prima ancora di diventare pubblica.
In questo senso, il lavoro di Cavaliere e Scanavino si colloca in un punto di tensione tra pratica artistica e sistema istituzionale, in un momento in cui la Biennale di San Paolo, pur presentandosi come piattaforma internazionale, opera all’interno di un contesto segnato dalla dittatura militare brasiliana e da equilibri diplomatici che rendono tutt’altro che neutra la partecipazione italiana, soprattutto dopo l’assenza del 1969.

È significativo che gli artisti ne siano perfettamente consapevoli e che decidano comunque di accettare l’invito, costruendo un lavoro che non cerca mediazioni, ma assume fin dall’inizio una posizione esplicita, come testimonia un appunto di Cavaliere in cui si afferma che il gesto era giusto e che il ritiro dell’opera non fa che confermarlo, spostando così il senso del lavoro dalla sua esposizione alla sua funzione politica.
L’opera si presenta come una grande parete di circa cinque metri per tre, articolata in 156 riquadri, attraversata dalla tensione tra la griglia pittorica di Scanavino e i grovigli vegetali in bronzo di Cavaliere, che non si limitano a emergere dalla superficie ma la forzano e la interrompono, introducendo una dimensione plastica che rende instabile la struttura stessa dell’immagine; tuttavia è l’elemento testuale a determinare il punto di rottura, perché su quella superficie vengono iscritti i nomi di uomini caduti per la libertà dell’America Latina, raccolti grazie a una rete di associazioni attive in Italia nel supporto ai rifugiati politici e forniti agli artisti, trasformando così l’opera in un elenco concreto, in cui ogni nome è segnato da una traccia di sangue.
È proprio questa precisione a rendere l’opera inaccettabile, perché nominare significa assumersi una responsabilità e rendere impossibile qualsiasi forma di neutralizzazione, ed è per questo che la decisione di ritirarla viene assunta in ambito italiano con la motivazione di evitare contenuti considerati “extra-artistici”, una formula che oggi appare rivelatrice proprio nella sua ambiguità.
Gli artisti, del resto, non erano interessati alla visibilità o alla fortuna dell’opera, ma alla sua funzione politica, e proprio per questo aveva poco senso pensare a una sua esposizione in un contesto neutro come quello di una galleria, dal momento che il lavoro era stato concepito per un luogo preciso e per una situazione altrettanto precisa, quella della Biennale di San Paolo; è a partire da questa consapevolezza che i curatori della mostra si sono interrogati su come riattivare oggi l’opera a distanza di oltre cinquant’anni dal suo ritiro, evitando di ridurla a semplice testimonianza.

Il progetto milanese affronta questa questione introducendo un elemento ulteriore: la performance site-specific di Regina José Galindo, Homage to Latin America – Veiling, prevista il 14 aprile alle ore 17 negli spazi della Fondazione Scanavino, con accesso su prenotazione e ingressi contingentati in gruppi di quaranta persone ogni cinque minuti per una durata complessiva di circa un’ora, mentre la mostra prosegue fino al 14 giugno e accoglierà successivamente la documentazione video dell’intervento performativo.
La presenza di Galindo, il cui lavoro si è costruito negli anni attorno al corpo come luogo di esposizione della violenza politica, in particolare in relazione alla dittatura del Guatemala, non introduce una semplice attualizzazione, ma riporta il lavoro dentro una tensione che riguarda ancora il presente, mettendo in relazione i nomi incisi nel 1971 con le forme contemporanee della violenza.
In questo modo l’opera smette di essere solo un episodio del passato e torna a interrogare il presente, non tanto per il suo contenuto, quanto per il gesto che la genera, cioè la decisione di nominare ciò che non poteva essere nominato.
Resta tuttavia aperta una questione che riguarda il luogo dell’opera, perché se Omaggio all’America Latina era stata pensata per essere esposta in Sud America, la sua attuale collocazione appare inevitabilmente provvisoria; da qui il progetto e la speranza di riportarla in Brasile, restituendola al contesto per cui era stata concepita e riaprendo una vicenda che non si è mai realmente conclusa.








