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Da Alberto Burri alla moda giapponese: a Milano, un dialogo sul nero
Moda
Una mostra molto ambiziosa mette in dialogo artisti e fashion designer su un tema portante: il nero non come semplice colore, ma è come condizione percettiva e un dispositivo teorico che attraversa pittura e moda, materia e corpo. Dal 16 aprile al 5 maggio 2026, apre al CUBO Museo d’Impresa del Gruppo Unipol, a Milano, Abitare il Nero. Da Alberto Burri ai Fashion Designer della Scuola giapponese, un progetto che costruisce un campo di relazioni inedito tra il capolavoro di Alberto Burri, Nero con punti, e le pratiche radicali di Issey Miyake, Yohji Yamamoto e Junya Watanabe.
La mostra, a cura di Silvia Casagrande, si inserisce nel percorso di valorizzazione dell’opera di Burri avviato con il restauro del 2019 e oggi rilanciato come riflessione attiva sul presente. All’epoca l’opera è stata oggetto di un delicato eco-restauro per mezzo di un prodotto di origine vegetale estratto dalle alghe giapponesi Funori, già impiegate da secoli in Oriente per il restauro di materiali porosi come carte e tessuti ma quasi sconosciuto in Occidente.

La grande tela in juta, attraversata da una pittura nera profonda e da una ferita centrale ricucita, non si offre come immagine ma come struttura: una superficie in cui la materia diventa tempo, memoria e conflitto. Nel lavoro di Burri il nero non è mai uniforme né simbolico: è densità fisica, combustione, taglio, sutura. È un nero che non rappresenta il vuoto, ma lo rende visibile come resistenza. La ferita non è una mancanza, ma un principio generativo che trasforma la superficie in campo di tensioni.

Questa stessa logica riemerge, in forma diversa ma sorprendentemente affine, nella rivoluzione estetica dei designer giapponesi. Con Yohji Yamamoto il nero diventa rifiuto della forma chiusa e dichiarazione poetica: l’abito non definisce il corpo, lo sospende tra presenza e sottrazione, aprendo una zona di ambiguità percettiva. In Issey Miyake il nero si fa architettura in movimento. La piega, la modularità, la sperimentazione tessile trasformano il tessuto in un sistema dinamico, dove la superficie vive del corpo e il corpo diventa attivatore della forma. Il nero non immobilizza, ma vibra. Con Junya Watanabe, infine, il nero si stratifica e si scompone: l’abito diventa assemblaggio, collisione di materiali, costruzione che espone la propria logica interna. Quelli che la critica occidentale ha spesso definito “stracci neri” si rivelano invece dispositivi complessi, dove la frattura è parte integrante del progetto.

È qui che il dialogo con Burri si intensifica. Anche nella sua pittura, la superficie è sempre un luogo di tensione: il gesto del cucire, del bruciare, del lacerare non interrompe la forma, ma la genera. Così come nella moda giapponese lo strappo non è errore ma grammatica, nella pittura di Burri la ferita non è trauma da occultare ma linguaggio da esporre. In entrambi i casi, il nero non è mai negazione o distruzione ma diventa linguaggio che apre a nuovi universi concettuali e infinite possibilità espressive.

Vista la scarsità di mostre sul territorio italiano, sono sempre più importanti questi spazi di riflessione dove mettere in arte e moda a confronto per innescare nuovi percorsi e riflessioni per rileggere temi e maestri di epoche differenti.














