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Mentre le grandi istituzioni museali dell’Occidente si affannano a rimuovere i loghi delle compagnie petrolifere dalle proprie facciate e dai propri bilanci sotto la pressione dei movimenti ambientalisti, l’Arabia Saudita compie un’operazione del tutto contraria a questa tendenza e che, nel contesto ecologico attuale, appare alquanto controversa. Nasce infatti a Riyadh, all’interno del King Abdullah Financial District – KAFD, il Black Gold Museum: un nuovo museo dove il petrolio è il protagonista assoluto, celebrato attraverso oltre 200 opere d’arte contemporanea che ne tracciano l’epopea industriale e spirituale.
Il paradosso della sostenibilità: riuso per l’idrocarburo
Il progetto nasce dalla collaborazione tra la Commissione Musei del Ministero della Cultura e il KAPSARC – King Abdullah Petroleum Studies and Research Center e costituisce un intervento di adaptive reuse della preesistente biblioteca progettata da Zaha Hadid e completata nel 2017. Il progetto architettonico, firmato dallo studio londinese DaeWha Kang Design, è un vero e proprio capolavoro di equilibrismo tecnico: con l’aggiunta di appena il 6% di nuova struttura, i 6.800 metri quadrati dell’edificio originale sono stati infatti convertiti in un’istituzione museale d’avanguardia.

C’è però una certa ironia nel fatto che il museo dell’oro nero faccia della sostenibilità il suo vessillo architettonico. Conservando le facciate e il telaio strutturale di Hadid, lo studio ha infatti ridotto drasticamente il carbonio incorporato e i rifiuti da costruzione. Ma questo, d’altronde, è anche il paradosso di Riyadh stessa: mentre il piano strategico Vision 2030 promosso dal governo saudita parla di diversificazione economica e di un futuro post-petrolifero, il museo sembra voler blindare la memoria dell’era fossile proprio nel momento della sua messa in discussione, elevandola quasi a categoria artistica.
L’interno dell’edificio è stato poi completamente ripensato attorno a un nuovo atrio centrale e a una scenografica scala a chiocciola scultorea che funge da perno esperienziale. La palette materica attinge alla geologia saudita — wadi, canyon e formazioni sedimentarie — ma il vero dettaglio rivelatore è nelle geometrie esagonali che informano i ritmi spaziali: un riferimento colto alle strutture molecolari degli idrocarburi.

Il petrolio come materia estetica e politica
Il museo non cerca la mediazione né l’espiazione. Se nel resto del mondo il greenwashing è diventato la strategia di sopravvivenza (spesso goffa) delle corporation energetiche, Riyadh sceglie invece la via opposta: l’oro nero viene qui estetizzato, trasformato in pigmento, installazione immersiva e scultura cinetica. Attraverso commissioni internazionali e opere multimediali, il percorso espositivo racconta il petrolio come un “dono della terra”, un fluido vitale che ha forgiato non solo l’economia, ma il modernismo stesso della nazione.


L’apertura del Black Gold Museum solleva così interrogativi profondi sul ruolo dell’arte come strumento di soft power e sulla sua capacità di farsi scudo contro il cambiamento dei paradigmi globali: le installazioni di artisti internazionali come Manal AlDowayan, Ayman Zedani, Muhannad Shono, Doug Aitken, Jimmie Durham e Wim Delvoye, qui vengono infatti utilizzate per costruire una mitologia del progresso che non contempla la fine dell’idrocarburo, ma anzi ne celebra l’eternità attraverso la forma artistica.


Non è poi certo un caso che il museo sorga nel cuore finanziario della capitale: è un’affermazione di sovranità culturale che sfida apertamente i paradigmi della transizione energetica: in un momento in cui l’Occidente vive il senso di colpa per il proprio passato industriale, l’Arabia Saudita risponde creando un tempio dedicato a ciò che il resto del mondo tenta di “rimuovere” dai propri archivi visivi.














