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Agire il corpo per costruire consapevolezza: la performance di Martina Rota con Donnexstrada
Arti performative
The Hoxton Hotel di Roma ha ospitato, grazie alla PR e Brand Manager Silvia Curtilli, una performance dell’artista visiva Martina Rota a cura della piattaforma editoriale Altremuse, in collaborazione con Donnexstrada. Si tratta di un’associazione no-profit – con la quale ho avuto il piacere di mediare un talk all’Edition Hotel lo scorso 8 marzo, per la Giornata dei diritti internazionali delle donne – che previene e contrasta la violenza di genere, a favore di un’autonomia individuale e di una responsabilità collettiva. Questa realtà, co-condotta dalla direttrice creativa Bianca Hirata, nel tempo ha creato luoghi sicuri con circa 900 Punti Viola in tutta Italia, comprendendo ora anche The Hoxton Hotel, al fine d’intessere reti sempre più ampie di consapevolezza e supporto.

«Festeggiare un Punto Viola in questo modo per me non è solo segnare un traguardo o ribadire un messaggio, bensì provare ad abitare uno spazio in maniera più complessa e viva, permettendoci d’immaginare la sicurezza non soltanto come qualcosa che si dichiara, ma come qualcosa che si costruisce anche attraverso esperienze aderite», ci racconta Hirata. «Ho sentito il desiderio di organizzare questa performance con Altremuse come esperimento condiviso. Si tratta di un momento dove, pur continuando ad amare profondamente la parola e tutto ciò che in questi anni abbiamo costruito attraverso talk e incontri, mi sono accorta che qualcosa doveva essere attraversato in modo diverso, meno spiegato e più vissuto; come se fosse necessario spostarsi leggermente fuori da sé, per lasciare spazio a ciò che ancora non controlliamo del tutto», ha continuato Hirata.
L’evento, dal titolo Il sogno che mi assegno, inaugura l’azione performativa Dirty sweat di Martina Rota, ponendo al centro la necessità d’abitare il proprio corpo nella sua “momentaneità”, facendosi mezzo per indagare desideri e urgenze interiori. «La performance nasce nel 2018 da un lavoro antico, un’esigenza ancestrale di raccontare il dolore attraverso il rapporto conflittuale e romantico col proprio corpo. La risposta traumatica rimane per molto tempo dentro di noi, come fosse una memoria muscolare; ma il piacere permette gradualmente di neutralizzarla, rovesciandola. Perciò, anche durante tale azione, sono in ascolto delle necessità che ogni parte del mio corpo possiede, sfidando le esigenze momentanee, saturandole», spiega Rota.
Tale pratica coreografica, che include un approccio interdisciplinare, consiste in movimenti apparentemente istintuali e inconsulti ma, in realtà, dotati di un impianto narrativo dal carattere progressivo, capace d’innescare nel pubblico un climax ascendente e partecipativo che capitola nello scioglimento di un tema complesso come quello di una lesione interiore.
All’inizio, un sibilo, una voce “udibile solo da lontano”, poi il suono tuonante di una voce femminile che assume forza nel suo riscatto. Segue una danza intuitiva, un cercarsi e un ritrovarsi attraverso i sensi, in una continua rimodulazione, dove Rota esplora il corpo femminile a partire dal suo. In questo luogo altro cui ripartire, l’intento è quello di «non stare nella forma», come ci ha detto l’artista, e di rivendicare relazioni invisibili tra membra e spazio, in una mappatura che consente al pubblico di decifrare un comune senso d’appartenenza.














