26 aprile 2026

«Fellini dirigeva immobile mentre tutto oscillava». Intervista al grande scenografo Dante Ferretti

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83 anni, tre Oscar, cinque film con Fellini e nove con Scorsese: ai Musei di San Salvatore in Lauro, una mostra racconta la carriera dello scenografo Dante Ferretti, che ci parla della sua arte in questa intervista

Foto ritratto Dante Ferretti. Foto di Carlo Bellincampi

Ai Musei di San Salvatore in Lauro di Roma, fino al 19 luglio, la mostra Dante Ferretti. Con i miei occhi, curata da Raffaele Curi, raccoglie bozzetti, studi, dipinti non tanto per raccontare il dietro le quinte del cinema, quanto per delineare il punto di partenza di Dante Ferretti, scenografo e costumista da Premio Oscar.

Cinque film con Fellini. Uno dei bozzetti esposti in mostra è stato realizzato per E la nave va: «Per quella scenografia costruimmo una pedana enorme su molle, dentro il teatro di posa. Fellini arriva, guarda, dice “bello, mi piace”, poi abbassa la voce: “Ho un problema: soffro il mal di mare. Là sopra vomito”. Dico: “non è che vomiti perché non ti piace la scena? Soluzione: una torretta fissa costruita accanto alla nave in movimento. Fellini dirigeva immobile mentre tutto intorno a lui oscillava».

Interni Turpin Parlor per Sweeney Todd Foto via IL CIGNO

Dopo trent’anni con Scorsese, cosa non avete più bisogno di dirvi?

«Con lui ci dicevamo poco. Leggevo la sceneggiatura e disegnavo tutto. Costruivo le scenografie e lui veniva a vederle un giorno prima di cominciare a girare. Era incredibile; diceva sempre: “Dante, guarda, sono stanco, adesso devo finire di girare. Ci vediamo domani mattina?” E io: “Ma guarda, dobbiamo girare. Domani mattina la scena è nuova, non vuoi venire a vedere?” E lui: “Vabbè, poi passo un attimo”. Con lui ho fatto nove film. Mi pare che sia andata sempre tutto molto bene – racconta ironico – e mi hanno dato anche qualche premio».

Uno era un Oscar…

«Stavamo girando Shutter Island vicino a Boston. Quinta nomination. Dico a Martin: questa volta non ci vengo. Quattro volte siamo andati, non ci hanno mai dato niente; stavamo seduti a vedere tutti gli altri alzarsi. Lui ha detto: forza, su, andiamo. Aveva l’aereo privato, ci ha convinti. Siamo andati. Eravamo così poco fiduciosi che non avevamo preparato nessun discorso. Non avevamo nemmeno i posti in sala: ci avevano messo dietro le quinte con gli altri scenografi, i tecnici. A un certo punto Halle Berry legge le nomination. Dice: quest’anno l’Oscar per la migliore scenografia va a Dante Ferretti e Francesca Lo Schiavo per The Aviator. Manco ci volevamo credere. Niente discorso, niente; stavamo lì e abbiamo detto: grazie, questo è per i nostri figli, viva l’Italia, viva il cinema, viva l’America. (pausa, poi ride) Abbasso Donald Trump: questo lo dico adesso».

Dante Ferretti, con i miei occhi, veduta della mostra, Museo di San Salvatore in Lauro, 2026, ph. Valentina Sensi via Ufficio Stampa HF4

Scorsese a Cinecittà a girare Gangs of New York. Lo ha portato nella sua Roma…

«Eravamo a Venezia. Partiamo per Roma con un aereo privato io, mia moglie Francesca, la produttrice Barbara De Fina. All’atterraggio a Ciampino dice che deve ripartire per l’America. Dico: prima andiamo al ristorante di fronte a Cinecittà, si mangia bene. Era domenica, tutto chiuso. Ho chiamato e mi sono fatto aprire. Ho cominciato a disegnare lì, sul posto. Poi ho portato bozzetti e modellini in America. Harvey Weinstein vede i modellini e fa: “È bello, si può fare.” Gangs of New York è stato girato tutto a Cinecittà. L’unica inquadratura con la vera New York erano due attori davanti a un green screen sull’Hudson River. E nel finale c’era l’immagine delle Torri Gemelle colpite dagli aerei: per questo il film è uscito un anno dopo».

Dante Ferretti, con i miei occhi, veduta della mostra, Museo di San Salvatore in Lauro, 2026, ph. Valentina Sensi via Ufficio Stampa HF4

Il suo secondo Oscar è nato da un fallimento…

«Due mesi di sopralluoghi in Cina con Tim Burton. Torniamo a Londra di sabato. Lunedì mattina lui arriva in ufficio vestito di nero. Non si era lavato: puzzava. E piangendo mi dice: “Guarda, il produttore ha ritirato i fondi. Non si fa più.” Per quel film c’erano 200 milioni. “Però ho un altro filmetto da fare. Abbiamo solo 50 milioni.” Dico: vabbè, non fa niente, facciamo lo stesso. Spendiamo di meno. I soldi miei però me li date tutti.” Il film era Sweeney Todd. Abbiamo ricostruito tutto a Shepperton: niente bluescreen, tutto costruito, con pochi soldi. Hanno chiamato un bravo scenografo – ammette con la sua tipica autoironia – che è riuscito a fare quello che ha fatto. Ed è stato il mio secondo Oscar».

Un Oscar per Hugo Cabret, un film che vive di meraviglia ma anche di materia: ferro, vetro, ingranaggi, polvere. L’intelligenza artificiale può imitare quell’immaginario?

«Hugo Cabret è stato l’ultimo Oscar. È un film che ho amato molto. Visivamente potente. Credo che un’intelligenza artificiale non riuscirebbe a dare quel…(pausa, poi ride) No, io adoro la deficienza artificiale. Anzi, sono un deficiente naturale, non artificiale».

Dante Ferretti, con i miei occhi, veduta della mostra, Museo di San Salvatore in Lauro, 2026, ph. Valentina Sensi via Ufficio Stampa HF4

Oggi uno scenografo è ancora un autore o è diventato una voce di budget da ridurre?

«Oggi l’hanno ridotto molto. Usano molto la parte fatta col computer. Io sono invece ancora un muratore. Mi piacciono i mattoni uno sopra l’altro, non solo il cemento. Gli acquedotti romani ancora reggono, i nostri ponti cascano. Io mi metto sotto ai miei ponti di mattoni e cerco di tenerli su con le mani».

Al cinema italiano mancano i mezzi o manca uno sguardo?

«Il cinema italiano non lo faccio da tanto tempo. L’ultimo film fatto in Italia è stato con Fellini. Poi c’è stato Il nome della rosa con Annaud: un capolavoro. E Il barone di Munchausen. Quando è uscito in America, hanno detto che era il film più bello per scenografia mai fatto nella storia del cinema. Però non ha fatto una lira. Non ha avuto successo di pubblico».

Si è rifatto con un Hugo Cabret…

«Insieme a mia moglie Francesca Lo Schiavo, che è set decorator. Lavoriamo insieme da una vita. Io sono Dante Ferretti Lo Schiavo: lo schiavo di mia moglie. Lei è bravissima, comanda lei. Abbiamo 20 nomination in due. Tre Oscar, 4 BAFTA, 5 David di Donatello, 14 Nastri d’Argento. Tutto sulle mensole dell’IKEA. Un inferno».

Dante Ferretti, con i miei occhi, veduta della mostra, Museo di San Salvatore in Lauro, 2026, ph. Valentina Sensi via Ufficio Stampa HF4

Ha progettato la sua tomba. È la sua ultima scenografia?

«Sì, sì. La cosa divertente è la parte dove chiamavo gli altri amici morti che stavano sopra…io stavo sotto, avevo fatto l’appartamento, e li invitavo a cena. Mi dicevano: “Ma che si mangia?” E io: “Andate a vedere quelli che sono morti da uno, due, tre giorni. Aprite, tagliate: c’è ancora la carne. Portate giù, la facciamo ai ferri, mangiamo”. E mangiavamo, noi tutti quanti scheletri. Poi loro ritornavano nelle loro tombe e io andavo a dormire. Avevo il salotto, la sala da pranzo, la cucina, la camera da letto, la televisione. Mi ero fatto un bell’appartamento, devo dire».

Meglio di un faraone egizio…

«Eh, lo so…che devo fare? Mi hanno copiato.

Non lascia eredi. Non ci sarà un altro Ferretti?

«No. Solo ottoni, rame, ferro. Se continua così, plastica. Ma ormai sono troppo vecchio per pensarci: ho 52 anni più IVA».

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