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Tracce di Vita
Oltre l’oblio. Nella cornice d’avanguardia della Biennale di Venezia, la mostra Tracce di vita esprime un’identità unica e irripetibile. Attraverso le immagini semplici ma profondamente toccanti, interroga la nostra essenza: qual è, in fondo, il senso ultimo dell’esistenza? o R-esistenza?
Lei Chen
Comunicato stampa
Segnala l'evento
Il progetto fotografico Tracce di vita nasce con l’intenzione di sensibilizzare la collettività
sul tema Cure Palliative. Perché tale necessità? Per far comprendere gli aspetti
assistenziali e medici legati alle cure palliative e, contestualmente, scardinare i
pregiudizi purtroppo ancora troppo diffusi sul tema del fine vita.
Nel giro di qualche mese le immagini hanno però preso una direzione più leggera e
contemporaneamente profonda. Dunque, cosa troverete in queste immagini?
Protagonista è diventata la fragilità del nostro essere, abbracciata al tema della Cura e del
prendersi cura. Proprio il nostro essere fragile, imperfetto, vulnerabile che non deriva da
noi stessi ma che riceviamo e che assume significato proprio nel rapporto di cura con gli
altri. L’imperfezione connaturata con il rischio naufragio, condizione così ben descritta dal
medico-filosofo Carl Jaspers. Il nostro essere vulnerabili che ci lega inevitabilmente
all’altro, nel tentativo di dare un senso alla nostra esistenza.
Chiave centrale della rappresentazione visiva è costituita dalle immagini di oggetti che
circondano le persone ricoverate, prevalentemente comodini e piccoli arredi. Coperte,
tazze, libri, immagini religiose, fotografie, fiori, frammenti della quotidianità abituale
trasferiti da casa in Reparto, un immaginario sofferto, poetico e silenzioso della vita che
scorre anche nella fase più delicata di una malattia severa. Un microcosmo
apparentemente semplice e quotidiano che in realtà diventa la rappresentazione di un
vissuto, di una biografia, di un’identità. Il tutto visto con l’occhio fotografico del medico che
condivide con il malato gli ultimi giorni di vita. Ed è forse questo quello che diventa il punto
di forza delle immagini. Gli oggetti diventano luogo di racconto e contemporaneamente
istanza conoscitiva senza preconcetti. La Cura che si fa presenza, ascolto e
riconoscimento dell’altro, dunque accoglimento del suo essere.
Gli oggetti, solo apparentemente ordinari e quotidiani, accostati insieme sembrano
prendere vita raccontando proprio tracce di vita, diventando la significazione di uno slancio
vitale che diventa fatto collettivo e non più solo espressione di vissuto individuale spesso
confinato alla solitudine. L’alterità che si fa relazione e diventa comunità.
La persona che si spoglia del non-più-necessario, la ricerca di una nuova costellazione di
affetti, il consolidare definitivo dei legami più importanti. La ricostruzione del proprio
percorso biografico come insieme di significati che possa permettere di definirsi e di
lasciare immagine di sé a chi rimarrà. Questo ci raccontano le immagini. E tutti possiamo
riconoscerci, non solo nella memoria di chi non c’è più ma anche nel prendere atto della
nostra preziosa ed unica fragilità. In ultima analisi riconoscendo-ci come comunità.
Il tentativo di portare “oltre” la memoria, speranza per chi se ne deve andare, sollievo per
chi rimane. Il tempo che finisce, il tempo che va oltre. Ma prima di tutto il tempo dedicato
all’altro come postura etica che si carica di significato diventando Cura.
Tracce di vita, pertanto, si inserisce pienamente nel contesto di “In minor keys”, tema della
contemporanea inaugurazione della 61ª Esposizione Internazionale d'Arte della Biennale
di Venezia 2026, incentrata su percorsi fatti di spazi intimi, sussurrati e silenziosi, lontani
dal rumore della parola senza contenuto.
sul tema Cure Palliative. Perché tale necessità? Per far comprendere gli aspetti
assistenziali e medici legati alle cure palliative e, contestualmente, scardinare i
pregiudizi purtroppo ancora troppo diffusi sul tema del fine vita.
Nel giro di qualche mese le immagini hanno però preso una direzione più leggera e
contemporaneamente profonda. Dunque, cosa troverete in queste immagini?
Protagonista è diventata la fragilità del nostro essere, abbracciata al tema della Cura e del
prendersi cura. Proprio il nostro essere fragile, imperfetto, vulnerabile che non deriva da
noi stessi ma che riceviamo e che assume significato proprio nel rapporto di cura con gli
altri. L’imperfezione connaturata con il rischio naufragio, condizione così ben descritta dal
medico-filosofo Carl Jaspers. Il nostro essere vulnerabili che ci lega inevitabilmente
all’altro, nel tentativo di dare un senso alla nostra esistenza.
Chiave centrale della rappresentazione visiva è costituita dalle immagini di oggetti che
circondano le persone ricoverate, prevalentemente comodini e piccoli arredi. Coperte,
tazze, libri, immagini religiose, fotografie, fiori, frammenti della quotidianità abituale
trasferiti da casa in Reparto, un immaginario sofferto, poetico e silenzioso della vita che
scorre anche nella fase più delicata di una malattia severa. Un microcosmo
apparentemente semplice e quotidiano che in realtà diventa la rappresentazione di un
vissuto, di una biografia, di un’identità. Il tutto visto con l’occhio fotografico del medico che
condivide con il malato gli ultimi giorni di vita. Ed è forse questo quello che diventa il punto
di forza delle immagini. Gli oggetti diventano luogo di racconto e contemporaneamente
istanza conoscitiva senza preconcetti. La Cura che si fa presenza, ascolto e
riconoscimento dell’altro, dunque accoglimento del suo essere.
Gli oggetti, solo apparentemente ordinari e quotidiani, accostati insieme sembrano
prendere vita raccontando proprio tracce di vita, diventando la significazione di uno slancio
vitale che diventa fatto collettivo e non più solo espressione di vissuto individuale spesso
confinato alla solitudine. L’alterità che si fa relazione e diventa comunità.
La persona che si spoglia del non-più-necessario, la ricerca di una nuova costellazione di
affetti, il consolidare definitivo dei legami più importanti. La ricostruzione del proprio
percorso biografico come insieme di significati che possa permettere di definirsi e di
lasciare immagine di sé a chi rimarrà. Questo ci raccontano le immagini. E tutti possiamo
riconoscerci, non solo nella memoria di chi non c’è più ma anche nel prendere atto della
nostra preziosa ed unica fragilità. In ultima analisi riconoscendo-ci come comunità.
Il tentativo di portare “oltre” la memoria, speranza per chi se ne deve andare, sollievo per
chi rimane. Il tempo che finisce, il tempo che va oltre. Ma prima di tutto il tempo dedicato
all’altro come postura etica che si carica di significato diventando Cura.
Tracce di vita, pertanto, si inserisce pienamente nel contesto di “In minor keys”, tema della
contemporanea inaugurazione della 61ª Esposizione Internazionale d'Arte della Biennale
di Venezia 2026, incentrata su percorsi fatti di spazi intimi, sussurrati e silenziosi, lontani
dal rumore della parola senza contenuto.
09
maggio 2026
Tracce di Vita
Dal 09 al 31 maggio 2026
fotografia
Location
Officine Forte Marghera – Padiglione Palmanova
Venezia, Via Forte Marghera, 30, (VE)
Venezia, Via Forte Marghera, 30, (VE)
Orario di apertura
Giovedì e venerdì ore 17-21
Sabato e domenica ore 10-13 e 16-21
Vernissage
9 Maggio 2026, sabato 9 maggio 2026 ore 18
Ufficio stampa
Lei Chen
Autore
Curatore
Autore testo critico
Progetto grafico






