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Speaking After the Body
La mostra Speaking After the Body inaugura il programma internazionale Dissent Series sul tema arte e dissenso. Le opere di Carloni-Franceschetti, Harouni e Ruggi conservano tracce di lotte collettive sopravvissute alla scomparsa dei corpi che avevano manifestato nuovi modi di pensare il mondo.
Comunicato stampa
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Apre le porte il 19 maggio 2026 Speaking After the Body, prima edizione di Dissent Series, programma espositivo internazionale che promuove discussioni sul rapporto fra arte e dissenso – inteso quest’ultimo come elemento fondante della democrazia. È un progetto proposto da Adriatico Book Club ETS e curato da Lorenzo Lazzari. La mostra, realizzata presso Sala Veruda a Trieste grazie al contributo della Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia e di Le Fondazioni Casali ETS, esplora, attraverso le opere degli artisti Carloni-Franceschetti, Shadi Harouni e Madeleine Ruggi, il potere che oggetti, immagini e suoni hanno di riattivare e trasmettere i messaggi di rivendicazioni collettive attraverso le generazioni.
Quanto sono forti e durature le tracce di una lotta lasciate su un oggetto, sulla superficie di un’immagine o nelle vibrazioni di un suono? Fino a che punto possono parlare da sé delle ingiustizie che simboleggiano? Il corpo e la voce sono i mezzi incarnati del dissenso: con la propria presenza si dimostrano i torti presenti nel mondo che si abita, manifestando i modi in cui rinominarlo, ripensarlo e riconfigurarlo. Eppure i corpi sono fatti di carne, sono soggetti alla violenza, alla scomparsa, alla morte. Le lotte sopravvivono al passare del tempo, sono reinventate da altri corpi e lasciano messaggi e simboli racchiusi nelle tombe senza nome, nei canti, negli oggetti di recupero che attraversano i mari. Sono queste tracce che le ricerche in mostra scelgono di osservare, interrogare, restituire.
Il duo marchigiano Carloni-Franceschetti produce nello spettatore cortocircuiti narrativi, generati dalle associazioni visive e simboliche tra gli oggetti comuni e marginali che compongono i lavori presenti in mostra. Rifiuto (2026) presenta due pneumatici sovrapposti a formare un otto come infinito, contenenti ancora l’acqua del mare. Nel primo galleggia una lucciola spenta, un corpo morto, tra le due gomme è poggiata una maglietta da calcio con il numero otto. Oggetto comune e marginale, simbolo di spostamenti e migrazioni, lo pneumatico, rifiuto usato come parabordo di povere imbarcazioni, come fonte di calore o come salvagente improvvisato, diventa emblema di precarietà e tragedia, ultimo testimone di naufragi e vite spezzate. La sua forma protettiva evoca insieme la possibilità di salvezza e la memoria della perdita, trasformandosi in un segno universale di resistenza e fragilità.
Nella serie di quattro stampe Host (2020), un’ostia bianchissima galleggia nell’imboccatura di una tanica colma di petrolio. Il cortocircuito tra Ostia e Petrolio riconduce a Pier Paolo Pasolini, al luogo e alla causa del suo assassinio. Le ostie che si posano sulla lingua dei credenti misurano 35 mm, proprio come la pellicola cinematografica. Nello sviluppo fotografico l’acido agisce sulla parte sensibile, impressionata ma latente: se non avviene il fissaggio, l’immagine si consuma in pochi istanti, ritornando al nero. Così l’istantanea purezza dell’ostia galleggia nella bocca della tanica.
Shadi Harouni, in Sunken Garden: Beheshte Zahra Cemetery, Section 33 (2018), ritrae le tombe di venticinque dissidenti iraniani giustiziati e sepolti dal regime Pahlavi; tombe successivamente rinnegate e ricoperte di cemento da un altro regime, poco dopo la Rivoluzione del 1979. Le sagome rettangolari che emergono appena dal pavimento non lasciano identificare i corpi. Nonostante quel cimitero resti uno spazio di repressione e sorveglianza, alcune di queste tombe mostrano il passaggio di piccoli gesti di cura, una lieve pulizia della superficie e la posa di alcuni fiori secchi. La documentazione fotografica di Harouni fissa ciò che non deve essere osservato ed evidenzia come questi tumuli senza nome portino con sé la forza della lotta nella memoria di coloro che, sfidando la legge, se ne prendono cura.
Il lavoro di Madeleine Ruggi, La lingua me difendi (2026), esito di una residenza condotta a Trieste nel 2024, promossa da Adriatico Book Club nell'ambito del progetto POP Adriatico (premio Creative Living Lab 5, MiC), in collaborazione con Casa del Cinema di Trieste, l'associazione EASA Eterotopia e Gangart, si inserisce nel proposito di Dissent Series di presentare in ogni edizione un’opera su un aspetto del Friuli Venezia Giulia, con gli obiettivi di connettere la dimensione locale alle realtà internazionali e di arricchire i dialoghi transfrontalieri sul dissenso contemporaneo. Ruggi recupera e riattiva le voci delle sesolòte, le lavoratrici portuali di Trieste a cavallo tra XIX e XX secolo. A differenza dei portuali maschi, il lavoro delle sesolòte è testimoniato oggi da pochissime fotografie e alcune registrazioni di canti popolari. Attraverso La lingua me difendi, l’artista interroga il ruolo fondamentale che le donne, non solo a Trieste, avevano nell’economia portuale su scala urbana e internazionale.
Il 4 giugno 2026, in occasione del finissage, Madeleine Ruggi sarà presente per approfondire il suo lavoro in conversazione con Nicola Di Croce e fuori edicola APS.
I diversi contributi che compongono la mostra Speaking After the Body, e danno inizio al progetto Dissent Series, sono anche presentati in una pubblicazione che raccoglie i testi di sala degli artisti e del curatore, con progetto grafico di Studio Iknoki. La pubblicazione raccoglie inoltre un testo inedito di Miriam De Rosa, professoressa associata di cinema, fotografia e nuovi media all’Università Ca’ Foscari di Venezia, sulla relazione tra arte e dissenso, il primo degli scritti sul tema del progetto che saranno, in ogni edizione, commissionati ad autrici e autori.
Quanto sono forti e durature le tracce di una lotta lasciate su un oggetto, sulla superficie di un’immagine o nelle vibrazioni di un suono? Fino a che punto possono parlare da sé delle ingiustizie che simboleggiano? Il corpo e la voce sono i mezzi incarnati del dissenso: con la propria presenza si dimostrano i torti presenti nel mondo che si abita, manifestando i modi in cui rinominarlo, ripensarlo e riconfigurarlo. Eppure i corpi sono fatti di carne, sono soggetti alla violenza, alla scomparsa, alla morte. Le lotte sopravvivono al passare del tempo, sono reinventate da altri corpi e lasciano messaggi e simboli racchiusi nelle tombe senza nome, nei canti, negli oggetti di recupero che attraversano i mari. Sono queste tracce che le ricerche in mostra scelgono di osservare, interrogare, restituire.
Il duo marchigiano Carloni-Franceschetti produce nello spettatore cortocircuiti narrativi, generati dalle associazioni visive e simboliche tra gli oggetti comuni e marginali che compongono i lavori presenti in mostra. Rifiuto (2026) presenta due pneumatici sovrapposti a formare un otto come infinito, contenenti ancora l’acqua del mare. Nel primo galleggia una lucciola spenta, un corpo morto, tra le due gomme è poggiata una maglietta da calcio con il numero otto. Oggetto comune e marginale, simbolo di spostamenti e migrazioni, lo pneumatico, rifiuto usato come parabordo di povere imbarcazioni, come fonte di calore o come salvagente improvvisato, diventa emblema di precarietà e tragedia, ultimo testimone di naufragi e vite spezzate. La sua forma protettiva evoca insieme la possibilità di salvezza e la memoria della perdita, trasformandosi in un segno universale di resistenza e fragilità.
Nella serie di quattro stampe Host (2020), un’ostia bianchissima galleggia nell’imboccatura di una tanica colma di petrolio. Il cortocircuito tra Ostia e Petrolio riconduce a Pier Paolo Pasolini, al luogo e alla causa del suo assassinio. Le ostie che si posano sulla lingua dei credenti misurano 35 mm, proprio come la pellicola cinematografica. Nello sviluppo fotografico l’acido agisce sulla parte sensibile, impressionata ma latente: se non avviene il fissaggio, l’immagine si consuma in pochi istanti, ritornando al nero. Così l’istantanea purezza dell’ostia galleggia nella bocca della tanica.
Shadi Harouni, in Sunken Garden: Beheshte Zahra Cemetery, Section 33 (2018), ritrae le tombe di venticinque dissidenti iraniani giustiziati e sepolti dal regime Pahlavi; tombe successivamente rinnegate e ricoperte di cemento da un altro regime, poco dopo la Rivoluzione del 1979. Le sagome rettangolari che emergono appena dal pavimento non lasciano identificare i corpi. Nonostante quel cimitero resti uno spazio di repressione e sorveglianza, alcune di queste tombe mostrano il passaggio di piccoli gesti di cura, una lieve pulizia della superficie e la posa di alcuni fiori secchi. La documentazione fotografica di Harouni fissa ciò che non deve essere osservato ed evidenzia come questi tumuli senza nome portino con sé la forza della lotta nella memoria di coloro che, sfidando la legge, se ne prendono cura.
Il lavoro di Madeleine Ruggi, La lingua me difendi (2026), esito di una residenza condotta a Trieste nel 2024, promossa da Adriatico Book Club nell'ambito del progetto POP Adriatico (premio Creative Living Lab 5, MiC), in collaborazione con Casa del Cinema di Trieste, l'associazione EASA Eterotopia e Gangart, si inserisce nel proposito di Dissent Series di presentare in ogni edizione un’opera su un aspetto del Friuli Venezia Giulia, con gli obiettivi di connettere la dimensione locale alle realtà internazionali e di arricchire i dialoghi transfrontalieri sul dissenso contemporaneo. Ruggi recupera e riattiva le voci delle sesolòte, le lavoratrici portuali di Trieste a cavallo tra XIX e XX secolo. A differenza dei portuali maschi, il lavoro delle sesolòte è testimoniato oggi da pochissime fotografie e alcune registrazioni di canti popolari. Attraverso La lingua me difendi, l’artista interroga il ruolo fondamentale che le donne, non solo a Trieste, avevano nell’economia portuale su scala urbana e internazionale.
Il 4 giugno 2026, in occasione del finissage, Madeleine Ruggi sarà presente per approfondire il suo lavoro in conversazione con Nicola Di Croce e fuori edicola APS.
I diversi contributi che compongono la mostra Speaking After the Body, e danno inizio al progetto Dissent Series, sono anche presentati in una pubblicazione che raccoglie i testi di sala degli artisti e del curatore, con progetto grafico di Studio Iknoki. La pubblicazione raccoglie inoltre un testo inedito di Miriam De Rosa, professoressa associata di cinema, fotografia e nuovi media all’Università Ca’ Foscari di Venezia, sulla relazione tra arte e dissenso, il primo degli scritti sul tema del progetto che saranno, in ogni edizione, commissionati ad autrici e autori.
19
maggio 2026
Speaking After the Body
Dal 19 maggio al 04 giugno 2026
arte contemporanea
Location
PALAZZO COSTANZI – SALA VERUDA
Trieste, Piazza Piccola, 2, (Trieste)
Trieste, Piazza Piccola, 2, (Trieste)
Orario di apertura
Da lunedì a domenica, dalle 10:00 alle 13:00 e dalle 17:00 alle 20:00
Vernissage
19 Maggio 2026, Alle ore 18:30
Ufficio stampa
Emilia Angelucci
Autore
Curatore
Progetto grafico
Produzione organizzazione
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