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Addio a VALIE EXPORT, pioniera della body art e dell’arte femminista
Arte contemporanea
di Redazione
È morta a Vienna, nel giorno del suo ottantacinquesimo compleanno, VALIE EXPORT, figura centrale dell’arte performativa e femminista europea del secondo Novecento. L’annuncio è stato dato dalla galleria Thaddaeus Ropac. La sua opera ha attraversato oltre mezzo secolo di trasformazioni politiche, tecnologiche e culturali mantenendo una tensione costante verso la critica delle immagini e delle strutture di potere che le producono.

Nata a Linz il 14 maggio 1940 come Waltraud Lehner, l’artista aveva adottato il proprio pseudonimo come un manifesto politico e visivo già alla fine degli Anni Sessanta, scritto in maiuscolo come un marchio commerciale, per sottrarsi simbolicamente tanto al cognome paterno quanto a quello matrimoniale.
La sua pratica ha attraversato performance, videoarte, cinema sperimentale, fotografia, installazione e scrittura, mantenendo sempre al centro dell’indagine il rapporto tra corpo, immagine, linguaggio e costruzione sociale del femminile. In una scena artistica dominata dall’Azionismo Viennese, con figure come Hermann Nitsch, Günter Brus e Otto Mühl, EXPORT introdusse una prospettiva radicalmente diversa: il corpo femminile non più oggetto di rappresentazione o sacrificio rituale ma portatore attivo di autodeterminazione e conflitto politico.

Le sue prime azioni pubbliche sono oggi considerate iconiche nella storia dell’arte femminista. Tra le più note, Aktionshose: Genitalpanik del 1968, performance realizzata in un cinema porno di Monaco: l’artista attraversava la sala con pantaloni tagliati all’altezza del pube e una mitragliatrice in mano, mettendo in crisi il ruolo passivo attribuito alle donne nel sistema voyeuristico del cinema e dell’immagine. L’azione sarebbe stata successivamente reinterpretata da Marina Abramović nel progetto Seven Easy Pieces del 2005.

Altrettanto celebre è Tapp-und Tastkino, sviluppata tra il 1968 e il 1971 in diverse città europee. EXPORT indossava una scatola aperta sul petto invitando i passanti a toccarle il seno senza poterlo vedere, mantenendo però il contatto visivo con lei. L’opera rovesciava i meccanismi di consumo dell’immagine femminile, interrogando il rapporto tra spettatore, desiderio e controllo.
Negli anni successivi l’artista ampliò la propria ricerca verso il cinema sperimentale e la videoarte. In Facing a Family del 1971, trasmesso dalla televisione austriaca, mostrava una famiglia borghese che guardava la televisione durante la cena, costruendo uno dei primi cortocircuiti consapevoli tra medium e spettatore. In Remote, Remote del 1973 si filmava mentre feriva le proprie cuticole con un coltello, trasformando il gesto quotidiano della cura estetica in una violenta azione sul corpo.
Il suo lavoro cinematografico raggiunse una dimensione più narrativa con Invisible Adversaries (Unsichtbare Gegner, 1977), film sospeso tra fantascienza e paranoia urbana, ambientato in una Vienna attraversata dall’angoscia e dalla dissoluzione identitaria. In Syntagma del 1983, attraverso sovrapposizioni e frammentazioni visive, rifletteva invece sulla costruzione culturale del corpo femminile come insieme di parti separate e manipolate dallo sguardo maschile.

Parallelamente alla pratica artistica, EXPORT sviluppò un intenso lavoro teorico. Nel manifesto Women’s Art: A Manifesto, scritto nel 1972 per la mostra MAGNA. Feminism: Art and Creativity, sosteneva la necessità di «lasciare parlare le donne in modo che possano ritrovare se stesse», individuando nell’arte uno strumento di ridefinizione sociale e simbolica dell’identità femminile.
Dal 1995 ha insegnato performance multimediale presso la Academy of Media Arts Cologne, contribuendo alla formazione di diverse generazioni di artisti e artiste. Nel corso della sua carriera ha esposto in numerose istituzioni internazionali e partecipato più volte alla Biennale di Venezia, consolidando il proprio ruolo come una delle figure decisive nell’evoluzione delle pratiche performative e mediali contemporanee.

Recentemente era stata protagonista, insieme a Ketty La Rocca, della mostra Body Sign presso Palazzo Belgioioso, negli spazi milanesi di Thaddaeus Ropac. Curata da Alberto Salvadori e Andrea Maurer, l’esposizione metteva in dialogo due figure centrali dell’arte femminista e concettuale europea degli Anni Sessanta e Settanta: «Hanno scelto il corpo come strumento per scrivere la loro storia, perché era l’unica cosa che era solo loro», spiegava Salvadori nel testo della mostra.




















