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Bartolomeo Gatto – Spazi Atemporali
L’esposizione propone un percorso dedicato alla produzione artistica di Bartolomeo Gatto, pittore e scultore tra le figure più significative del panorama contemporaneo nazionale. Un viaggio attraverso linguaggi, forme e visioni che restituisce al pubblico la profondità della sua ricerca espressiva.
Comunicato stampa
Segnala l'evento
COMUNICATO STAMPA
Al Complesso San Michele di Salerno la mostra “Spazi Atemporali”: in esposizione l’arte di Bartolomeo Gatto
Giovedì 28 maggio, alle ore 18.30, presso il Complesso San Michele, si terranno la conferenza stampa e il vernissage della mostra “Spazi Atemporali”, dedicata all’opera del Maestro Bartolomeo Gatto.
L’iniziativa è promossa dall’Associazione culturale Opificio Art, in collaborazione
con la Fondazione Bartolomeo Gatto e con il sostegno della Fondazione Carisal.
L’esposizione propone un ampio percorso dedicato alla produzione artistica di
Bartolomeo Gatto, pittore e scultore tra le figure più significative del panorama
contemporaneo nazionale, presentando anche alcune opere inedite realizzate
nell’ultima fase della sua attività artistica. Un viaggio attraverso linguaggi, forme e
visioni che restituisce al pubblico la profondità della ricerca espressiva dell’artista.
La serata inaugurale si aprirà con i saluti istituzionali del Presidente della
Fondazione Carisal, Domenico Credendino, del Direttore, Francesco Paolo
Innamorato e del Presidente di Associazione culturale Opificio Art, Vincenzo
Adinolfi.
Seguiranno gli interventi della critica d’arte Gabriella Taddeo, della Dirigente del
Liceo Artistico Sabatini-Menna, Renata Florimonte, e dell’architetto della
Fondazione Bartolomeo Gatto, Carla Gatto. A moderare l’incontro sarà il
giornalista e vicepresidente di Associazione culturale Opificio Art, Stefano
Pignataro.
Accanto al percorso espositivo principale, la mostra si arricchisce di una sezione
speciale dedicata alle grandi opere scultoree in pietra realizzate da Bartolomeo Gatto
e collocate in spazi pubblici del territorio salernitano.
L’impossibilità di trasferire all’interno del Complesso San Michele alcune delle
monumentali installazioni dell’artista, ha dato vita a un progetto curatoriale che crea
un dialogo diretto tra la mostra e il territorio, attraverso un percorso fotografico
capace di restituire il rapporto tra opera, paesaggio e comunità.
Le immagini, realizzate dal fotografo Valentino Petrosino, presidente
dell’Associazione Culturale LAB 147, offrono una rilettura visiva delle sculture di
Bartolomeo Gatto, valorizzandone il dialogo tra materia, luce e spazio urbano.
Attraverso la fotografia, le opere assumono una nuova dimensione narrativa ed
emozionale, ampliandone la forza simbolica.
Il percorso comprende le sculture “Abbraccio”, installata in Piazza del Carmine a
Salerno; “Inseguendo la Pace”, collocata nel Giardino degli Aranci di Giffoni Valle
Piana; “Verso il Futuro”, presente nella Villa Comunale di Coperchia, frazione di
Pellezzano; e “Incontro”, custodita presso la sede della Fondazione Bartolomeo Gatto
a Giovi.
La sezione rappresenta un omaggio alla produzione monumentale dell’artista e, al
tempo stesso, testimonia il profondo legame tra Bartolomeo Gatto e il territorio della
provincia di Salerno, che nel tempo ha accolto e custodito molte delle sue opere
pubbliche, trasformandole in autentici riferimenti culturali e identitari.
Particolare rilievo assume inoltre il coinvolgimento degli studenti del Liceo Artistico
Sabatini-Menna, protagonisti di un percorso formativo dedicato alla conoscenza
dell’artista e della sua eredità culturale.
Nell’ambito delle attività promosse durante l’anno scolastico, la Fondazione
Bartolomeo Gatto ha accolto gli studenti negli spazi che furono studio e luogo
creativo del Maestro, offrendo loro un’esperienza immersiva di conoscenza e
confronto diretto con l’universo artistico e umano della sua produzione.
Gli studenti del corso di Audiovisivo hanno inoltre realizzato una video-intervista
dedicata all’esperienza vissuta e al valore dell’arte come patrimonio condiviso,
contribuendo con uno sguardo contemporaneo alla narrazione dell’opera di
Bartolomeo Gatto. I lavori prodotti entreranno a far parte integrante della mostra,
trasformando l’esposizione in uno spazio di dialogo tra memoria, territorio e nuove
generazioni.
La mostra sarà visitabile gratuitamente dal 29 maggio al 26 giugno 2026, dal lunedì
al sabato, dalle ore 16.30 alle ore 20.00.
via San Michele, 10
via Bastioni 14/16 – Salerno.
Salerno 25 maggio 2026
Ufficio Stampa Fondazione Carisal
Email:areacomunicazione@fondazionecarisal.it;tafuri@fondazionecarisal.it
TESTO CRITICO DI GABRIELLA TADDEO
Una costante ed intensa passione ancestrale segna l’attività artistica di Bartolomeo
Gatto: è Madre-Terra, inesauribile forza creatrice che domina e catalizza il suo
sguardo, transitando con fluidità dalle sue opere pittoriche dense di forme e colori
alle sue slanciate sculture. E’ la divinità primordiale, Gea, fonte di vita e fertilità, che
ha preceduto gli dei dell’Olimpo, a farsi la sua materia ricorrente dall’aspetto di
roccia frammentata in blocchi compatti e fortemente cromatici. E’ stato chiamato “lo
scultore delle pietre amanti” da Everardo Dalla Noce sia per “L’Abbraccio”, arredo
urbano che l’artista ha installato anni fa a Salerno, che per la sua predilezione per
questi grandi
volumi anche in pittura. Ma la roccia lungo la storia e la mitologia è stata immagine
dai più volti.
Ricorre costantemente sia la pietra che la roccia nei testi biblici. Potente archetipo di
stabilità, di rifugio salvifico, resistente alle avversità del mondo. Il padre supremo
nell’antico testamento è esso stesso “roccia eterna”, salvezza per il suo popolo mentre
la Chiesa è stata costruita sulla pietra e la fede ne è divenuta solido fondamento.
Ma questo simbolo di positività aveva invece valenza negativa ai tempi della
mitologia ellenica con la storia di Sisifo narrato da Omero e successivamente
rivisitato dal filosofo esistenzialista Albert Camus. Sisifo, re di Corinto che fu
condannato dagli dei a spingere un masso sulla montagna solo per vederlo ogni volta
ricadere, secondo Camus incarna la metafora del non senso della vita e della inutilità
degli sforzi umani a cambiare il destino che sovrasta la specie umana.
In Bartolomeo Gatto questa atavica ambivalenza sicuramente permane sotto la
superficie ma la brillantezza della sua tavolozza cromatica fa certamente prevalere il
senso non nichilista ma rivolto alla solidità, all’equilibrio, alla vitalità.
Il suo tributo a Gea si estende dalla simbologia collettiva ed universale alla sua
appartenenza, alla individuale territorialità, in altre parole alla sue terre d’origine e
d’adozione che sono entrate nella sua dimensione artistica quali geografie interiori-
come suggerisce Carla Gatto, sua privilegiata fruitrice e commentatrice che afferma;
“Il Cilento costituisce la matrice originaria: una terra che imprime all’opera una
densità materica, una tensione arcaica, una relazione profonda con il tempo lungo
della natura. Salerno, città in cui l’artista ritorna, per vivere e lavorare, diventa il
luogo della maturazione, del confronto culturale e della costruzione di una pittura
capace di dialogare con il presente. Da qui, l’opera si apre al mondo, portando con sé
un’identità riconoscibile e mai rinnegata…. il suo viaggiare, il suo amore per la
Sardegna, la sua adozione milanese ed internazionale non è mai fuga, ma espansione
di un centro saldo, continuamente riconducibile alle origini. Bartolomeo Gatto porta
con sé la matrice visiva, cromatica e simbolica della sua terra, la trasforma in un
linguaggio universale e la porta a dialogare con la scena internazionale.”
Un continuativo attaccamento alla materia, ai luoghi, alla radice che si fa linguaggio
interiorizzato per poi divenire visione spaziale nelle sue opere.
E’ a partire dal duemila che l’artista restringe la gamma cromatica prediligendo il
“rosso”. che è universalmente associato all’èlan vital, alla passione ma anche al fuoco
2
del dio Vulcano che viene fuori dalle viscere della terra. Anche qui riemerge
l’ambivalenza: l’altra faccia del rosso è la violenza, la guerra che ritorna ciclicamente
spargendo il rosso sangue. Un colore che attraversa la storia, che rappresenta l’arte
stessa come fuoco creativo ma al tempo stesso i drammi passati ed attuali.
Le sue sculture quasi tutte presenti sul territorio salernitano sono state eseguite in
pietra, radice di ulivo e bronzo, ed anche esse rinviano ad un ad un universo remoto
arc aico e allo stesso tempo simbolico: la pietra è il permanere della memoria, la
radice di ulivo oltre ad essere forma organica contraddistingue la terra mediterranea,
il bronzo è trasformazione della natura in un perdurare artistico.
Durante gli anni del Covid l’artista matura un diverso modo di dipingere le sue rocce
che divengono pietre in volo come ci dice lui stesso in un testo scritto in quegli anni:
“In questi giorni di forzata reclusione, causata da una malattia invisibile, non mi sono
lasciato travolgere da tristi pensieri. Ho intrapreso con determinazione un itinerario
fantastico. Mi sono cimentato come un bambino in una avventura: ho osato un nuovo
gioco con i colori, visitando spazi siderali, esplorando con una nuova attenzione le
pietre, mie amiche e compagne di tanti viaggi. Le pietre si librano nello spazio, si
staccano dalla Madre Terra. Si accendono di colori inaspettati rievocando il concetto
di libertà. Si muovono con apparente leggerezza mentre una forza invisibile le fa
vibrare e le lega in un armonioso girotondo. E’ un movimento traboccante di vita!”
Molto differenti sia nelle forme che nelle gamme coloristiche queste ultime opere da
quelle precedenti, tanto da far dire a Carmine Siniscalco: “Non più abbracci sensuali,
corpo su corpo, fragore di sentimenti , dietro il biancore delle rocce. Sono la storia di
uomini e donne che scivolano e si concretizzano in mille rivoli…frammenti di rocce,
spigolose o morbide, ondeggianti o dirette che conquistano nuovi spazi. Le pennellate
sono nette, i colori si accendono attraverso possenti cromie, decise e senza sfumature
Si muovono con apparente leggerezza mentre una forza invisibile le fa vibrare e le
lega in un armonioso girotondo”. Molto differente l’impatto di queste ultime opere
dalle precedenti come rileva Paolo Romano:” Sono forme che si snodano con ritmi
forti lungo la superficie della tela, rigorosi ricordi che si racchiudono in mondi senza
tempo per vagare nell’infinito…ecco che il frenetico movimento di figure…si fa
partitura di una sinfonia cinetica. Forme leggere e dinamiche emergono dalle ultime
eseguite poco prima della sua morte dallo “scultore delle pietre amanti”, dall’artista
che amò grandi volumi e particolari prospettive”. Ed è lui stesso ancora a descriverle:
“Le pietre si librano nello spazio, si staccano dalla Madre Terra. Si accendono di
colori inaspettati rievocando il concetto di libertà”.
Il ciclo delle opere inedite del 2021 che sono presenti in mostra possono considerarsi
“un ritorno consapevole alla pittura come spazio di sintesi: memoria, materia e
visione convivono in un tempo sospeso, quasi meditativo, che chiude il cerchio senza
chiuderne il senso.”(Carla Gatto) Lì il geometrismo astratto che ha segnato in Italia
gli anni trenta su influenza del Bahaus e del razionalismo, prevale sul volume
alleggerendo l’intera atmosfera del quadro che riduce anche notevolmente la sua
dimensione. La gamma coloristica permane in tutte le sue articolate variazioni.
L’esposizione è corredata da una documentazione visiva non puramente archivistica
se si pensa che le immagini ed i video mettono a fuoco la connessione tra forma e
3
contesto, tra opera e attraversamento umano, ed evidenziano la scultura come
prolungamento naturale ed estensione fisica di quelle stesse geografie interiori che la
pittura aveva già ampiamente messo in luce.
BIOGRAFIA DELL’ARTISTA
Bartolomeo Gatto nasce il 25 Agosto 1938 a Moio della Civitella, ma negli anni ‘50
lascia il suo luogo natio e si trasferisce a Roma dove ha intensi scambi con
personalità importanti dell’arte. Lì ha frequentato la cerchia di grossi nomi dell’arte
visiva, a Madrid conosce Salvador Dalì, mentre a Milano incontra Giorgio De Chirico
che apprezza le sue opere per la loro "carica coloristica". Negli anni ‘70 fonda il
mensile "Il Cigno". I suoi figli, la primogenita Carla e poi Davide, il secondogenito,
diverranno per un certo periodo i modelli del suo "ciclo dei bimbi" a cui seguiranno i
cicli delle pietre amanti. Innumerevoli i riconoscimenti e le esposizioni sia
monografiche che collettive che hanno fatto conoscere la sua arte in Italia e nel
mondo. Nel 1990 il Banco di Sardegna gli dedica il volume "Pietre Amanti" con la
presentazione di Everardo Dalla Noce. Fra i premi più rilevanti ricordiamo: nel 1969
Bruxelles, Les Art in Europe, 1989 Milano, Ambrogino d’oro,1989 Bologna, Premio
nazionale “Percorsi creativi e nuovi orizzonti”,1997 Salerno, Premio nazionale “Il
Castelluccio”,2012 Capri - Premio Biagio Agnes.
Al Complesso San Michele di Salerno la mostra “Spazi Atemporali”: in esposizione l’arte di Bartolomeo Gatto
Giovedì 28 maggio, alle ore 18.30, presso il Complesso San Michele, si terranno la conferenza stampa e il vernissage della mostra “Spazi Atemporali”, dedicata all’opera del Maestro Bartolomeo Gatto.
L’iniziativa è promossa dall’Associazione culturale Opificio Art, in collaborazione
con la Fondazione Bartolomeo Gatto e con il sostegno della Fondazione Carisal.
L’esposizione propone un ampio percorso dedicato alla produzione artistica di
Bartolomeo Gatto, pittore e scultore tra le figure più significative del panorama
contemporaneo nazionale, presentando anche alcune opere inedite realizzate
nell’ultima fase della sua attività artistica. Un viaggio attraverso linguaggi, forme e
visioni che restituisce al pubblico la profondità della ricerca espressiva dell’artista.
La serata inaugurale si aprirà con i saluti istituzionali del Presidente della
Fondazione Carisal, Domenico Credendino, del Direttore, Francesco Paolo
Innamorato e del Presidente di Associazione culturale Opificio Art, Vincenzo
Adinolfi.
Seguiranno gli interventi della critica d’arte Gabriella Taddeo, della Dirigente del
Liceo Artistico Sabatini-Menna, Renata Florimonte, e dell’architetto della
Fondazione Bartolomeo Gatto, Carla Gatto. A moderare l’incontro sarà il
giornalista e vicepresidente di Associazione culturale Opificio Art, Stefano
Pignataro.
Accanto al percorso espositivo principale, la mostra si arricchisce di una sezione
speciale dedicata alle grandi opere scultoree in pietra realizzate da Bartolomeo Gatto
e collocate in spazi pubblici del territorio salernitano.
L’impossibilità di trasferire all’interno del Complesso San Michele alcune delle
monumentali installazioni dell’artista, ha dato vita a un progetto curatoriale che crea
un dialogo diretto tra la mostra e il territorio, attraverso un percorso fotografico
capace di restituire il rapporto tra opera, paesaggio e comunità.
Le immagini, realizzate dal fotografo Valentino Petrosino, presidente
dell’Associazione Culturale LAB 147, offrono una rilettura visiva delle sculture di
Bartolomeo Gatto, valorizzandone il dialogo tra materia, luce e spazio urbano.
Attraverso la fotografia, le opere assumono una nuova dimensione narrativa ed
emozionale, ampliandone la forza simbolica.
Il percorso comprende le sculture “Abbraccio”, installata in Piazza del Carmine a
Salerno; “Inseguendo la Pace”, collocata nel Giardino degli Aranci di Giffoni Valle
Piana; “Verso il Futuro”, presente nella Villa Comunale di Coperchia, frazione di
Pellezzano; e “Incontro”, custodita presso la sede della Fondazione Bartolomeo Gatto
a Giovi.
La sezione rappresenta un omaggio alla produzione monumentale dell’artista e, al
tempo stesso, testimonia il profondo legame tra Bartolomeo Gatto e il territorio della
provincia di Salerno, che nel tempo ha accolto e custodito molte delle sue opere
pubbliche, trasformandole in autentici riferimenti culturali e identitari.
Particolare rilievo assume inoltre il coinvolgimento degli studenti del Liceo Artistico
Sabatini-Menna, protagonisti di un percorso formativo dedicato alla conoscenza
dell’artista e della sua eredità culturale.
Nell’ambito delle attività promosse durante l’anno scolastico, la Fondazione
Bartolomeo Gatto ha accolto gli studenti negli spazi che furono studio e luogo
creativo del Maestro, offrendo loro un’esperienza immersiva di conoscenza e
confronto diretto con l’universo artistico e umano della sua produzione.
Gli studenti del corso di Audiovisivo hanno inoltre realizzato una video-intervista
dedicata all’esperienza vissuta e al valore dell’arte come patrimonio condiviso,
contribuendo con uno sguardo contemporaneo alla narrazione dell’opera di
Bartolomeo Gatto. I lavori prodotti entreranno a far parte integrante della mostra,
trasformando l’esposizione in uno spazio di dialogo tra memoria, territorio e nuove
generazioni.
La mostra sarà visitabile gratuitamente dal 29 maggio al 26 giugno 2026, dal lunedì
al sabato, dalle ore 16.30 alle ore 20.00.
via San Michele, 10
via Bastioni 14/16 – Salerno.
Salerno 25 maggio 2026
Ufficio Stampa Fondazione Carisal
Email:areacomunicazione@fondazionecarisal.it;tafuri@fondazionecarisal.it
TESTO CRITICO DI GABRIELLA TADDEO
Una costante ed intensa passione ancestrale segna l’attività artistica di Bartolomeo
Gatto: è Madre-Terra, inesauribile forza creatrice che domina e catalizza il suo
sguardo, transitando con fluidità dalle sue opere pittoriche dense di forme e colori
alle sue slanciate sculture. E’ la divinità primordiale, Gea, fonte di vita e fertilità, che
ha preceduto gli dei dell’Olimpo, a farsi la sua materia ricorrente dall’aspetto di
roccia frammentata in blocchi compatti e fortemente cromatici. E’ stato chiamato “lo
scultore delle pietre amanti” da Everardo Dalla Noce sia per “L’Abbraccio”, arredo
urbano che l’artista ha installato anni fa a Salerno, che per la sua predilezione per
questi grandi
volumi anche in pittura. Ma la roccia lungo la storia e la mitologia è stata immagine
dai più volti.
Ricorre costantemente sia la pietra che la roccia nei testi biblici. Potente archetipo di
stabilità, di rifugio salvifico, resistente alle avversità del mondo. Il padre supremo
nell’antico testamento è esso stesso “roccia eterna”, salvezza per il suo popolo mentre
la Chiesa è stata costruita sulla pietra e la fede ne è divenuta solido fondamento.
Ma questo simbolo di positività aveva invece valenza negativa ai tempi della
mitologia ellenica con la storia di Sisifo narrato da Omero e successivamente
rivisitato dal filosofo esistenzialista Albert Camus. Sisifo, re di Corinto che fu
condannato dagli dei a spingere un masso sulla montagna solo per vederlo ogni volta
ricadere, secondo Camus incarna la metafora del non senso della vita e della inutilità
degli sforzi umani a cambiare il destino che sovrasta la specie umana.
In Bartolomeo Gatto questa atavica ambivalenza sicuramente permane sotto la
superficie ma la brillantezza della sua tavolozza cromatica fa certamente prevalere il
senso non nichilista ma rivolto alla solidità, all’equilibrio, alla vitalità.
Il suo tributo a Gea si estende dalla simbologia collettiva ed universale alla sua
appartenenza, alla individuale territorialità, in altre parole alla sue terre d’origine e
d’adozione che sono entrate nella sua dimensione artistica quali geografie interiori-
come suggerisce Carla Gatto, sua privilegiata fruitrice e commentatrice che afferma;
“Il Cilento costituisce la matrice originaria: una terra che imprime all’opera una
densità materica, una tensione arcaica, una relazione profonda con il tempo lungo
della natura. Salerno, città in cui l’artista ritorna, per vivere e lavorare, diventa il
luogo della maturazione, del confronto culturale e della costruzione di una pittura
capace di dialogare con il presente. Da qui, l’opera si apre al mondo, portando con sé
un’identità riconoscibile e mai rinnegata…. il suo viaggiare, il suo amore per la
Sardegna, la sua adozione milanese ed internazionale non è mai fuga, ma espansione
di un centro saldo, continuamente riconducibile alle origini. Bartolomeo Gatto porta
con sé la matrice visiva, cromatica e simbolica della sua terra, la trasforma in un
linguaggio universale e la porta a dialogare con la scena internazionale.”
Un continuativo attaccamento alla materia, ai luoghi, alla radice che si fa linguaggio
interiorizzato per poi divenire visione spaziale nelle sue opere.
E’ a partire dal duemila che l’artista restringe la gamma cromatica prediligendo il
“rosso”. che è universalmente associato all’èlan vital, alla passione ma anche al fuoco
2
del dio Vulcano che viene fuori dalle viscere della terra. Anche qui riemerge
l’ambivalenza: l’altra faccia del rosso è la violenza, la guerra che ritorna ciclicamente
spargendo il rosso sangue. Un colore che attraversa la storia, che rappresenta l’arte
stessa come fuoco creativo ma al tempo stesso i drammi passati ed attuali.
Le sue sculture quasi tutte presenti sul territorio salernitano sono state eseguite in
pietra, radice di ulivo e bronzo, ed anche esse rinviano ad un ad un universo remoto
arc aico e allo stesso tempo simbolico: la pietra è il permanere della memoria, la
radice di ulivo oltre ad essere forma organica contraddistingue la terra mediterranea,
il bronzo è trasformazione della natura in un perdurare artistico.
Durante gli anni del Covid l’artista matura un diverso modo di dipingere le sue rocce
che divengono pietre in volo come ci dice lui stesso in un testo scritto in quegli anni:
“In questi giorni di forzata reclusione, causata da una malattia invisibile, non mi sono
lasciato travolgere da tristi pensieri. Ho intrapreso con determinazione un itinerario
fantastico. Mi sono cimentato come un bambino in una avventura: ho osato un nuovo
gioco con i colori, visitando spazi siderali, esplorando con una nuova attenzione le
pietre, mie amiche e compagne di tanti viaggi. Le pietre si librano nello spazio, si
staccano dalla Madre Terra. Si accendono di colori inaspettati rievocando il concetto
di libertà. Si muovono con apparente leggerezza mentre una forza invisibile le fa
vibrare e le lega in un armonioso girotondo. E’ un movimento traboccante di vita!”
Molto differenti sia nelle forme che nelle gamme coloristiche queste ultime opere da
quelle precedenti, tanto da far dire a Carmine Siniscalco: “Non più abbracci sensuali,
corpo su corpo, fragore di sentimenti , dietro il biancore delle rocce. Sono la storia di
uomini e donne che scivolano e si concretizzano in mille rivoli…frammenti di rocce,
spigolose o morbide, ondeggianti o dirette che conquistano nuovi spazi. Le pennellate
sono nette, i colori si accendono attraverso possenti cromie, decise e senza sfumature
Si muovono con apparente leggerezza mentre una forza invisibile le fa vibrare e le
lega in un armonioso girotondo”. Molto differente l’impatto di queste ultime opere
dalle precedenti come rileva Paolo Romano:” Sono forme che si snodano con ritmi
forti lungo la superficie della tela, rigorosi ricordi che si racchiudono in mondi senza
tempo per vagare nell’infinito…ecco che il frenetico movimento di figure…si fa
partitura di una sinfonia cinetica. Forme leggere e dinamiche emergono dalle ultime
eseguite poco prima della sua morte dallo “scultore delle pietre amanti”, dall’artista
che amò grandi volumi e particolari prospettive”. Ed è lui stesso ancora a descriverle:
“Le pietre si librano nello spazio, si staccano dalla Madre Terra. Si accendono di
colori inaspettati rievocando il concetto di libertà”.
Il ciclo delle opere inedite del 2021 che sono presenti in mostra possono considerarsi
“un ritorno consapevole alla pittura come spazio di sintesi: memoria, materia e
visione convivono in un tempo sospeso, quasi meditativo, che chiude il cerchio senza
chiuderne il senso.”(Carla Gatto) Lì il geometrismo astratto che ha segnato in Italia
gli anni trenta su influenza del Bahaus e del razionalismo, prevale sul volume
alleggerendo l’intera atmosfera del quadro che riduce anche notevolmente la sua
dimensione. La gamma coloristica permane in tutte le sue articolate variazioni.
L’esposizione è corredata da una documentazione visiva non puramente archivistica
se si pensa che le immagini ed i video mettono a fuoco la connessione tra forma e
3
contesto, tra opera e attraversamento umano, ed evidenziano la scultura come
prolungamento naturale ed estensione fisica di quelle stesse geografie interiori che la
pittura aveva già ampiamente messo in luce.
BIOGRAFIA DELL’ARTISTA
Bartolomeo Gatto nasce il 25 Agosto 1938 a Moio della Civitella, ma negli anni ‘50
lascia il suo luogo natio e si trasferisce a Roma dove ha intensi scambi con
personalità importanti dell’arte. Lì ha frequentato la cerchia di grossi nomi dell’arte
visiva, a Madrid conosce Salvador Dalì, mentre a Milano incontra Giorgio De Chirico
che apprezza le sue opere per la loro "carica coloristica". Negli anni ‘70 fonda il
mensile "Il Cigno". I suoi figli, la primogenita Carla e poi Davide, il secondogenito,
diverranno per un certo periodo i modelli del suo "ciclo dei bimbi" a cui seguiranno i
cicli delle pietre amanti. Innumerevoli i riconoscimenti e le esposizioni sia
monografiche che collettive che hanno fatto conoscere la sua arte in Italia e nel
mondo. Nel 1990 il Banco di Sardegna gli dedica il volume "Pietre Amanti" con la
presentazione di Everardo Dalla Noce. Fra i premi più rilevanti ricordiamo: nel 1969
Bruxelles, Les Art in Europe, 1989 Milano, Ambrogino d’oro,1989 Bologna, Premio
nazionale “Percorsi creativi e nuovi orizzonti”,1997 Salerno, Premio nazionale “Il
Castelluccio”,2012 Capri - Premio Biagio Agnes.
28
maggio 2026
Bartolomeo Gatto – Spazi Atemporali
Dal 28 maggio al 26 giugno 2026
arte contemporanea
Location
Complesso San Michele
Salerno, Via S. Michele, 10, (SA)
Salerno, Via S. Michele, 10, (SA)
Orario di apertura
da lunedì a sabato, ore 16.30-20.00
Vernissage
28 Maggio 2026, 18.30
Sito web
Editore
Edizioni Gutemberg
Ufficio stampa
Ufficio Stampa Fondazione Carisal
Autore
Curatore
Autore testo critico
Progetto grafico
Produzione organizzazione
Patrocini








