Create an account
Welcome! Register for an account
La password verrà inviata via email.
Recupero della password
Recupera la tua password
La password verrà inviata via email.
-
- container colonna1
- Categorie
- #iorestoacasa
- Agenda
- Archeologia
- Architettura
- Arte antica
- Arte contemporanea
- Arte moderna
- Arti performative
- Attualità
- Bandi e concorsi
- Beni culturali
- Cinema
- Contest
- Danza
- Design
- Diritto
- Eventi
- Fiere e manifestazioni
- Film e serie tv
- Formazione
- Fotografia
- Libri ed editoria
- Mercato
- MIC Ministero della Cultura
- Moda
- Musei
- Musica
- Opening
- Personaggi
- Politica e opinioni
- Street Art
- Teatro
- Viaggi
- Categorie
- container colonna2
- Servizi
- Sezioni
- container colonna1
Skyler Chen – Imitation of Life (Imitare la vita)
Casa Masaccio | Centro per l’Arte Contemporanea è felice di presentare Imitation of Life (Imitare la vita), prima personale in un’istituzione pubblica italiana dell’artista taiwanese Skyler Chen. A cura di Marta Papini e in collaborazione con la galleria MASSIMODECARLO, la mostra interroga la tradiz
Comunicato stampa
Condividi l'evento
“La mostra personale di Skyler Chen a Casa Masaccio, Imitation of Life, prende il titolo da un lungometraggio di Douglas Sirk del 1959 (intitolato Lo specchio della vita nella traduzione italiana), il cui nucleo narrativo principale racconta la storia di una ragazza afroamericana che rinnega le proprie origini per cercare di vivere da bianca nell’America segregazionista. Sotto la superficie narrativa ed estetica del melodramma – i colori saturi, le scene emotivamente strazianti – il film si interroga sull’idea di identità come dato stabile e naturale, e su come pregiudizi e discriminazioni imposti dalla cultura dominante possano influire sulla percezione di sé stessi, fino a cercare di “imitare la vita”, invece di viverla.
Il tema del passing – il tentativo di aderire a un’identità socialmente accettabile a costo di rinunciare alla propria – è una chiave di lettura importante per comprendere tutto il lavoro di Skyler Chen, che, attingendo dalla propria biografia, nei suoi dipinti esplora l’esperienza di una persona queer proveniente da una cultura fortemente eteronormata e discriminatoria. Cresciuto a Taiwan in un ambiente asiatico conservatore e formato da un’educazione mormona, per anni l’artista ha vissuto scisso in due: mentre in pubblico conduceva una vita eterosessuale, nello spazio limitato di una camera da letto chiusa a chiave si concedeva di vivere la propria identità di persona omosessuale. La solitudine di quella finzione era alleviata da una collezione di riviste gay e sex toys che l’artista teneva nascosti e che oggi punteggiano orgogliosamente i suoi dipinti insieme a riferimenti alla cultura culinaria cinese e asiatica, bubble tea, animali e altri simboli provenienti dal suo retroterra culturale.
Per la mostra a Casa Masaccio, Skyler Chen si confronta con i canoni della pittura rinascimentale italiana proprio nel luogo in cui questi hanno preso forma: la prospettiva lineare, il realismo delle proporzioni, l’idea di uno spazio ordinato e misurabile costruito per un unico punto di vista, quello dell’uomo vitruviano, maschio, bianco e eterosessuale. Uno sguardo che ha organizzato il mondo in modo solo apparentemente neutrale, escludendo ciò che non doveva essere rappresentato. Appropriandosi di questa stessa gabbia prospettica, l’artista inserisce elementi di disturbo – scritte, dettagli incongrui, ingrandimenti fotografici – che incrinano l’armonia delle scene. Le immagini di Chen, a un primo sguardo classiche e dense di riferimenti alla storia dell’arte quattrocentesca, diventano minacciose ed elettriche, come un cielo plumbeo che comprime l’aria prima di una tempesta. Questa tensione nasce da una domanda: cosa accade quando il punto di vista unico su cui si fonda la prospettiva lineare viene attraversato da una pluralità di soggetti e di storie? Quando al soggetto universale della modernità si sostituiscono identità molteplici, queer e diasporiche, segnate dalla Storia che quella stessa prospettiva ha contribuito a costruire e legittimare? Le opere frutto di questi interrogativi non offrono risposte, anzi: appaiono come frammenti di una narrazione più ampia, fermo immagine di una storia di cui non si conosce né l’inizio né la fine, come un enigma di cui si fatica a trovare una soluzione. Le composizioni sono costruite come frasi cinesi, in cui ogni parola/figura ha un significato diverso e il reale senso di ognuna emerge solo quando vengono lette insieme, in modo analogo a quanto avviene per i rebus a vignetta, una espressione di cultura visuale popolare che curiosamente ha conosciuto fortuna solo in Italia.
Come nel melodramma di Sirk, anche qui l’eccesso – visivo, compositivo, simbolico – diventa un linguaggio critico. Chen mette in scena una finzione in cui i personaggi sono al contempo nudi, esposti coi jeans abbassati, vestiti da ufficio o con il passamontagna; per quanto caratterizzati da vestiti maschili o femminili, il loro genere è indistinguibile e altrettanto indistinguibili sono gli ambienti, indistintamente bagnati dalla medesima luce giallo-arancione che simula un tramonto senza che ne appaia mai la fonte diretta. Le ambiguità suggerite dalla compresenza di questi opposti producono un effetto che può essere avvicinato alla sensibilità camp, così come descritta da Susan Sontag nel suo Notes On “Camp” (1964): “Vedere il Camp in cose e persone è intendere l’essere-come-recita. È l’estrema estensione, sul piano della sensibilità, della metafora della vita come teatro”. Ognuno dei personaggi e degli ambienti dipinti da Chen interpreta una parte, in un gioco di ruolo in cui niente è ciò che sembra. La coercitiva e sofferta esperienza del passing, del dover sembrare quello che non si è, si è trasformata nella possibilità di interpretare un ruolo diverso ogni giorno, grazie a un’identità fluida e mutevole. Un’estetica dell’artificio che non è decorativa ma sostanziale: da un lato mette in discussione ciò che è definito “naturale”, dall’altro fa propria la recita. In questo senso, il riferimento a Imitation of Life suggerisce un modo per leggere l’immagine come luogo di tensione tra visibile e invisibile, tra norma e deviazione, tra identità imposta e possibilità di trasformazione.” (Marta Papini)
Il tema del passing – il tentativo di aderire a un’identità socialmente accettabile a costo di rinunciare alla propria – è una chiave di lettura importante per comprendere tutto il lavoro di Skyler Chen, che, attingendo dalla propria biografia, nei suoi dipinti esplora l’esperienza di una persona queer proveniente da una cultura fortemente eteronormata e discriminatoria. Cresciuto a Taiwan in un ambiente asiatico conservatore e formato da un’educazione mormona, per anni l’artista ha vissuto scisso in due: mentre in pubblico conduceva una vita eterosessuale, nello spazio limitato di una camera da letto chiusa a chiave si concedeva di vivere la propria identità di persona omosessuale. La solitudine di quella finzione era alleviata da una collezione di riviste gay e sex toys che l’artista teneva nascosti e che oggi punteggiano orgogliosamente i suoi dipinti insieme a riferimenti alla cultura culinaria cinese e asiatica, bubble tea, animali e altri simboli provenienti dal suo retroterra culturale.
Per la mostra a Casa Masaccio, Skyler Chen si confronta con i canoni della pittura rinascimentale italiana proprio nel luogo in cui questi hanno preso forma: la prospettiva lineare, il realismo delle proporzioni, l’idea di uno spazio ordinato e misurabile costruito per un unico punto di vista, quello dell’uomo vitruviano, maschio, bianco e eterosessuale. Uno sguardo che ha organizzato il mondo in modo solo apparentemente neutrale, escludendo ciò che non doveva essere rappresentato. Appropriandosi di questa stessa gabbia prospettica, l’artista inserisce elementi di disturbo – scritte, dettagli incongrui, ingrandimenti fotografici – che incrinano l’armonia delle scene. Le immagini di Chen, a un primo sguardo classiche e dense di riferimenti alla storia dell’arte quattrocentesca, diventano minacciose ed elettriche, come un cielo plumbeo che comprime l’aria prima di una tempesta. Questa tensione nasce da una domanda: cosa accade quando il punto di vista unico su cui si fonda la prospettiva lineare viene attraversato da una pluralità di soggetti e di storie? Quando al soggetto universale della modernità si sostituiscono identità molteplici, queer e diasporiche, segnate dalla Storia che quella stessa prospettiva ha contribuito a costruire e legittimare? Le opere frutto di questi interrogativi non offrono risposte, anzi: appaiono come frammenti di una narrazione più ampia, fermo immagine di una storia di cui non si conosce né l’inizio né la fine, come un enigma di cui si fatica a trovare una soluzione. Le composizioni sono costruite come frasi cinesi, in cui ogni parola/figura ha un significato diverso e il reale senso di ognuna emerge solo quando vengono lette insieme, in modo analogo a quanto avviene per i rebus a vignetta, una espressione di cultura visuale popolare che curiosamente ha conosciuto fortuna solo in Italia.
Come nel melodramma di Sirk, anche qui l’eccesso – visivo, compositivo, simbolico – diventa un linguaggio critico. Chen mette in scena una finzione in cui i personaggi sono al contempo nudi, esposti coi jeans abbassati, vestiti da ufficio o con il passamontagna; per quanto caratterizzati da vestiti maschili o femminili, il loro genere è indistinguibile e altrettanto indistinguibili sono gli ambienti, indistintamente bagnati dalla medesima luce giallo-arancione che simula un tramonto senza che ne appaia mai la fonte diretta. Le ambiguità suggerite dalla compresenza di questi opposti producono un effetto che può essere avvicinato alla sensibilità camp, così come descritta da Susan Sontag nel suo Notes On “Camp” (1964): “Vedere il Camp in cose e persone è intendere l’essere-come-recita. È l’estrema estensione, sul piano della sensibilità, della metafora della vita come teatro”. Ognuno dei personaggi e degli ambienti dipinti da Chen interpreta una parte, in un gioco di ruolo in cui niente è ciò che sembra. La coercitiva e sofferta esperienza del passing, del dover sembrare quello che non si è, si è trasformata nella possibilità di interpretare un ruolo diverso ogni giorno, grazie a un’identità fluida e mutevole. Un’estetica dell’artificio che non è decorativa ma sostanziale: da un lato mette in discussione ciò che è definito “naturale”, dall’altro fa propria la recita. In questo senso, il riferimento a Imitation of Life suggerisce un modo per leggere l’immagine come luogo di tensione tra visibile e invisibile, tra norma e deviazione, tra identità imposta e possibilità di trasformazione.” (Marta Papini)
06
giugno 2026
Skyler Chen – Imitation of Life (Imitare la vita)
Dal 06 giugno al 20 settembre 2026
arte contemporanea
Location
CASA MASACCIO
San Giovanni Valdarno, Corso Italia, 83, (Arezzo)
San Giovanni Valdarno, Corso Italia, 83, (Arezzo)
Orario di apertura
lunedì chiuso
mar - ven: 15-19
sab, dom e festivi: 10-13; 15-19
Vernissage
6 Giugno 2026, ore 18
Sito web
Autore
Curatore




