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Guglielmo Durazzo – Sulla Soglia
Archeologia industriale, deriva urbana, traiettorie della migrazione.
Una personale in due ambienti: tecniche miste, pittura informale e fotografia digitale
Comunicato stampa
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Sulla soglia
Archeologia industriale, deriva urbana, traiettorie della migrazione
Una personale in due ambienti · Tecniche miste: pittura informale e fotografia digitale
Apre il 5 giugno la mostra personale di Guglielmo Durazzo, che presenta un corpus di opere recenti articolato in due cicli distinti, ospitati in ambienti separati ma contigui. Pittura informale e fotografia digitale rielaborata dialogano in entrambi i nuclei, costruendo un linguaggio visivo che si muove tra gesto e memoria, tra documento e astrazione.
Il primo ambiente accoglie opere che interrogano la trasformazione del paesaggio urbano attraverso la dismissione industriale. Fabbriche abbandonate, ciminiere, interni svuotati: questi luoghi non subiscono — nelle città contemporanee — la metamorfosi botanica che restituisce le rovine alla natura. Diventano invece rifugio. Senzatetto, migranti irregolari, nomadi della marginalità economica li abitano con una vita precaria e invisibile.
Il nucleo centrale del primo ciclo è un trittico in cui la fotografia di una fabbrica dismessa accoglie, innestata digitalmente, la scansione di un'incisione di Piranesi raffigurante un frammento di architettura romana diroccata: due rovine, due tempi dell'abbandono messi a cortocircuito. Un pannello laterale trasfigura le ciminiere in un intrico grafico di risonanza tribale, che interroga il sistema di segni lasciato nell'aria dalla modernità industriale.
«… Noi percorriamo ai limiti dell'autunno le gore, i lampi, i solchi venerabili dell'industria trascorsa, scene solenni.»
Franco Fortini, Per una storia dell'industria, 1961
Il secondo ambiente è dominato dal nero. La scelta cromatica è radicale e dichiarata: il nero è il linguaggio visivo di ciò che avviene di notte, in mare, lontano dagli occhi. Le opere di questo ciclo affrontano il tema della migrazione non come cronaca ma come condizione esistenziale — le rotte terrestri e marine, i corpi in movimento, la scomparsa di chi non arriva. Dalla ballata di Bob Dylan alle quartine di T. S. Eliot, fino alla pagina conclusiva di Moby Dick, il ciclo si nutre di voci letterarie che da decenni — o da secoli — hanno nominato la stessa scena: il corpo che affonda, il mare che si richiude. La pittura informale, gestuale e stratificata, si intreccia con fotografie rielaborate fino alla soglia dell'astrazione, in un dialogo tra due modi di fare testimonianza che si interrogano a vicenda sulla possibilità stessa di produrre l'immagine di fronte all'invisibile.
«… un tetro frangente bianco si sbattè contro gli orli in pendio, poi tutto ricadde, e il gran sudario del mare tornò a stendersi come si stendeva cinquemila anni fa.»
Herman Melville, Moby Dick, Cap. CXXXV
Riccardo Dellaferrera, maggio 2026
Note biografiche: Guglielmo Durazzo (Torino, 1948) sviluppa da decenni una ricerca pittorica parallela alla professione forense, esplorando linguaggi che spaziano dall’informale alla frammentazione dell'immagine.
La sua pratica unisce tecniche tradizionali — olio, acrilico, disegno e inchiostri — a sperimentazioni contemporanee con collage, fotocopie digitali, materiali plastici, legno e stampe plotter su acetato.
I suoi cicli indagano temi come la memoria industriale, la figura dell’artista nello studio e, nelle opere più recenti, conflitti e migrazioni. Ha esposto in personali e collettive in spazi pubblici e gallerie principalmente nelle città di Torino e Trieste
SWANN ART GALLERY Via Antonio Bertola 29, 10122, Torino, dal martedi al sabato, h:12.30-19.00, telefono +39 3332455018, www.swannarte.com, info@swannarte.com, @swann.artgallery
Archeologia industriale, deriva urbana, traiettorie della migrazione
Una personale in due ambienti · Tecniche miste: pittura informale e fotografia digitale
Apre il 5 giugno la mostra personale di Guglielmo Durazzo, che presenta un corpus di opere recenti articolato in due cicli distinti, ospitati in ambienti separati ma contigui. Pittura informale e fotografia digitale rielaborata dialogano in entrambi i nuclei, costruendo un linguaggio visivo che si muove tra gesto e memoria, tra documento e astrazione.
Il primo ambiente accoglie opere che interrogano la trasformazione del paesaggio urbano attraverso la dismissione industriale. Fabbriche abbandonate, ciminiere, interni svuotati: questi luoghi non subiscono — nelle città contemporanee — la metamorfosi botanica che restituisce le rovine alla natura. Diventano invece rifugio. Senzatetto, migranti irregolari, nomadi della marginalità economica li abitano con una vita precaria e invisibile.
Il nucleo centrale del primo ciclo è un trittico in cui la fotografia di una fabbrica dismessa accoglie, innestata digitalmente, la scansione di un'incisione di Piranesi raffigurante un frammento di architettura romana diroccata: due rovine, due tempi dell'abbandono messi a cortocircuito. Un pannello laterale trasfigura le ciminiere in un intrico grafico di risonanza tribale, che interroga il sistema di segni lasciato nell'aria dalla modernità industriale.
«… Noi percorriamo ai limiti dell'autunno le gore, i lampi, i solchi venerabili dell'industria trascorsa, scene solenni.»
Franco Fortini, Per una storia dell'industria, 1961
Il secondo ambiente è dominato dal nero. La scelta cromatica è radicale e dichiarata: il nero è il linguaggio visivo di ciò che avviene di notte, in mare, lontano dagli occhi. Le opere di questo ciclo affrontano il tema della migrazione non come cronaca ma come condizione esistenziale — le rotte terrestri e marine, i corpi in movimento, la scomparsa di chi non arriva. Dalla ballata di Bob Dylan alle quartine di T. S. Eliot, fino alla pagina conclusiva di Moby Dick, il ciclo si nutre di voci letterarie che da decenni — o da secoli — hanno nominato la stessa scena: il corpo che affonda, il mare che si richiude. La pittura informale, gestuale e stratificata, si intreccia con fotografie rielaborate fino alla soglia dell'astrazione, in un dialogo tra due modi di fare testimonianza che si interrogano a vicenda sulla possibilità stessa di produrre l'immagine di fronte all'invisibile.
«… un tetro frangente bianco si sbattè contro gli orli in pendio, poi tutto ricadde, e il gran sudario del mare tornò a stendersi come si stendeva cinquemila anni fa.»
Herman Melville, Moby Dick, Cap. CXXXV
Riccardo Dellaferrera, maggio 2026
Note biografiche: Guglielmo Durazzo (Torino, 1948) sviluppa da decenni una ricerca pittorica parallela alla professione forense, esplorando linguaggi che spaziano dall’informale alla frammentazione dell'immagine.
La sua pratica unisce tecniche tradizionali — olio, acrilico, disegno e inchiostri — a sperimentazioni contemporanee con collage, fotocopie digitali, materiali plastici, legno e stampe plotter su acetato.
I suoi cicli indagano temi come la memoria industriale, la figura dell’artista nello studio e, nelle opere più recenti, conflitti e migrazioni. Ha esposto in personali e collettive in spazi pubblici e gallerie principalmente nelle città di Torino e Trieste
SWANN ART GALLERY Via Antonio Bertola 29, 10122, Torino, dal martedi al sabato, h:12.30-19.00, telefono +39 3332455018, www.swannarte.com, info@swannarte.com, @swann.artgallery
05
giugno 2026
Guglielmo Durazzo – Sulla Soglia
Dal 05 al 18 giugno 2026
arte contemporanea
Location
Swann Art Gallery
Torino, Via Antonio Bertola, 29/A, (TO)
Torino, Via Antonio Bertola, 29/A, (TO)
Orario di apertura
da martedì a sabato ore 12.30 - 19.00
Vernissage
5 Giugno 2026, dalle ore 18.00 alle 22.00
Autore
Curatore






