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Aldo Mondino – Merci Satie
Galleria de’ Foscherari è lieta di presentare, da mercoledì 3 giugno 2026, Merci Satie, mostra personale di Aldo Mondino dedicata alla musica, intesa non come semplice tema iconografico, ma come campo di risonanza tra immagine, oggetto, parola e movimento.
Comunicato stampa
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Galleria de’ Foscherari è lieta di presentare, da mercoledì 3 giugno 2026, Merci Satie, mostra personale di Aldo Mondino dedicata alla musica, intesa non come semplice tema iconografico, ma come campo di risonanza tra immagine, oggetto, parola e movimento.
La mostra Merci Satie nasce come un raffinato omaggio a quel filo invisibile, eppure solidissimo, che lega l’universo visivo di Aldo Mondino alle rivoluzionarie intuizioni sonore di Erik Satie in un dialogo tra due spiriti autenticamente liberi che hanno saputo fare dell’ironia e del paradosso gli strumenti privilegiati per scardinare le rigide convenzioni delle rispettive epoche. Un omaggio che si fa subito presente all'entrata dello spazio espositivo, dove una serie di disegni dedicati allo stesso Satie introduce fisicamente il visitatore nel percorso. In Mercie Satie, Erik Satie non si pone come un semplice riferimento biografico o musicale, bensì come un vero e proprio archetipo spirituale, un maestro dell'avanguardia parigina e del Simbolismo con cui Mondino condivide la medesima e geniale capacità di nascondere una profonda serietà concettuale dietro lo schermo della provocazione e del gioco linguistico.
E come Satie costruiva la sua partitura su trame ossessive e ripetitive, così si sviluppa la musica ipnotica su cui danzano i Dervisci, candide figure colte nell'atto del Sema, la danza rituale sufi. Con una mano rivolta al cielo per ricevere la grazia e l’altra verso la terra per dispensarla, questi monaci rotanti danzano su una struttura musicale ciclica, pensata per rispecchiare sia la geometria del movimento dei danzatori sia le leggi del cosmo, imitando la rotazione dei pianeti intorno al sole e degli elettroni intorno al nucleo. Una ritualità che Mondino aveva ben appreso durante i suoi viaggi in oriente e che decide di rappresentare poiché quei monaci danzanti che diventano la personificazione stessa della musica, rappresentano per Mondino l'alter ego del pittore stesso: un individuo che gira intorno al proprio asse per raggiungere la trascendenza attraverso l'ossessione del gesto.
Ma l'esplorazione mondiniana non vive di sola ripetizione ipnotica. Attraversando lo spazio espositivo da una stanza all’altra, il ritmo ossessivo della rotazione subisce una decelerazione improvvisa, un cambio di registro che conduce lo spettatore fuori dalla trance rituale per immergerlo in un idillio romantico: al centro del percorso si colloca una panchina di ferro su cui siedono due sagome, inclinate appena l’una verso l’altra, come trattenute nell’istante che precede un’intima confidenza. È Viola d’amore, la bronzea custodia di una viola consumata dal tempo, che giace aperta sul proprio cardine evocando la presenza di due figure raccolte in una assorta prossimità. Ma dello strumento non vi è traccia; ne resta soltanto il vuoto della sua forma, la cavità muta di qualcosa che è stato custodito. che rievoca E di fronte a quella coppia procinta alla confessione, due Serre di orchidee incorniciano le due sagome in una dimensione olfattiva e visiva il profumo e il calore di quei fiori esotici. Messe specularmente l'una di fronte alle altre, le opere trasformano lo spazio espositivo in una camera sinestetica, dove la musica si fonde con la natura sintetizzandosi in un idilliaco paesaggio bucolico in cui la cultura alta occidentale - la musica barocca, rappresentata simbolicamente dalla custodia della viola - si riflette e si contamina con l'altrove esotico - le orchidee d'Oriente.
Si svela allora il profondo legame tra il musicista e il pittore: così come, sul piano musicale, Satie smonta la struttura tradizionale drammatica-narrativa dei brani tipici delle sinfonie dell’Ottocento, cancellando le linee di divisione delle battute e incastrando sequenze di note identiche e accordi fissi che non cambiano tonalità, e trasformando la musica in un loop geometrico che congela il tempo, così Aldo Mondino applica questo stesso rifiuto alla storia dell'arte e del modernismo europeo. Il suo ostinato bisogno di sperimentare con materiali concreti e quotidiani – come il cioccolato, le caramelle, il caffè, il bronzo, i fiori, la ceramica, il vetro e i pigmenti – non è il capriccio di un artista indeciso, ma la capacità di aprire un dialogo personale e libero con l'arte e con l'artigianato di ogni tempo. Un incostanza stilistica che diventa una coraggiosa forma di scelta artistica, una decisione consapevole che, esattamente come la musica circolare di Satie, sembra opporsi all’idea di un’arte indirizzata verso una modernità uniforme e condivisa, restituendo all’artista la libertà di attraversare il bello e il grottesco, il reale e il visionario, in cui la sua produzione polimorfa appare come una ricerca incessante, un dialogo intimo e personale con le trasformazioni del mondo che, silenziosamente, prendevano forma intorno a lui.
La mostra Merci Satie nasce come un raffinato omaggio a quel filo invisibile, eppure solidissimo, che lega l’universo visivo di Aldo Mondino alle rivoluzionarie intuizioni sonore di Erik Satie in un dialogo tra due spiriti autenticamente liberi che hanno saputo fare dell’ironia e del paradosso gli strumenti privilegiati per scardinare le rigide convenzioni delle rispettive epoche. Un omaggio che si fa subito presente all'entrata dello spazio espositivo, dove una serie di disegni dedicati allo stesso Satie introduce fisicamente il visitatore nel percorso. In Mercie Satie, Erik Satie non si pone come un semplice riferimento biografico o musicale, bensì come un vero e proprio archetipo spirituale, un maestro dell'avanguardia parigina e del Simbolismo con cui Mondino condivide la medesima e geniale capacità di nascondere una profonda serietà concettuale dietro lo schermo della provocazione e del gioco linguistico.
E come Satie costruiva la sua partitura su trame ossessive e ripetitive, così si sviluppa la musica ipnotica su cui danzano i Dervisci, candide figure colte nell'atto del Sema, la danza rituale sufi. Con una mano rivolta al cielo per ricevere la grazia e l’altra verso la terra per dispensarla, questi monaci rotanti danzano su una struttura musicale ciclica, pensata per rispecchiare sia la geometria del movimento dei danzatori sia le leggi del cosmo, imitando la rotazione dei pianeti intorno al sole e degli elettroni intorno al nucleo. Una ritualità che Mondino aveva ben appreso durante i suoi viaggi in oriente e che decide di rappresentare poiché quei monaci danzanti che diventano la personificazione stessa della musica, rappresentano per Mondino l'alter ego del pittore stesso: un individuo che gira intorno al proprio asse per raggiungere la trascendenza attraverso l'ossessione del gesto.
Ma l'esplorazione mondiniana non vive di sola ripetizione ipnotica. Attraversando lo spazio espositivo da una stanza all’altra, il ritmo ossessivo della rotazione subisce una decelerazione improvvisa, un cambio di registro che conduce lo spettatore fuori dalla trance rituale per immergerlo in un idillio romantico: al centro del percorso si colloca una panchina di ferro su cui siedono due sagome, inclinate appena l’una verso l’altra, come trattenute nell’istante che precede un’intima confidenza. È Viola d’amore, la bronzea custodia di una viola consumata dal tempo, che giace aperta sul proprio cardine evocando la presenza di due figure raccolte in una assorta prossimità. Ma dello strumento non vi è traccia; ne resta soltanto il vuoto della sua forma, la cavità muta di qualcosa che è stato custodito. che rievoca E di fronte a quella coppia procinta alla confessione, due Serre di orchidee incorniciano le due sagome in una dimensione olfattiva e visiva il profumo e il calore di quei fiori esotici. Messe specularmente l'una di fronte alle altre, le opere trasformano lo spazio espositivo in una camera sinestetica, dove la musica si fonde con la natura sintetizzandosi in un idilliaco paesaggio bucolico in cui la cultura alta occidentale - la musica barocca, rappresentata simbolicamente dalla custodia della viola - si riflette e si contamina con l'altrove esotico - le orchidee d'Oriente.
Si svela allora il profondo legame tra il musicista e il pittore: così come, sul piano musicale, Satie smonta la struttura tradizionale drammatica-narrativa dei brani tipici delle sinfonie dell’Ottocento, cancellando le linee di divisione delle battute e incastrando sequenze di note identiche e accordi fissi che non cambiano tonalità, e trasformando la musica in un loop geometrico che congela il tempo, così Aldo Mondino applica questo stesso rifiuto alla storia dell'arte e del modernismo europeo. Il suo ostinato bisogno di sperimentare con materiali concreti e quotidiani – come il cioccolato, le caramelle, il caffè, il bronzo, i fiori, la ceramica, il vetro e i pigmenti – non è il capriccio di un artista indeciso, ma la capacità di aprire un dialogo personale e libero con l'arte e con l'artigianato di ogni tempo. Un incostanza stilistica che diventa una coraggiosa forma di scelta artistica, una decisione consapevole che, esattamente come la musica circolare di Satie, sembra opporsi all’idea di un’arte indirizzata verso una modernità uniforme e condivisa, restituendo all’artista la libertà di attraversare il bello e il grottesco, il reale e il visionario, in cui la sua produzione polimorfa appare come una ricerca incessante, un dialogo intimo e personale con le trasformazioni del mondo che, silenziosamente, prendevano forma intorno a lui.
03
giugno 2026
Aldo Mondino – Merci Satie
Dal 03 giugno al 30 settembre 2026
arte contemporanea
Location
GALLERIA DE’ FOSCHERARI
Bologna, Via Castiglione, 2B, (Bologna)
Bologna, Via Castiglione, 2B, (Bologna)
Orario di apertura
da martedì a sabato inclusi, ore 10:30 -13:30 e 15:30 -18:30
Vernissage
3 Giugno 2026, ore 18:00
Autore
Autore testo critico
Progetto grafico










