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Oltre la superficie. Tra visibile e invisibile
La mostra indaga sulle proprietà dell’acqua, attraverso le sue proprietà di adattamento, ma anche la sua capacità di trasportarci in un altro tempo solo con il suo suono.
Comunicato stampa
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Inaugura mercoledì 10 giugno, presso la Galleria Corals, la mostra collettiva dal titolo “Oltre la superficie. Tra visibile e invisibile”, che vede protagonisti gli artisti Michele Maria Canditone, Gaia Coals, Julia Ciulek e Giulia Papetti.
Il percorso espositivo ruota attorno all’elemento acquatico, che qui non si manifesta attraverso la sua evidenza cromatica, ma si svela come un mondo sottile percepibile attraverso le sue proprietà intrinseche: la plasticità, la capacità di adattamento e il potere purificatore. Un velo d’acqua invisibile unisce le voci dei quattro artisti, conducendo il visitatore in un’indagine sulla resilienza e sulla memoria.
Michele Maria Canditone apre il dialogo citando la natura fluida dell’esistenza: “And like water, I always find my way”. L’artista elegge la formica a metafora vivente dell’acqua: collocate in scenari domestici, le sue piccole creature si muovono instancabili, scavano passaggi e superano ostacoli con una forza silenziosa e organizzata. Proprio come gocce d’acqua, le formiche di Canditone ci insegnano che la resistenza non risiede nella forza bruta, ma nella capacità di aggirare gli impedimenti con grazia e resilienza.
Il tema della memoria è affidato alla ricerca di Gaia Coals, che indaga l’identità dei luoghi in relazione agli eventi che ne hanno plasmato la dimensione fisica e sociale. Prendendo ispirazione da un’indagine condotta in Corsica, nel villaggio di Lama, nell'ambito del progetto Noveau Grand Tour sostenuto dall'Istituto Italiano di Cultura di Parigi, l’artista rievoca la storia di Funtana Bona, storica fontana e lavatoio, unico spazio pubblico tradizionalmente riservato alle donne e cuore della loro vita quotidiana. Attraverso l’ascolto del paesaggio sonoro - il fluire dell’acqua che si articola in tre voci - Coals costruisce un parallelismo con la paghjella corsa, canto polifonico tradizionalmente maschile. L’opera attiva una riflessione sulla memoria collettiva e sull’esclusione femminile, invitando due donne a reinterpretare questi canti nello spazio simbolico della fontana, dove la voce mancante si fonde con il suono dell’acqua.
L’essenza purificatrice dell’acqua trova forma nell’opera di Julia Ciulek, “Let’s meet in better time”. Attraverso una fontana di vetro, l’acqua scorre in un ciclo continuo che invita all’interazione diretta: un gesto simbolico per “lavarsi le mani” dalle scorie della quotidianità o purificarsi da ciò che si desidera lasciare andare. L’artista attinge al valore universale dell’acqua come forza di rigenerazione, presente nelle tradizioni spirituali di ogni tempo, offrendo un momento di trasformazione sia fisica che energetica.
Infine, Giulia Papetti esplora la dimensione dell’introspezione con la serie “Conca desolata”. Rifacendosi alla simbologia mitologica della conchiglia come grembo materno e origine della vita, l'artista vi colloca figure umane rannicchiate, quasi a cercare un riparo. In questo lavoro la conchiglia funge da soglia tra l’io e la desolazione esterna: un rifugio provvisorio che custodisce i segreti dell’anima e si fa metafora del cammino spirituale dell’essere umano verso la propria interiorità.
Artisti
Michele Maria Canditone
Si è formato all’Accademia di Belle Arti di Brera a Milano dove ha conseguito il triennio e il biennio in Pittura. Durante gli studi è stato determinante l’incontro con il professor Gianluigi Rocca, che gli ha permesso di scoprire nel segno - e nel disegno- una sensibilità e una cura che da allora struttura la sua ricerca. Nel 2022 ha ricevuto una menzione d’onore al Premio Equita, e nel 2023 è stato selezionato tra gli artisti in evidenza al Premio Cramum.
La ricerca dell’artista nasce da una prolungata osservazione del cielo e da una riflessione sulla noia, sulla lentezza e su quell’abitudine ormai dimenticata di alzare lo sguardo e fermarsi.
Ispirata dalle incisioni di Piranesi, dall’opera di Dadamaino e da letture che spaziano da Bernhard a Moravia, da Dostoevskij a Pessoa, la sua pratica si sviluppa come una cartografia immaginaria: il cielo si rovescia progressivamente in terra, trasformandosi in un arcipelago di isole osservate dall’alto. All’interno di un agire disinteressato, privo di una finalità prestabilita, il segno assume la funzione di sismografo, registrando un gesto in parte inconsapevole, guidato dall’osservazione di micromondi — la pelle, gli involucri, le superfici. Nel corso del processo emerge progressivamente la percezione di una tensione sotterranea, come se qualcosa, al di sotto della superficie visibile, tentasse di affiorare. È proprio in questo spazio incerto, sospeso tra intenzione e perdita di controllo, che si colloca il nucleo della sua ricerca: non un percorso lineare, ma un vagare, un continuo errare. Una pratica che rinuncia all’illusione di sapere in anticipo cosa cercare o cosa trovare.
Julia Ciulek
Julia Ciułek è un’artista visiva che lavora principalmente con il vetro. Si forma presso l’Accademia di Belle Arti Eugeniusz Geppert di Wrocław, dove consegue la laurea triennale con lode nel 2023 e il diploma magistrale nel 2025. Il suo progetto di diploma è stato selezionato per Art of Transition ’25 – Best Academic Diplomas, ricevendo il premio ZPAP Wrocław. La sua pratica si sviluppa attraverso un’intensa attività espositiva in contesti nazionali e internazionali, tra cui Europa e Stati Uniti. Tra i riconoscimenti più recenti si segnalano il terzo posto alla mostra internazionale EVOLUTION 2024 (Glass Art Society), il secondo posto e il Silver Palette a Inspirations 2024, nonché la selezione come finalista in concorsi quali Blue Sky Award 2025, MilanoVetro-35 e lo Stanislav Libenský Award.
Il lavoro dell'artista nasce dall’osservazione quotidiana della realtà e delle tensioni sistemiche che influenzano le vite individuali. La sua ricerca si colloca all’intersezione tra privato e collettivo, esplorando il momento in cui l’emozione personale si intreccia con il contesto sociale.
Lontano dal proporre soluzioni univoche, l'artista utilizza l’arte come uno spazio di riflessione per indagare stati di tensione e sospensione, esperienze al contempo intime e condizionate dal sistema. Il medium d'elezione è il vetro, trattato non come materia passiva, ma come un’entità autonoma dotata di una propria logica. Il processo creativo si configura come un dialogo: l'artista non cerca il controllo assoluto, ma si pone in ascolto del materiale, assecondando i ritmi e le resistenze. La forma finale emerge proprio in questo spazio di fiducia tra l’idea progettuale e la risposta del vetro, trasformando l’imprevedibilità in un elemento centrale della narrazione poetica.
Gaia Coals
Nata e cresciuta a Milano, si diploma in Scultura all’Accademia di Belle Arti di Brera nel 2018. Successivamente si trasferisce in Belgio, dove si specializza nelle pratiche artistiche nello spazio pubblico presso la Koninklijke Academie voor Schone Kunsten di Anversa. Dopo il rientro in Italia nel 2020, partecipa a diverse mostre e residenze, sia in ambito nazionale che internazionale.
Al centro della sua ricerca si colloca l’indagine di ciò che trasforma uno spazio in luogo. In questo processo, la memoria assume un ruolo fondamentale, intesa come dispositivo attraverso cui leggere tale relazione e i suoi effetti come esito dei processi che ne hanno determinato la configurazione attuale. Dal 2022 collabora con l’ANED (Associazione Nazionale Ex-Deportati nei campi nazisti), sviluppando una ricerca sul ruolo dei monumenti e dei memoriali in relazione alle comunità che se ne prendono cura.
La sua ricerca artistica nasce dall’osservazione dei luoghi come esito di processi, con l’obiettivo di indagarne l’identità in relazione agli eventi che ne hanno plasmato la dimensione fisica e sociale.
I suoi interventi mirano a far emergere elementi già presenti in situ, attraverso un approccio basato sull’ascolto e su una relazione aperta con il contesto. In questa prospettiva, l’ascolto diventa uno strumento per attivare relazioni di prossimità, capaci di estendere l’abitare oltre i confini fisici e di favorire la costruzione di una dimensione comunitaria.
Giulia Papetti
Nata nella provincia di Milano nel 1997, sviluppa fin da giovanissima un forte interesse per il disegno e per la rappresentazione della figura umana. Il volto, in particolare, diventa sin da subito il fulcro della sua ricerca visiva.
Questo interesse prende forma durante gli studi presso il Liceo Artistico Caravaggio di Milano, dove affina il proprio sguardo e la propria sensibilità artistica, per poi proseguire il percorso all’Accademia di Belle Arti di Brera.
Negli ultimi anni, accanto alla centralità della figura umana, emerge una riflessione critica sull’Antropocene. Parte della sua produzione si traduce così in figure ibride, in cui elementi del passato si intrecciano con visioni di un futuro ipoteticamente apocalittico, segnato dall’azione distruttiva dell’essere umano sul pianeta. All’interno di questo dialogo tra temporalità diverse, si intravede tuttavia una tensione verso la possibilità di riscoperta: un ritorno a valori fondamentali, tra cui un rinnovato rapporto con la natura, spesso oscurato nella contemporaneità da una visione antropocentrica e specista.
In questa prospettiva, l’emergere di componenti animali nelle figure umane si configura come un elemento centrale della sua ricerca, diventando metafora di una dimensione istintiva e selvaggia, ancora presente ma spesso rimossa nell’individuo.
Il percorso espositivo ruota attorno all’elemento acquatico, che qui non si manifesta attraverso la sua evidenza cromatica, ma si svela come un mondo sottile percepibile attraverso le sue proprietà intrinseche: la plasticità, la capacità di adattamento e il potere purificatore. Un velo d’acqua invisibile unisce le voci dei quattro artisti, conducendo il visitatore in un’indagine sulla resilienza e sulla memoria.
Michele Maria Canditone apre il dialogo citando la natura fluida dell’esistenza: “And like water, I always find my way”. L’artista elegge la formica a metafora vivente dell’acqua: collocate in scenari domestici, le sue piccole creature si muovono instancabili, scavano passaggi e superano ostacoli con una forza silenziosa e organizzata. Proprio come gocce d’acqua, le formiche di Canditone ci insegnano che la resistenza non risiede nella forza bruta, ma nella capacità di aggirare gli impedimenti con grazia e resilienza.
Il tema della memoria è affidato alla ricerca di Gaia Coals, che indaga l’identità dei luoghi in relazione agli eventi che ne hanno plasmato la dimensione fisica e sociale. Prendendo ispirazione da un’indagine condotta in Corsica, nel villaggio di Lama, nell'ambito del progetto Noveau Grand Tour sostenuto dall'Istituto Italiano di Cultura di Parigi, l’artista rievoca la storia di Funtana Bona, storica fontana e lavatoio, unico spazio pubblico tradizionalmente riservato alle donne e cuore della loro vita quotidiana. Attraverso l’ascolto del paesaggio sonoro - il fluire dell’acqua che si articola in tre voci - Coals costruisce un parallelismo con la paghjella corsa, canto polifonico tradizionalmente maschile. L’opera attiva una riflessione sulla memoria collettiva e sull’esclusione femminile, invitando due donne a reinterpretare questi canti nello spazio simbolico della fontana, dove la voce mancante si fonde con il suono dell’acqua.
L’essenza purificatrice dell’acqua trova forma nell’opera di Julia Ciulek, “Let’s meet in better time”. Attraverso una fontana di vetro, l’acqua scorre in un ciclo continuo che invita all’interazione diretta: un gesto simbolico per “lavarsi le mani” dalle scorie della quotidianità o purificarsi da ciò che si desidera lasciare andare. L’artista attinge al valore universale dell’acqua come forza di rigenerazione, presente nelle tradizioni spirituali di ogni tempo, offrendo un momento di trasformazione sia fisica che energetica.
Infine, Giulia Papetti esplora la dimensione dell’introspezione con la serie “Conca desolata”. Rifacendosi alla simbologia mitologica della conchiglia come grembo materno e origine della vita, l'artista vi colloca figure umane rannicchiate, quasi a cercare un riparo. In questo lavoro la conchiglia funge da soglia tra l’io e la desolazione esterna: un rifugio provvisorio che custodisce i segreti dell’anima e si fa metafora del cammino spirituale dell’essere umano verso la propria interiorità.
Artisti
Michele Maria Canditone
Si è formato all’Accademia di Belle Arti di Brera a Milano dove ha conseguito il triennio e il biennio in Pittura. Durante gli studi è stato determinante l’incontro con il professor Gianluigi Rocca, che gli ha permesso di scoprire nel segno - e nel disegno- una sensibilità e una cura che da allora struttura la sua ricerca. Nel 2022 ha ricevuto una menzione d’onore al Premio Equita, e nel 2023 è stato selezionato tra gli artisti in evidenza al Premio Cramum.
La ricerca dell’artista nasce da una prolungata osservazione del cielo e da una riflessione sulla noia, sulla lentezza e su quell’abitudine ormai dimenticata di alzare lo sguardo e fermarsi.
Ispirata dalle incisioni di Piranesi, dall’opera di Dadamaino e da letture che spaziano da Bernhard a Moravia, da Dostoevskij a Pessoa, la sua pratica si sviluppa come una cartografia immaginaria: il cielo si rovescia progressivamente in terra, trasformandosi in un arcipelago di isole osservate dall’alto. All’interno di un agire disinteressato, privo di una finalità prestabilita, il segno assume la funzione di sismografo, registrando un gesto in parte inconsapevole, guidato dall’osservazione di micromondi — la pelle, gli involucri, le superfici. Nel corso del processo emerge progressivamente la percezione di una tensione sotterranea, come se qualcosa, al di sotto della superficie visibile, tentasse di affiorare. È proprio in questo spazio incerto, sospeso tra intenzione e perdita di controllo, che si colloca il nucleo della sua ricerca: non un percorso lineare, ma un vagare, un continuo errare. Una pratica che rinuncia all’illusione di sapere in anticipo cosa cercare o cosa trovare.
Julia Ciulek
Julia Ciułek è un’artista visiva che lavora principalmente con il vetro. Si forma presso l’Accademia di Belle Arti Eugeniusz Geppert di Wrocław, dove consegue la laurea triennale con lode nel 2023 e il diploma magistrale nel 2025. Il suo progetto di diploma è stato selezionato per Art of Transition ’25 – Best Academic Diplomas, ricevendo il premio ZPAP Wrocław. La sua pratica si sviluppa attraverso un’intensa attività espositiva in contesti nazionali e internazionali, tra cui Europa e Stati Uniti. Tra i riconoscimenti più recenti si segnalano il terzo posto alla mostra internazionale EVOLUTION 2024 (Glass Art Society), il secondo posto e il Silver Palette a Inspirations 2024, nonché la selezione come finalista in concorsi quali Blue Sky Award 2025, MilanoVetro-35 e lo Stanislav Libenský Award.
Il lavoro dell'artista nasce dall’osservazione quotidiana della realtà e delle tensioni sistemiche che influenzano le vite individuali. La sua ricerca si colloca all’intersezione tra privato e collettivo, esplorando il momento in cui l’emozione personale si intreccia con il contesto sociale.
Lontano dal proporre soluzioni univoche, l'artista utilizza l’arte come uno spazio di riflessione per indagare stati di tensione e sospensione, esperienze al contempo intime e condizionate dal sistema. Il medium d'elezione è il vetro, trattato non come materia passiva, ma come un’entità autonoma dotata di una propria logica. Il processo creativo si configura come un dialogo: l'artista non cerca il controllo assoluto, ma si pone in ascolto del materiale, assecondando i ritmi e le resistenze. La forma finale emerge proprio in questo spazio di fiducia tra l’idea progettuale e la risposta del vetro, trasformando l’imprevedibilità in un elemento centrale della narrazione poetica.
Gaia Coals
Nata e cresciuta a Milano, si diploma in Scultura all’Accademia di Belle Arti di Brera nel 2018. Successivamente si trasferisce in Belgio, dove si specializza nelle pratiche artistiche nello spazio pubblico presso la Koninklijke Academie voor Schone Kunsten di Anversa. Dopo il rientro in Italia nel 2020, partecipa a diverse mostre e residenze, sia in ambito nazionale che internazionale.
Al centro della sua ricerca si colloca l’indagine di ciò che trasforma uno spazio in luogo. In questo processo, la memoria assume un ruolo fondamentale, intesa come dispositivo attraverso cui leggere tale relazione e i suoi effetti come esito dei processi che ne hanno determinato la configurazione attuale. Dal 2022 collabora con l’ANED (Associazione Nazionale Ex-Deportati nei campi nazisti), sviluppando una ricerca sul ruolo dei monumenti e dei memoriali in relazione alle comunità che se ne prendono cura.
La sua ricerca artistica nasce dall’osservazione dei luoghi come esito di processi, con l’obiettivo di indagarne l’identità in relazione agli eventi che ne hanno plasmato la dimensione fisica e sociale.
I suoi interventi mirano a far emergere elementi già presenti in situ, attraverso un approccio basato sull’ascolto e su una relazione aperta con il contesto. In questa prospettiva, l’ascolto diventa uno strumento per attivare relazioni di prossimità, capaci di estendere l’abitare oltre i confini fisici e di favorire la costruzione di una dimensione comunitaria.
Giulia Papetti
Nata nella provincia di Milano nel 1997, sviluppa fin da giovanissima un forte interesse per il disegno e per la rappresentazione della figura umana. Il volto, in particolare, diventa sin da subito il fulcro della sua ricerca visiva.
Questo interesse prende forma durante gli studi presso il Liceo Artistico Caravaggio di Milano, dove affina il proprio sguardo e la propria sensibilità artistica, per poi proseguire il percorso all’Accademia di Belle Arti di Brera.
Negli ultimi anni, accanto alla centralità della figura umana, emerge una riflessione critica sull’Antropocene. Parte della sua produzione si traduce così in figure ibride, in cui elementi del passato si intrecciano con visioni di un futuro ipoteticamente apocalittico, segnato dall’azione distruttiva dell’essere umano sul pianeta. All’interno di questo dialogo tra temporalità diverse, si intravede tuttavia una tensione verso la possibilità di riscoperta: un ritorno a valori fondamentali, tra cui un rinnovato rapporto con la natura, spesso oscurato nella contemporaneità da una visione antropocentrica e specista.
In questa prospettiva, l’emergere di componenti animali nelle figure umane si configura come un elemento centrale della sua ricerca, diventando metafora di una dimensione istintiva e selvaggia, ancora presente ma spesso rimossa nell’individuo.
10
giugno 2026
Oltre la superficie. Tra visibile e invisibile
Dal 10 al 30 giugno 2026
arte contemporanea
Location
Corals Exhibition
Milano, Via Evangelista Torricelli, 21, (MI)
Milano, Via Evangelista Torricelli, 21, (MI)
Orario di apertura
da lunedi a venerdi ore 15:00 - 19:00
Vernissage
10 Giugno 2026, h. 18:30 - 21:00
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