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Io è un altro
Quattro giovani artisti a confronto sul tema dell’identità contemporanea. Tra figure sospese, corpi in trasformazione e relazioni instabili, la mostra esplora la complessità dell’io attraverso pittura e disegno, tra dimensione intima e collettiva.
Comunicato stampa
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L’identità di ognuno di noi è mutevole, ambigua e, come suggerisce il titolo, plurale.
Io è un altro, un altro e un altro ancora. Arthur Rimbaud, tra i padri della poesia moderna, anticipava già una delle tensioni più attuali del presente: quella di un’identità instabile, frammentata, continuamente attraversata dal rapporto con l’altro e con il mondo. L’ambiguità è il filo che attraversa l’intera mostra, il punto di contatto tra pratiche e sensibilità differenti. È un’ambiguità che si riflette nei corpi, nelle posture, nelle espressioni: le figure in mostra abitano infatti una condizione incerta e talvolta sospesa. Ma è soprattutto nelle relazioni che queste instaurano con ciò che le circonda, con gli altri, con lo spazio e il contesto sociale ed emotivo a cui appartengono. Io è un altro si propone così come uno sguardo sulla condizione identitaria contemporanea, sulla sfuggevolezza di una realtà spesso deformata e contraddittoria, riflettendo su come le figure e, di conseguenza, chi le dipinge, siano inevitabilmente lo specchio del proprio contesto storico, sociale ed emotivo.
Quattro approcci differenti, talvolta opposti, fanno emergere una dimensione intima e personale che, pur partendo dall’esperienza individuale, restituisce il ritratto di una sensibilità collettiva. In un presente segnato da fratture, distanze e difficoltà di riconoscimento reciproco, la mostra prova a costruire uno spazio comune attraverso la figura umana e la sua presenza. L’indagine del corpo, immagine primaria della rappresentazione artistica, diventa qui riflesso del rapporto che ogni artista intrattiene con sé stesso e, inevitabilmente, con gli altri.
Il titolo, che incarna un’identità già spezzata grammaticalmente, è di per sé una dimensione visiva, che ci rimanda a un’instabilità e una deformazione del singolo, proprio come nelle figure di Giulia Apice (Frosinone, 1997). L’artista laziale, servendosi di lenzuola, dà forma a figure che sfuggono; composte tramite pennarelli, vengono successivamente decostruite con l’acqua, diventando evanescenti e inafferrabili, labili a un immediato riconoscimento. Il materiale utilizzato permette all’artista di contestualizzare corpi instabili in un ambiente anch’esso instabile, dando forma a leggerezza e vulnerabilità. Le figure sembrano emergere e dissolversi simultaneamente all’interno del tessuto che le accoglie, come apparizioni fragili o memorie in continua trasformazione. I contorni sfumati, le colature e la permeabilità stessa del supporto contribuiscono a rendere il corpo qualcosa di ambiguo e instabile, sospeso tra presenza e sparizione, tra riconoscimento e perdita della propria identità. Il corpo non appare mai realmente definito, ma attraversato da continue deformazioni e slittamenti, quasi fosse il riflesso di un’identità incapace di coincidere pienamente con sé stessa.
La stessa necessità di costruire e decostruire l’immagine, così come di dare forma alla tensione tra cura e lacerazione, attraversa la pratica pittorica di Giuseppe Gallace (Soverato, 1993). Con una pittura evocativa e sospesa, l’artista restituisce quelle sensazioni intime e universali che accompagnano l’esperienza umana: stati emotivi difficili da definire, legati tanto alla dimensione privata quanto a quella collettiva e al rapporto tra uomo e natura. Nelle sue opere il silenzio assume una doppia natura: è delicatezza, ascolto e fragilità, ma anche forza trattenuta. Le figure umane abitano il mondo con discrezione, quasi in punta di piedi, immerse in una natura rigogliosa e vitale di cui sembrano parte integrante. La crescita della vegetazione appare viva, pulsante, capace di evocare il rumore stesso della vita nella sua fragile intensità. L’essere umano, invece, si manifesta come una presenza distante, quasi residuale, simile a un ricordo o a un’apparizione interiore. Le figure non incontrano mai direttamente lo sguardo dell’osservatore: sembrano esistere in una dimensione sospesa, separata tanto da chi guarda quanto dagli altri elementi che condividono lo spazio della tela. In questa apparente quiete emerge così una sottile tensione emotiva, dove armonia e inquietudine convivono costantemente.
È nello stesso scenario ambiguo e sospeso che si collocano i lavori di Arianna Pessina (Vimercate, 1998). Le sue figure emergono dall’oscurità del carboncino come apparizioni fragili, simili a ricordi o sensazioni che riaffiorano lentamente verso chi osserva: presenze che non cercano di imporsi, ma che si manifestano attraverso una forza sottile e discreta. La luce, nelle sue opere, non illumina realmente la scena, ma resiste al buio come una traccia tenue, prossima a dissolversi. Questa tensione tra presenza e sparizione richiama il funzionamento stesso della memoria: i ricordi, così come i sentimenti di malinconia o perdita, mutano continuamente forma nel tempo, fino a sgretolarsi e lasciare spazio soltanto a impressioni e sensazioni frammentarie. La malinconia nasce proprio da questa instabilità del ricordo, dalla consapevolezza che ogni memoria riaffiora sempre diversa, testimoniando quanto la mente umana sia mutevole e quanto dentro ciascuno di noi convivano identità e versioni differenti del sé.
Ad affiancare questa instabile ambiguità si colloca Nico Crisanti (Merate, 1988). La sua pratica pittorica si confronta con la quotidianità e con una realtà deformata, instabile, attraversata da anatomie che si intrecciano e si sfalsano continuamente. Nei suoi dipinti l’essere umano esiste sempre in relazione con l’altro: corpi, arti e volti si incontrano, si sovrappongono e si confondono, dando forma a una collettività fatta di contatto, tensione e reciproca trasformazione. L’uomo, nei lavori di Crisanti, non è mai isolato, ma parte di un continuo movimento comune. La figura diventa così il luogo in cui esperienze, pensieri e individualità differenti convivono e si scontrano, rivelando come ogni identità si costruisca inevitabilmente tramite la relazione con gli altri. Attraverso corpi apparentemente stabili ma costantemente attraversati da deformazioni e slittamenti, l’artista riflette sulla condizione umana contemporanea, sospesa tra individualità e appartenenza collettiva. Come scriveva Lucrezio più di duemila anni fa, “i corpi […] spinti dai loro ciechi urti si mettono in movimento e a loro volta stimolano altri corpi”: un’immagine che sembra attraversare anche la pittura di Crisanti, dove ogni figura esiste soltanto nel continuo incontro e scontro con ciò che la circonda.
Se i corpi di Giuseppe Gallace inscenano una dimensione nostalgica e ambigua, fatta di sensazioni che rimangono indefinite e che non cercano necessariamente una risposta, attraverso il colore e il rapporto con la natura, Arianna Pessina restituisce la stessa tensione tramite l’emersione fioca della luce che attraversa i corpi e resiste all’oscurità. Se Giulia Apice parla dell’umanità come eco, trasformazione e dissoluzione di un altro da sé, figure che sembrano sfuggire tanto a loro stesse quanto allo sguardo di chi osserva, Nico Crisanti affronta la medesima ambiguità attraverso la relazione, il contatto e la deformazione reciproca dei corpi, trasformando la collettività in un intreccio instabile di presenze, identità e movimenti continui. Tutti e quattro gli artisti mettono così in scena la dimensione universale di un Io frammentato e mutevole, un’identità mai definitiva ma costantemente attraversata dagli altri, dalla memoria, dal tempo e dallo spazio che abita. Una condizione universale proprio perché appartiene a tutti: quella di un soggetto che si costruisce e si trasforma continuamente nel rapporto con il mondo e con ciò che lo circonda, fino a riconoscersi inevitabilmente come altro da sé.
Io è un altro, un altro e un altro ancora. Arthur Rimbaud, tra i padri della poesia moderna, anticipava già una delle tensioni più attuali del presente: quella di un’identità instabile, frammentata, continuamente attraversata dal rapporto con l’altro e con il mondo. L’ambiguità è il filo che attraversa l’intera mostra, il punto di contatto tra pratiche e sensibilità differenti. È un’ambiguità che si riflette nei corpi, nelle posture, nelle espressioni: le figure in mostra abitano infatti una condizione incerta e talvolta sospesa. Ma è soprattutto nelle relazioni che queste instaurano con ciò che le circonda, con gli altri, con lo spazio e il contesto sociale ed emotivo a cui appartengono. Io è un altro si propone così come uno sguardo sulla condizione identitaria contemporanea, sulla sfuggevolezza di una realtà spesso deformata e contraddittoria, riflettendo su come le figure e, di conseguenza, chi le dipinge, siano inevitabilmente lo specchio del proprio contesto storico, sociale ed emotivo.
Quattro approcci differenti, talvolta opposti, fanno emergere una dimensione intima e personale che, pur partendo dall’esperienza individuale, restituisce il ritratto di una sensibilità collettiva. In un presente segnato da fratture, distanze e difficoltà di riconoscimento reciproco, la mostra prova a costruire uno spazio comune attraverso la figura umana e la sua presenza. L’indagine del corpo, immagine primaria della rappresentazione artistica, diventa qui riflesso del rapporto che ogni artista intrattiene con sé stesso e, inevitabilmente, con gli altri.
Il titolo, che incarna un’identità già spezzata grammaticalmente, è di per sé una dimensione visiva, che ci rimanda a un’instabilità e una deformazione del singolo, proprio come nelle figure di Giulia Apice (Frosinone, 1997). L’artista laziale, servendosi di lenzuola, dà forma a figure che sfuggono; composte tramite pennarelli, vengono successivamente decostruite con l’acqua, diventando evanescenti e inafferrabili, labili a un immediato riconoscimento. Il materiale utilizzato permette all’artista di contestualizzare corpi instabili in un ambiente anch’esso instabile, dando forma a leggerezza e vulnerabilità. Le figure sembrano emergere e dissolversi simultaneamente all’interno del tessuto che le accoglie, come apparizioni fragili o memorie in continua trasformazione. I contorni sfumati, le colature e la permeabilità stessa del supporto contribuiscono a rendere il corpo qualcosa di ambiguo e instabile, sospeso tra presenza e sparizione, tra riconoscimento e perdita della propria identità. Il corpo non appare mai realmente definito, ma attraversato da continue deformazioni e slittamenti, quasi fosse il riflesso di un’identità incapace di coincidere pienamente con sé stessa.
La stessa necessità di costruire e decostruire l’immagine, così come di dare forma alla tensione tra cura e lacerazione, attraversa la pratica pittorica di Giuseppe Gallace (Soverato, 1993). Con una pittura evocativa e sospesa, l’artista restituisce quelle sensazioni intime e universali che accompagnano l’esperienza umana: stati emotivi difficili da definire, legati tanto alla dimensione privata quanto a quella collettiva e al rapporto tra uomo e natura. Nelle sue opere il silenzio assume una doppia natura: è delicatezza, ascolto e fragilità, ma anche forza trattenuta. Le figure umane abitano il mondo con discrezione, quasi in punta di piedi, immerse in una natura rigogliosa e vitale di cui sembrano parte integrante. La crescita della vegetazione appare viva, pulsante, capace di evocare il rumore stesso della vita nella sua fragile intensità. L’essere umano, invece, si manifesta come una presenza distante, quasi residuale, simile a un ricordo o a un’apparizione interiore. Le figure non incontrano mai direttamente lo sguardo dell’osservatore: sembrano esistere in una dimensione sospesa, separata tanto da chi guarda quanto dagli altri elementi che condividono lo spazio della tela. In questa apparente quiete emerge così una sottile tensione emotiva, dove armonia e inquietudine convivono costantemente.
È nello stesso scenario ambiguo e sospeso che si collocano i lavori di Arianna Pessina (Vimercate, 1998). Le sue figure emergono dall’oscurità del carboncino come apparizioni fragili, simili a ricordi o sensazioni che riaffiorano lentamente verso chi osserva: presenze che non cercano di imporsi, ma che si manifestano attraverso una forza sottile e discreta. La luce, nelle sue opere, non illumina realmente la scena, ma resiste al buio come una traccia tenue, prossima a dissolversi. Questa tensione tra presenza e sparizione richiama il funzionamento stesso della memoria: i ricordi, così come i sentimenti di malinconia o perdita, mutano continuamente forma nel tempo, fino a sgretolarsi e lasciare spazio soltanto a impressioni e sensazioni frammentarie. La malinconia nasce proprio da questa instabilità del ricordo, dalla consapevolezza che ogni memoria riaffiora sempre diversa, testimoniando quanto la mente umana sia mutevole e quanto dentro ciascuno di noi convivano identità e versioni differenti del sé.
Ad affiancare questa instabile ambiguità si colloca Nico Crisanti (Merate, 1988). La sua pratica pittorica si confronta con la quotidianità e con una realtà deformata, instabile, attraversata da anatomie che si intrecciano e si sfalsano continuamente. Nei suoi dipinti l’essere umano esiste sempre in relazione con l’altro: corpi, arti e volti si incontrano, si sovrappongono e si confondono, dando forma a una collettività fatta di contatto, tensione e reciproca trasformazione. L’uomo, nei lavori di Crisanti, non è mai isolato, ma parte di un continuo movimento comune. La figura diventa così il luogo in cui esperienze, pensieri e individualità differenti convivono e si scontrano, rivelando come ogni identità si costruisca inevitabilmente tramite la relazione con gli altri. Attraverso corpi apparentemente stabili ma costantemente attraversati da deformazioni e slittamenti, l’artista riflette sulla condizione umana contemporanea, sospesa tra individualità e appartenenza collettiva. Come scriveva Lucrezio più di duemila anni fa, “i corpi […] spinti dai loro ciechi urti si mettono in movimento e a loro volta stimolano altri corpi”: un’immagine che sembra attraversare anche la pittura di Crisanti, dove ogni figura esiste soltanto nel continuo incontro e scontro con ciò che la circonda.
Se i corpi di Giuseppe Gallace inscenano una dimensione nostalgica e ambigua, fatta di sensazioni che rimangono indefinite e che non cercano necessariamente una risposta, attraverso il colore e il rapporto con la natura, Arianna Pessina restituisce la stessa tensione tramite l’emersione fioca della luce che attraversa i corpi e resiste all’oscurità. Se Giulia Apice parla dell’umanità come eco, trasformazione e dissoluzione di un altro da sé, figure che sembrano sfuggire tanto a loro stesse quanto allo sguardo di chi osserva, Nico Crisanti affronta la medesima ambiguità attraverso la relazione, il contatto e la deformazione reciproca dei corpi, trasformando la collettività in un intreccio instabile di presenze, identità e movimenti continui. Tutti e quattro gli artisti mettono così in scena la dimensione universale di un Io frammentato e mutevole, un’identità mai definitiva ma costantemente attraversata dagli altri, dalla memoria, dal tempo e dallo spazio che abita. Una condizione universale proprio perché appartiene a tutti: quella di un soggetto che si costruisce e si trasforma continuamente nel rapporto con il mondo e con ciò che lo circonda, fino a riconoscersi inevitabilmente come altro da sé.
23
giugno 2026
Io è un altro
Dal 23 giugno al 14 luglio 2026
arte contemporanea
Location
Finestreria
Milano, Via Ascanio Sforza, 69, (MI)
Milano, Via Ascanio Sforza, 69, (MI)
Orario di apertura
Dal 23.06.26 fino al 14.07.2026 dal martedì al sabato 14-19 o su appuntamento
Vernissage
23 Giugno 2026, 16.00 - 21.00
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