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David Berkovitz – Iοίην – Che io possa andare
La mostra presenta una selezione di opere recenti di Berkovitz, frutto di una ricerca sul superamento del limite e sulla trasformazione della materia. Partendo dalla carta, l’artista trasforma il taglio in un gesto che genera spazio e visione aprendo nuovi modi di vedere la realtà.
Comunicato stampa
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La Blue Gallery di Venezia ospita Che io possa andare oltre, mostra personale di David Berkovitz, a cura di Giovanni Gardini. Un progetto che riunisce una selezione di lavori recenti e offre l'occasione per osservare da vicino una ricerca che, negli anni, ha trovato una propria cifra riconoscibile nell'uso della carta e nel gesto del taglio.
Il titolo prende forma da ἰοίην, espressione greca traducibile come “che io possa andare oltre”, e introduce uno dei temi centrali del lavoro dell'artista: il desiderio di attraversare il limite. Non si tratta però di una tensione verso l'evasione o l'altrove inteso come fuga dal reale. Al contrario, Berkovitz sembra interrogare la possibilità di guardare ciò che è vicino da una prospettiva diversa, aprendo varchi percettivi all'interno della materia stessa.
Carta, dime e cutter costituiscono gli strumenti essenziali del suo processo. Un vocabolario ridotto al minimo, quasi ascetico, dal quale nascono opere che superano la dimensione bidimensionale per trasformarsi in strutture attraversate dalla luce e dall'ombra. Il taglio non è mai un gesto distruttivo: è una soglia. Le superfici si piegano, si aprono, si sollevano, generando spazi inattesi che invitano l'osservatore a rallentare e a sostare sul dettaglio.
La mostra presenta in particolare alcuni lavori delle serie Divaricazioni del Bianco Venezia e Divaricazioni dell'Oro Venezia. Qui il bianco e l'oro non assumono una funzione decorativa ma diventano elementi capaci di amplificare la percezione dello spazio. Il bianco richiama una dimensione fragile e sospesa, mentre l'oro cattura e riflette la luce, accentuando la profondità delle aperture create nella carta. Ciò che appare inizialmente come una superficie uniforme rivela progressivamente stratificazioni, ombre, ossidazioni e dettagli che chiedono di essere esplorati con attenzione.
Nel testo che accompagna l'esposizione, Giovanni Gardini sottolinea come il lavoro di Berkovitz sia animato dalla convinzione che esista sempre una possibilità ulteriore, una realtà che si manifesta solo a chi è disposto a soffermarsi e osservare. Una riflessione che trova riscontro nella natura stessa delle opere, costruite attraverso un equilibrio costante tra controllo e rischio. Ogni incisione richiede precisione assoluta; ogni errore sarebbe irreversibile.
Particolarmente significativa è l'opera Anime salve, nella quale l'artista concentra l'attenzione sugli scarti del processo creativo. Le sottili strisce di carta normalmente destinate a essere eliminate diventano qui protagoniste della composizione, assumendo la forma di una presenza leggera e dinamica. È un lavoro che introduce un tema ricorrente nella ricerca di Berkovitz: il valore di ciò che resta ai margini e la possibilità di riconoscere dignità anche a ciò che appare residuale.
Pur senza dichiarati riferimenti diretti, le opere esposte dialogano con alcune delle esperienze che hanno attraversato il Novecento, dalla riflessione sullo spazio alle pratiche che hanno trasformato la superficie dell'opera in luogo mentale e simbolico. Le architetture di carta costruite da Berkovitz sembrano infatti appartenere a una dimensione intermedia, sospesa tra oggetto e ambiente, tra presenza fisica e immaginazione.
Opere da guardare, lasciando che siano la luce e le ombre e i vuoti a suggerire nuove letture.
Il titolo prende forma da ἰοίην, espressione greca traducibile come “che io possa andare oltre”, e introduce uno dei temi centrali del lavoro dell'artista: il desiderio di attraversare il limite. Non si tratta però di una tensione verso l'evasione o l'altrove inteso come fuga dal reale. Al contrario, Berkovitz sembra interrogare la possibilità di guardare ciò che è vicino da una prospettiva diversa, aprendo varchi percettivi all'interno della materia stessa.
Carta, dime e cutter costituiscono gli strumenti essenziali del suo processo. Un vocabolario ridotto al minimo, quasi ascetico, dal quale nascono opere che superano la dimensione bidimensionale per trasformarsi in strutture attraversate dalla luce e dall'ombra. Il taglio non è mai un gesto distruttivo: è una soglia. Le superfici si piegano, si aprono, si sollevano, generando spazi inattesi che invitano l'osservatore a rallentare e a sostare sul dettaglio.
La mostra presenta in particolare alcuni lavori delle serie Divaricazioni del Bianco Venezia e Divaricazioni dell'Oro Venezia. Qui il bianco e l'oro non assumono una funzione decorativa ma diventano elementi capaci di amplificare la percezione dello spazio. Il bianco richiama una dimensione fragile e sospesa, mentre l'oro cattura e riflette la luce, accentuando la profondità delle aperture create nella carta. Ciò che appare inizialmente come una superficie uniforme rivela progressivamente stratificazioni, ombre, ossidazioni e dettagli che chiedono di essere esplorati con attenzione.
Nel testo che accompagna l'esposizione, Giovanni Gardini sottolinea come il lavoro di Berkovitz sia animato dalla convinzione che esista sempre una possibilità ulteriore, una realtà che si manifesta solo a chi è disposto a soffermarsi e osservare. Una riflessione che trova riscontro nella natura stessa delle opere, costruite attraverso un equilibrio costante tra controllo e rischio. Ogni incisione richiede precisione assoluta; ogni errore sarebbe irreversibile.
Particolarmente significativa è l'opera Anime salve, nella quale l'artista concentra l'attenzione sugli scarti del processo creativo. Le sottili strisce di carta normalmente destinate a essere eliminate diventano qui protagoniste della composizione, assumendo la forma di una presenza leggera e dinamica. È un lavoro che introduce un tema ricorrente nella ricerca di Berkovitz: il valore di ciò che resta ai margini e la possibilità di riconoscere dignità anche a ciò che appare residuale.
Pur senza dichiarati riferimenti diretti, le opere esposte dialogano con alcune delle esperienze che hanno attraversato il Novecento, dalla riflessione sullo spazio alle pratiche che hanno trasformato la superficie dell'opera in luogo mentale e simbolico. Le architetture di carta costruite da Berkovitz sembrano infatti appartenere a una dimensione intermedia, sospesa tra oggetto e ambiente, tra presenza fisica e immaginazione.
Opere da guardare, lasciando che siano la luce e le ombre e i vuoti a suggerire nuove letture.
30
maggio 2026
David Berkovitz – Iοίην – Che io possa andare
Dal 30 maggio al 30 giugno 2026
arte contemporanea
personale
personale
Location
Blue Gallery
Venezia, Sestiere Dorsoduro, 3061, (VE)
Venezia, Sestiere Dorsoduro, 3061, (VE)
Orario di apertura
da martedì a domenica ore 11-13 e 15-19
Sito web
Ufficio stampa
Cristina Gatti - Press & P.R. - Venezia
Autore
Curatore
Autore testo critico
Progetto grafico





