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Agata Sand / Laura Vedovati – Finissage IN LIMINE. Elogio degli spazi marginali
Le opere di Agata Sand e Laura Vedovati in dialogo con i poeti Gianluca Alberti e Franco Casadei, liriche lette da Anna Tomassini e Flaviano Buono, con il commento sonoro del Maiko duo (arpa celtica e violino); alle 19 finissage presso il Caffè della Malatestiana con aperitivo musicale.
Comunicato stampa
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ELOGIO DEGLI SPAZI MARGINALI
IN LIMINE Elogio degli spazi marginali propone una meditazione concettuale e sensoriale, attraverso opere materiche, visuali e tattili, sonorità e spazialità, sul significato culturale e psicologico generato dalla presenza di luoghi liminari nel contesto urbano e nel paesaggio peri-urbano e insieme sul valore eco-sistemico della loro esistenza per l’intero pianeta.
Le artiste, Agata Sand, siciliana e Laura Vedovati, umbra, elaborano il paesaggio interiorizzato delle regioni di provenienza, quello etneo per Sand e quello folignate per Vedovati, riflettendo sulla genesi e distruzione del cosiddetto 'primo paesaggio', quello delle origini, sulla sua trasformazione ‘sacrificale’ ad opera dell’intervento umano (paesaggio antropizzato), e sulla resilienza dimostrata dagli organismi biologici di innumerevoli specie che, ai margini e all’interno del processo di appropriazione e trasformazione, perpetuano la loro esistenza, in aree incolte, abbandonate, perimetriche o residuali.
Le due artiste costruiscono un percorso ascensionale di transizione spazio-temporale e di trasmutazione simbolica, passandosi il testimone in una risalita metaforica dall' 'INCIPIT' originario della materia e dagli oscuri scenari di una mitica era geologica a quelli illuminati, dalle nitide e terse geometrie, di ragione, coscienza e trascendenza.
Il ciclo evolutivo della materia evocato da Sand nella cripta della Chiesa di Santa Cristina, in Cesena, con sei tableaux realizzati in cenere vulcanica, roccia lavica ed elementi botanici del territorio etneo, declina le tematiche apocalittiche di caos, distruzione, morte e rinascita.
La flora spontanea è protagonista del dramma inscenato; distruzione e sopravvivenza i poli drammatici dell’azione visuale, tattile, sonora e spazio temporale. La resistenza alla minaccia delle forze ctonie e telluriche, da parte delle specie botaniche protagoniste delle opere, veicola l’idea che distruzione e creazione siano parte di uno stesso processo e che, analogamente, il percorso esistenziale di noi umani sia segnato da cicli evolutivi marcati da traumi generativi, dalla lotta con le proprie parti oscure, dalla familiarità con le ombre della paura e della morte, reale o simbolica, dalla violenza delle forze pulsionali che ci abitano.
L’installazione centrale 'IL QUADRIVIO DELLA RESISTENZA', vulcano stilizzato sugli assi ortogonali di una croce greca il cui intersecarsi spalanca la bocca infuocata di 'FLUXUS', insieme allo spazio architettonico della cripta stessa, con la sua storia di rifugio bellico, cosparsa di ossari e lapidi e percorsa da camminamenti segreti, funziona da dispositivo generatore di valori semiotici lugubri e iniziatici insieme, che permeano l'atmosfera catacombale, corroborata dalla dimensione acustica quasi sovrannaturale. Qui Sand traccia il suo personale percorso di integrazione degli elementi grezzi, indicibili e spaventosi racchiusi nell'inconscio individuale e collettivo.
La sopportazione dignitosa e accomodante del Papiro del Simeto che si piega alla sorte in ‘GAMAN’, la pazienza e la ferma accettazione del Ficodindia in ‘VARCO’, schiudono il limen tra la condizione ineluttabile di finitudine, inermità, impotenza, dolore e morte, violenza e sopraffazione, costitutivi dell'umana esistenza e del processo stesso della vita, generando un’esperienza trasformativa di consapevolezza profonda, un passaggio evolutivo di significato soteriologico, contrassegnato da Rigenerazione spirituale.
Sand ammonisce sugli equilibri instabili e delicati della vita, inscenando anche l’idea contemporanea di catastrofe ambientale, esemplificata in 'CONFLITTO' dal nefasto squilibrio generato dall’intervento umano sulla flora autoctona etnea, a rischio d’estinzione per l’introduzione innaturale di una specie infestante resistentissima quale l’Ailanto, la cui tirannia ecologica allude, velatamente, ai processi di dominio economico - culturale globali che minacciano l’identità originaria e la tradizione etnografica dei singoli luoghi.
La suggestione della possibile trasformabilità di ogni condizione nel suo contrario, annunciata in ‘VARCO’ col punto di fuga luminoso, ha in ‘CHAOS’ il suo compimento: si transita dal buio della cripta verso la luce degli spazi superiori. Qui le armoniose linee della neoclassica Chiesa di Santa Cristina stemperano definitivamente le emozioni cupe della cripta.
L’ambiente circolare e chiaro della Cella o Rotonda (equivalente alla navata centrale delle strutture a pianta longitudinale) in cui si iscrive in perfetta centratura e simmetria il lavoro di Vedovati è lo spazio simbolico che rappresenta cromaticamente e geometricamente la speranza di una Resurrezione.
Vedovati mette qui in scena, proprio sotto l’oculo centrale che sormonta la cupola semisferica e schiude alla volta celeste e alla luce solare (limen simbolico di un oltreumano ultraterreno) il “sacrificio del paesaggio”, celebrato su un’ara pagana, elevata con sacchi di cemento al centro di un tappeto orbicolare che rappresenta graficamente il paesaggio umbro ed insieme, simbolicamente, l’orbe terrestre.
‘UBI’ evoca l’immagine di un grande scudo effigiato. Il paesaggio, creatura vivente, Flora in primis, è certamente scudo protettivo del Pianeta, primo laboratorio chimico di trasformazione dell’inorganico in organico, depositario delle risorse che danno avvio alla catena alimentare, ma anche scudo protettivo dell’Umano, in senso antropologico e culturale, in quanto custode degli elementi identitari che intrecciano la relazione tra sistemi antropici e territorio di appartenenza (cultura materiale, tradizione enogastronomica, espressioni artistiche..), nonché dei valori poetici e animici che legano ciascuno alla spazialità geografica, ovvero il modo individuale e personalissimo di percepire interiormente e abitare il proprio lembo di mondo.
MATRICE, il tableau, bianco a basso rilievo in pasta cementizia, argilla, colle e materiale organico, composto da quattro sub-unità, rappresenta in modo non drammatico il graduale processo di ‘esfoliazione’ del paesaggio naturale, il suo depauperamento a fronte dei processi di antropizzazione, l’avanzare progressivo dell’espansione urbana e, insieme, degli elementi fondativi e organizzativi del paesaggio agrario umbro, caratterizzato dalla coltura delle graminacee (Poaceae).
Qui, la scansione reticolare intrecciata a cardo e decumano degli assi che disegnano il pannello con maglia quadrata, simboli storici della organizzazione viaria del primo sviluppo urbano e della griglia ortogonale di canalizzazioni e fossi, fondativa della centuriazione rurale, suggeriscono un ordine armonico e razionale specularmente ai cassettoni della cupola che sormonta l’installazione: è l’aspirazione ad una ‘geografia felice’, il sogno di un equilibrio possibile tra creazione umana e legge naturale, il connubio armonico tra microcosmo terreno e macrocosmo universale.
La narrazione del tableau di Vedovati si fa però mossa e inquieta: procedendo nella lettura visuale e tattile da sinistra a destra l’ordine simbolico si frange in una texture a scaglie che evoca un processo di desquamazione aggressivo, quasi a intendere il paesaggio quale organo sensibile, traspirante, di contatto, appartenente alla creatura vivente che è l’intero ecosistema planetario, personificato in Gaia.
Il paesaggio è l’epidermide di Gaia, deputato a segnalarne lo stato di salute e la bellezza. La massiccia ‘esfoliazione’ subita dopo il grande sviluppo economico e urbanistico avviato nel secondo dopoguerra lo ha reso residuale, castigandolo tra le maglie degli agglomerati cementizi e delle infrastrutture. È il 'terzo paesaggio' di Gilles Clément, spazio non progettato, non addomesticato, tralasciato ai margini per incuria, abbandonato per il nuovo, inselvatichito, popolato da erbe selvagge, arbusti, bestiole, bisce, insetti.. Archivio vivente di biodiversità, depositario e custode del patrimonio genetico originario del territorio, garante di una relazione non alienata tra Umano e Naturale, memoria della matrice unitaria all’origine del rapporto tra civiltà e pianeta, fatta di identità biologica ed etnografica insieme.
Il richiamo architettonico al Pantheon, tempio romano fondato nel 27 a.c. dal genero di Augusto, a cui si rifà il Valadier progettando Santa Cristina, evoca il culto della preellenica Dea Cibele a cui fu dedicato: antica e potente divinità anatolica della natura, della fertilità, degli animali, venerata anche a Roma come Magna Mater, madre di tutti gli dei; simboleggiava la forza creatrice e distruttrice della natura selvaggia.
Con altro nome, Gaia, dal greco Ghé Terra, nata dopo Chaos e prima di Eros, generatrice partenogenetica del cielo del mare e delle montagne.
La leggendaria storia di Santa Cristina, martire cristiana vissuta a Bolsena fra il III e IV secolo durante le persecuzioni di Diocleziano a cui invece è dedicata la Chiesa cesenate fatta costruire nel XIX secolo da Papa Pio VII, é una prodigiosa narrazione sulla forza di resilienza dovuta alla fede: si narra che la giovane sottoposta a supplizi terribili: graticola, olio bollente, serpenti e buttata nel lago di Bolsena legata ad un masso, si riavesse ogni volta senza che i persecutori riuscissero ad aver ragione di lei.
Sotto l’egida propiziatoria di due icone femminili così potenti, IN LIMINE è quindi anche un omaggio alla forza e alla potenza incommensurabile della Natura, della Vita, del Femminino, e un monito per la comunità umana: ci ricorda che ogni equilibrio biologico, personale, sociale, è dinamico, transitorio, reversibile, delicato e soggetto ad entropia e ad altre forze di sistema non sempre governabili e prevedibili: può essere presidiato riconoscendone e indirizzandone per quanto possibile il potenziale trasformativo ma senza certezze: solo la forza di resistenza alle condizioni avverse, la plasticità adattiva dei sistemi, e l’accettazione infine degli esiti, può dare nuovo slancio e creare le premesse del processo di palingenesi, che sia la Rigenerazione di un territorio ad opera delle specie selvatiche, la Rinascita della vita dopo una catastrofe planetaria, il Rinnovamento profondo e radicale di una struttura politica o sociale, o la Trasformazione personale nel percorso iniziatico di evoluzione spirituale.
CONTESTI GEOGRAFIE E GENEALOGIE ARTISTICHE
Agata Sand e Laura Vedovati pur con linguaggi artistici così distanti e provenienti da diverse genealogie artistiche si sono trovate in perfetta armonia e coerenza dentro lo stesso impianto simbolico, pervaso di un ecologismo non illustrativo ma sostanziale, leggibile anche in chiave archetipica e psicoanalitica e l’ architettura che le ospita, la Chiesa di Santa Cristina, con le caratteristiche luminosità, sonorità, ornamentazione, differenziate tra piano infero della cripta e piano supero della rotonda, veste in modo sartoriale il lavoro dell’una e dell’altra, generando una drammaturgia spaziale, ascensionale, circolare, chiaramente leggibile.
Il lavoro di entrambe ha un forte ancoraggio alle linee della ricerca artistica contemporanea e novecentesca.
L’utilizzo di materiali primari, non addomesticati — cenere vulcanica, roccia lavica, elementi botanici rigorosamente provenienti dal territorio etneo (papiri del Simeto, pale di ficodindia, steli di erbacee disseccati) — inscrive la ricerca di Sand nella tradizione postbellica della materia inaugurata dall’Arte Povera, dove la sostanza naturale non è medium neutro ma organismo energetico, memoria geologica e dispositivo trasformativo.
La base di tutti i tableaux costituta da supporti di recupero e scarto, spesso cartoni da packaging o tavole di risulta, rifiuti o resti di cantiere, è lavorata in stratificazioni materiche con aggiunte di pigmenti e il richiamo ai processi di trasformazione naturale che sono alla base delle opere di Agata suggeriscono certamente un radicamento della sua arte nella teorizzazione avviata da Germano Celant nel 1967, con la sua predilezione dei materiali umili e naturali, tuttavia, su questa base, Sand, che oltretutto ha una solida competenza tecnico professionale come ingegnere edile, esperta di energie rinnovabili, instaura anche un dialogo fecondo tra Naturalità e Artificio con la mise en place contrappuntistica di soluzioni ipertecnologiche come dimostra la grande installazione IL QUADRIVIO DELLA RESILIENZA con il dispositivo centrale, FLUXUS, un ologramma infuocato che come la camera magmatica di un vulcano rappresenta il ‘crogiuolo della trasformazione’, anima di ogni processualità che caratterizza il fluire della Vita e dell’ Energia.
Sul piano visivo e concettuale i riferimenti artistici più pertinenti per Sand sembrerebbero gli autori del così detto NEOESPRESSIONISMO MATERICO TEDESCO degli anni ‘70 e ‘80. La cenere, la stratificazione materica ma anche il senso di rovina del paesaggio, la memoria tellurica del trauma, evocata dalla ‘croce’dei quattro pannelli inclinati a creare il cono di un metaforico vulcano di circa 5 metri di diametro, richiama la monumentalità simbolica ed entropica e la grandiosità delle opere di alcuni autori di quel movimento in cui si incontrano i temi del degrado, della dissoluzione, del disordine: il titolo CHAOS, dell’opera celata al primo sguardo del visitatore nella cripta piccola, ne è conferma. Allo stesso modo di alcuni dei più originali autori di quella corrente, Sand propone opere meditate e dense di temi filosofici, mistici, archetipici: CHAOS nel piccolo antro circolare, come in utero di femmina o nel grembo fecondo della Terra, celebra il seme segreto incubato dentro ogni processo degenerativo, pronto a germogliare di vita nuova non appena le condizioni lo permettano: la speranza di Rigenerazione/Resurrezione permea quindi il suo lavoro. Combustione, cenere e sedimentazione divengono linguaggi di una memoria arcaica e postuma insieme. A differenza dei Neuen Wilden la materia è però lavorata e composta con gentilezza pittorica (prevale il dripping e l’accostamento dei materiali organici), senza la brutalità dei gesti enfatici che caratterizzava quel movimento.
Il lavoro qui proposto da Sand, al crocevia tra pittura, scultura e installazione, per la dimensione mitica, sacra e ancestrale e la visionarietà legata alla terra alla natura e alla morte può essere accostato anche alla TRANSAVANGUARDIA ITALIANA.
Il rapporto materia/corpo/lesione/rigenerazione riporta anche all’INFORMALE MATERICO di Burri, alle sue combustioni, alle ferite della materia, alle sue superfici traumatizzate...
Tuttavia il focus del lavoro di Agata Sand e la sua attualità e contemporaneità è la sensibilità eco–geologica che in certo qual modo rimanda anche alla LAND ART e alla EARTH ART per la scala non antropocentrica in cui è declinato, dalla cosmogonia universale alla cosmologia terrestre, e tuttavia, non essendo site specific come quelle, può iscriversi ancor meglio nell’ambito delle più recenti pratiche di ECO ART CONTEMPORANEA o ARTE ECOLOGICA in cui protagonista assoluto è il PAESAGGIO inteso non come rappresentazione contemplativa ma come sistema vivente attraversato da conflitti biologici, climatici e antropici.
E’ questo il punto d’innesto in cui la ricerca di Laura Vedovati, pur usando linguaggi espressivi distanti e provenienti da diversa genealogia artistica, incontra in modo complementare e perfettamente armonioso il lavoro di Sand, emblematicamente sancito dal posizionamento, proprio al centro dello spazio fisico della chiesa, di UBI, la rappresentazione grafica del nativo territorio umbro, di cui ricrea la storia del processo di antropizzazione, proprio a partire dalla centuriazione romana. Vedovati si collega chiaramente alla tradizione dell’ ASTRAZIONE in particolare al MINIMALISMO ORGANICO con il caratteristico disinteresse alla riproduzione di una realtà visiva esterna e la sua riduzione a forme nuove ed essenziali, spesso ispirate a quelle naturali. UBI rimanda nettamente alla pratica della CARTOGRAFIA ARTISTICA in una chiave decisamente minimalista, riconoscibile nella sottrazione radicale del colore, nell’utilizzo del bianco/nero e nei grafismi stilizzati ed essenziali ascrivibili a questa sensibilità, in dialogo con le superfici modulari di MATRICE che rimandano invece a una sensibilità postminimalista e processuale, in cui struttura geometrica e instabilità organica convivono in tensione continua. Troviamo infatti le caratteristiche modularità e serialità del POSTMINIMALISMO e della PROCESS ART nel grande pannello bianco MATRICE in pasta cementizia che sormonta un supporto ordinatamente costituito da sacchi di colla cementizia per edilizia: operazione che si inserirebbe piuttosto nei canoni del neorealismo materico e dell’arte povera se non fosse che Vedovati, selezionando un prodotto con un packaging bianco e nero, raffinatamente in linea con i grafismi e i cromatismi delle due opere che connette in un'unica installazione, ne dissipa il senso di rozzezza industriale e autenticità materica, per conservarne concettualmente le sole valenze simboliche. La predilezione per materiali poveri ed impasti organici, oltreché nel composto di MATRICE contenente semi di papavero, legni, steli e spighe di graminacea, si conferma nell’allestimento con balle in paglia di grano naturale, poste nello spazio circostante per l’utilizzo da parte degli avventori. Tale allestimento dialoga ed entra a far parte dell’opera e suggerisce un approccio interattivo e partecipativo: Vedovati invita ad entrare nel suo paesaggio umbro, toccandone il grano, sedendo sulle balle, calpestando UBI , esplorando coi polpastrelli MATRICE.
La caratteristica enfasi sulla texture che interpreta la superficie come organismo da approcciare con sensibilità tattile, sono specifiche di questo movimento così come la sperimentazione su forme e materiali, la purezza del materiale, l’integrazione della imperfezione come valore estetico (hand made), la morbidezza e naturalezza delle forme vs la rigidità geometrica del minimalismo delle origini (anni ‘60): aspetti che possono richiamare anche il cosiddetto stile JAPANDI.
In sintesi l’astrattismo di Vedovati ricerca una quiete ed un’essenzialità privilegiando armonia, naturalezza e fluidità rispetto all’impersonalità di rigide geometrie. La griglia ortogonale che struttura il lavoro richiama forse più le pratiche della CARTOGRAFIA CRITICA contemporanea in cui il paesaggio viene letto come costruzione politica, biologica e culturale piuttosto che il freddo geometrismo minimalista delle origini.
Il lavoro artistico proposto con IN LIMINE dalle due artiste può intendersi anche come pratica relazionale sul paesaggio, espressione della tendenza contemporanea alla SITUATED EXPERIENCE ovvero all’incorporazione del proprio territorio di vita come luogo di memorie, trame significative, valori, narrazioni: la piana Umbra tra Foligno Spello e Assisi per Laura e la Provincia di Catania per Agata. Quest’ultima poi enfatizza fortemente tale tendenza con l’uso di materiali provenienti dal vulcano locale (sabbia e lava), con la posta questione dell’Ailanto (Ailanthus altissima), diffuso a danno di specie autoctone come la ginestra dell’Etna (Genista aetnensis, specie arborea diversa da tutte le altre che può giungere a 10 metri di altezza), con l’utilizzo metaforico nelle opere del Ficodindia e del Papiro del Simeto (il principale corso d’acqua della Provincia di Catania) che nella Riserva Forre laviche, così come nel Ciane di Siracusa, costituisce un raro caso di habitat spontaneo. Tutti questi elementi portano nella narrazione artistica un forte senso di identità e memoria geografica. L’esplorazione analitica del rapporto tra antropizzazione, paesaggio agrario e ‘terzo paesaggio’ connette quindi IN LIMINE ai temi alla cosiddetta ARTE AMBIENTALE ITALIANA.
La nozione di “terzo paesaggio” elaborata dal francese Gilles Clément (1943, paesaggista, entomologo, botanico, ingegnere, agronomo, scrittore, insegnante all’École nationale supérieure de paysage de Versailles ) trova in queste opere una traduzione plastica e tattile. IN LIMINE Elogio degli spazi marginali si inscrive entro quella linea della ricerca contemporanea che, superata l’idea moderna di paesaggio come veduta o dominio prospettico, lo riconosce invece come corpo vivente, spazio relazionale e dispositivo ecologico, non più sfondo dell’azione umana, ma organismo tout court, soggetto vulnerabile, agente biologico e archivio di conflitti storici, climatici e culturali.
La mostra può essere letta quindi compiutamente come espressione del MOVIMENTO CONTEMPORANEO di RITORNO AL PAESAGGIO inteso, come incarnazione del trauma della civiltà e come soggetto politico.
Cristina Barducci
IN LIMINE Elogio degli spazi marginali propone una meditazione concettuale e sensoriale, attraverso opere materiche, visuali e tattili, sonorità e spazialità, sul significato culturale e psicologico generato dalla presenza di luoghi liminari nel contesto urbano e nel paesaggio peri-urbano e insieme sul valore eco-sistemico della loro esistenza per l’intero pianeta.
Le artiste, Agata Sand, siciliana e Laura Vedovati, umbra, elaborano il paesaggio interiorizzato delle regioni di provenienza, quello etneo per Sand e quello folignate per Vedovati, riflettendo sulla genesi e distruzione del cosiddetto 'primo paesaggio', quello delle origini, sulla sua trasformazione ‘sacrificale’ ad opera dell’intervento umano (paesaggio antropizzato), e sulla resilienza dimostrata dagli organismi biologici di innumerevoli specie che, ai margini e all’interno del processo di appropriazione e trasformazione, perpetuano la loro esistenza, in aree incolte, abbandonate, perimetriche o residuali.
Le due artiste costruiscono un percorso ascensionale di transizione spazio-temporale e di trasmutazione simbolica, passandosi il testimone in una risalita metaforica dall' 'INCIPIT' originario della materia e dagli oscuri scenari di una mitica era geologica a quelli illuminati, dalle nitide e terse geometrie, di ragione, coscienza e trascendenza.
Il ciclo evolutivo della materia evocato da Sand nella cripta della Chiesa di Santa Cristina, in Cesena, con sei tableaux realizzati in cenere vulcanica, roccia lavica ed elementi botanici del territorio etneo, declina le tematiche apocalittiche di caos, distruzione, morte e rinascita.
La flora spontanea è protagonista del dramma inscenato; distruzione e sopravvivenza i poli drammatici dell’azione visuale, tattile, sonora e spazio temporale. La resistenza alla minaccia delle forze ctonie e telluriche, da parte delle specie botaniche protagoniste delle opere, veicola l’idea che distruzione e creazione siano parte di uno stesso processo e che, analogamente, il percorso esistenziale di noi umani sia segnato da cicli evolutivi marcati da traumi generativi, dalla lotta con le proprie parti oscure, dalla familiarità con le ombre della paura e della morte, reale o simbolica, dalla violenza delle forze pulsionali che ci abitano.
L’installazione centrale 'IL QUADRIVIO DELLA RESISTENZA', vulcano stilizzato sugli assi ortogonali di una croce greca il cui intersecarsi spalanca la bocca infuocata di 'FLUXUS', insieme allo spazio architettonico della cripta stessa, con la sua storia di rifugio bellico, cosparsa di ossari e lapidi e percorsa da camminamenti segreti, funziona da dispositivo generatore di valori semiotici lugubri e iniziatici insieme, che permeano l'atmosfera catacombale, corroborata dalla dimensione acustica quasi sovrannaturale. Qui Sand traccia il suo personale percorso di integrazione degli elementi grezzi, indicibili e spaventosi racchiusi nell'inconscio individuale e collettivo.
La sopportazione dignitosa e accomodante del Papiro del Simeto che si piega alla sorte in ‘GAMAN’, la pazienza e la ferma accettazione del Ficodindia in ‘VARCO’, schiudono il limen tra la condizione ineluttabile di finitudine, inermità, impotenza, dolore e morte, violenza e sopraffazione, costitutivi dell'umana esistenza e del processo stesso della vita, generando un’esperienza trasformativa di consapevolezza profonda, un passaggio evolutivo di significato soteriologico, contrassegnato da Rigenerazione spirituale.
Sand ammonisce sugli equilibri instabili e delicati della vita, inscenando anche l’idea contemporanea di catastrofe ambientale, esemplificata in 'CONFLITTO' dal nefasto squilibrio generato dall’intervento umano sulla flora autoctona etnea, a rischio d’estinzione per l’introduzione innaturale di una specie infestante resistentissima quale l’Ailanto, la cui tirannia ecologica allude, velatamente, ai processi di dominio economico - culturale globali che minacciano l’identità originaria e la tradizione etnografica dei singoli luoghi.
La suggestione della possibile trasformabilità di ogni condizione nel suo contrario, annunciata in ‘VARCO’ col punto di fuga luminoso, ha in ‘CHAOS’ il suo compimento: si transita dal buio della cripta verso la luce degli spazi superiori. Qui le armoniose linee della neoclassica Chiesa di Santa Cristina stemperano definitivamente le emozioni cupe della cripta.
L’ambiente circolare e chiaro della Cella o Rotonda (equivalente alla navata centrale delle strutture a pianta longitudinale) in cui si iscrive in perfetta centratura e simmetria il lavoro di Vedovati è lo spazio simbolico che rappresenta cromaticamente e geometricamente la speranza di una Resurrezione.
Vedovati mette qui in scena, proprio sotto l’oculo centrale che sormonta la cupola semisferica e schiude alla volta celeste e alla luce solare (limen simbolico di un oltreumano ultraterreno) il “sacrificio del paesaggio”, celebrato su un’ara pagana, elevata con sacchi di cemento al centro di un tappeto orbicolare che rappresenta graficamente il paesaggio umbro ed insieme, simbolicamente, l’orbe terrestre.
‘UBI’ evoca l’immagine di un grande scudo effigiato. Il paesaggio, creatura vivente, Flora in primis, è certamente scudo protettivo del Pianeta, primo laboratorio chimico di trasformazione dell’inorganico in organico, depositario delle risorse che danno avvio alla catena alimentare, ma anche scudo protettivo dell’Umano, in senso antropologico e culturale, in quanto custode degli elementi identitari che intrecciano la relazione tra sistemi antropici e territorio di appartenenza (cultura materiale, tradizione enogastronomica, espressioni artistiche..), nonché dei valori poetici e animici che legano ciascuno alla spazialità geografica, ovvero il modo individuale e personalissimo di percepire interiormente e abitare il proprio lembo di mondo.
MATRICE, il tableau, bianco a basso rilievo in pasta cementizia, argilla, colle e materiale organico, composto da quattro sub-unità, rappresenta in modo non drammatico il graduale processo di ‘esfoliazione’ del paesaggio naturale, il suo depauperamento a fronte dei processi di antropizzazione, l’avanzare progressivo dell’espansione urbana e, insieme, degli elementi fondativi e organizzativi del paesaggio agrario umbro, caratterizzato dalla coltura delle graminacee (Poaceae).
Qui, la scansione reticolare intrecciata a cardo e decumano degli assi che disegnano il pannello con maglia quadrata, simboli storici della organizzazione viaria del primo sviluppo urbano e della griglia ortogonale di canalizzazioni e fossi, fondativa della centuriazione rurale, suggeriscono un ordine armonico e razionale specularmente ai cassettoni della cupola che sormonta l’installazione: è l’aspirazione ad una ‘geografia felice’, il sogno di un equilibrio possibile tra creazione umana e legge naturale, il connubio armonico tra microcosmo terreno e macrocosmo universale.
La narrazione del tableau di Vedovati si fa però mossa e inquieta: procedendo nella lettura visuale e tattile da sinistra a destra l’ordine simbolico si frange in una texture a scaglie che evoca un processo di desquamazione aggressivo, quasi a intendere il paesaggio quale organo sensibile, traspirante, di contatto, appartenente alla creatura vivente che è l’intero ecosistema planetario, personificato in Gaia.
Il paesaggio è l’epidermide di Gaia, deputato a segnalarne lo stato di salute e la bellezza. La massiccia ‘esfoliazione’ subita dopo il grande sviluppo economico e urbanistico avviato nel secondo dopoguerra lo ha reso residuale, castigandolo tra le maglie degli agglomerati cementizi e delle infrastrutture. È il 'terzo paesaggio' di Gilles Clément, spazio non progettato, non addomesticato, tralasciato ai margini per incuria, abbandonato per il nuovo, inselvatichito, popolato da erbe selvagge, arbusti, bestiole, bisce, insetti.. Archivio vivente di biodiversità, depositario e custode del patrimonio genetico originario del territorio, garante di una relazione non alienata tra Umano e Naturale, memoria della matrice unitaria all’origine del rapporto tra civiltà e pianeta, fatta di identità biologica ed etnografica insieme.
Il richiamo architettonico al Pantheon, tempio romano fondato nel 27 a.c. dal genero di Augusto, a cui si rifà il Valadier progettando Santa Cristina, evoca il culto della preellenica Dea Cibele a cui fu dedicato: antica e potente divinità anatolica della natura, della fertilità, degli animali, venerata anche a Roma come Magna Mater, madre di tutti gli dei; simboleggiava la forza creatrice e distruttrice della natura selvaggia.
Con altro nome, Gaia, dal greco Ghé Terra, nata dopo Chaos e prima di Eros, generatrice partenogenetica del cielo del mare e delle montagne.
La leggendaria storia di Santa Cristina, martire cristiana vissuta a Bolsena fra il III e IV secolo durante le persecuzioni di Diocleziano a cui invece è dedicata la Chiesa cesenate fatta costruire nel XIX secolo da Papa Pio VII, é una prodigiosa narrazione sulla forza di resilienza dovuta alla fede: si narra che la giovane sottoposta a supplizi terribili: graticola, olio bollente, serpenti e buttata nel lago di Bolsena legata ad un masso, si riavesse ogni volta senza che i persecutori riuscissero ad aver ragione di lei.
Sotto l’egida propiziatoria di due icone femminili così potenti, IN LIMINE è quindi anche un omaggio alla forza e alla potenza incommensurabile della Natura, della Vita, del Femminino, e un monito per la comunità umana: ci ricorda che ogni equilibrio biologico, personale, sociale, è dinamico, transitorio, reversibile, delicato e soggetto ad entropia e ad altre forze di sistema non sempre governabili e prevedibili: può essere presidiato riconoscendone e indirizzandone per quanto possibile il potenziale trasformativo ma senza certezze: solo la forza di resistenza alle condizioni avverse, la plasticità adattiva dei sistemi, e l’accettazione infine degli esiti, può dare nuovo slancio e creare le premesse del processo di palingenesi, che sia la Rigenerazione di un territorio ad opera delle specie selvatiche, la Rinascita della vita dopo una catastrofe planetaria, il Rinnovamento profondo e radicale di una struttura politica o sociale, o la Trasformazione personale nel percorso iniziatico di evoluzione spirituale.
CONTESTI GEOGRAFIE E GENEALOGIE ARTISTICHE
Agata Sand e Laura Vedovati pur con linguaggi artistici così distanti e provenienti da diverse genealogie artistiche si sono trovate in perfetta armonia e coerenza dentro lo stesso impianto simbolico, pervaso di un ecologismo non illustrativo ma sostanziale, leggibile anche in chiave archetipica e psicoanalitica e l’ architettura che le ospita, la Chiesa di Santa Cristina, con le caratteristiche luminosità, sonorità, ornamentazione, differenziate tra piano infero della cripta e piano supero della rotonda, veste in modo sartoriale il lavoro dell’una e dell’altra, generando una drammaturgia spaziale, ascensionale, circolare, chiaramente leggibile.
Il lavoro di entrambe ha un forte ancoraggio alle linee della ricerca artistica contemporanea e novecentesca.
L’utilizzo di materiali primari, non addomesticati — cenere vulcanica, roccia lavica, elementi botanici rigorosamente provenienti dal territorio etneo (papiri del Simeto, pale di ficodindia, steli di erbacee disseccati) — inscrive la ricerca di Sand nella tradizione postbellica della materia inaugurata dall’Arte Povera, dove la sostanza naturale non è medium neutro ma organismo energetico, memoria geologica e dispositivo trasformativo.
La base di tutti i tableaux costituta da supporti di recupero e scarto, spesso cartoni da packaging o tavole di risulta, rifiuti o resti di cantiere, è lavorata in stratificazioni materiche con aggiunte di pigmenti e il richiamo ai processi di trasformazione naturale che sono alla base delle opere di Agata suggeriscono certamente un radicamento della sua arte nella teorizzazione avviata da Germano Celant nel 1967, con la sua predilezione dei materiali umili e naturali, tuttavia, su questa base, Sand, che oltretutto ha una solida competenza tecnico professionale come ingegnere edile, esperta di energie rinnovabili, instaura anche un dialogo fecondo tra Naturalità e Artificio con la mise en place contrappuntistica di soluzioni ipertecnologiche come dimostra la grande installazione IL QUADRIVIO DELLA RESILIENZA con il dispositivo centrale, FLUXUS, un ologramma infuocato che come la camera magmatica di un vulcano rappresenta il ‘crogiuolo della trasformazione’, anima di ogni processualità che caratterizza il fluire della Vita e dell’ Energia.
Sul piano visivo e concettuale i riferimenti artistici più pertinenti per Sand sembrerebbero gli autori del così detto NEOESPRESSIONISMO MATERICO TEDESCO degli anni ‘70 e ‘80. La cenere, la stratificazione materica ma anche il senso di rovina del paesaggio, la memoria tellurica del trauma, evocata dalla ‘croce’dei quattro pannelli inclinati a creare il cono di un metaforico vulcano di circa 5 metri di diametro, richiama la monumentalità simbolica ed entropica e la grandiosità delle opere di alcuni autori di quel movimento in cui si incontrano i temi del degrado, della dissoluzione, del disordine: il titolo CHAOS, dell’opera celata al primo sguardo del visitatore nella cripta piccola, ne è conferma. Allo stesso modo di alcuni dei più originali autori di quella corrente, Sand propone opere meditate e dense di temi filosofici, mistici, archetipici: CHAOS nel piccolo antro circolare, come in utero di femmina o nel grembo fecondo della Terra, celebra il seme segreto incubato dentro ogni processo degenerativo, pronto a germogliare di vita nuova non appena le condizioni lo permettano: la speranza di Rigenerazione/Resurrezione permea quindi il suo lavoro. Combustione, cenere e sedimentazione divengono linguaggi di una memoria arcaica e postuma insieme. A differenza dei Neuen Wilden la materia è però lavorata e composta con gentilezza pittorica (prevale il dripping e l’accostamento dei materiali organici), senza la brutalità dei gesti enfatici che caratterizzava quel movimento.
Il lavoro qui proposto da Sand, al crocevia tra pittura, scultura e installazione, per la dimensione mitica, sacra e ancestrale e la visionarietà legata alla terra alla natura e alla morte può essere accostato anche alla TRANSAVANGUARDIA ITALIANA.
Il rapporto materia/corpo/lesione/rigenerazione riporta anche all’INFORMALE MATERICO di Burri, alle sue combustioni, alle ferite della materia, alle sue superfici traumatizzate...
Tuttavia il focus del lavoro di Agata Sand e la sua attualità e contemporaneità è la sensibilità eco–geologica che in certo qual modo rimanda anche alla LAND ART e alla EARTH ART per la scala non antropocentrica in cui è declinato, dalla cosmogonia universale alla cosmologia terrestre, e tuttavia, non essendo site specific come quelle, può iscriversi ancor meglio nell’ambito delle più recenti pratiche di ECO ART CONTEMPORANEA o ARTE ECOLOGICA in cui protagonista assoluto è il PAESAGGIO inteso non come rappresentazione contemplativa ma come sistema vivente attraversato da conflitti biologici, climatici e antropici.
E’ questo il punto d’innesto in cui la ricerca di Laura Vedovati, pur usando linguaggi espressivi distanti e provenienti da diversa genealogia artistica, incontra in modo complementare e perfettamente armonioso il lavoro di Sand, emblematicamente sancito dal posizionamento, proprio al centro dello spazio fisico della chiesa, di UBI, la rappresentazione grafica del nativo territorio umbro, di cui ricrea la storia del processo di antropizzazione, proprio a partire dalla centuriazione romana. Vedovati si collega chiaramente alla tradizione dell’ ASTRAZIONE in particolare al MINIMALISMO ORGANICO con il caratteristico disinteresse alla riproduzione di una realtà visiva esterna e la sua riduzione a forme nuove ed essenziali, spesso ispirate a quelle naturali. UBI rimanda nettamente alla pratica della CARTOGRAFIA ARTISTICA in una chiave decisamente minimalista, riconoscibile nella sottrazione radicale del colore, nell’utilizzo del bianco/nero e nei grafismi stilizzati ed essenziali ascrivibili a questa sensibilità, in dialogo con le superfici modulari di MATRICE che rimandano invece a una sensibilità postminimalista e processuale, in cui struttura geometrica e instabilità organica convivono in tensione continua. Troviamo infatti le caratteristiche modularità e serialità del POSTMINIMALISMO e della PROCESS ART nel grande pannello bianco MATRICE in pasta cementizia che sormonta un supporto ordinatamente costituito da sacchi di colla cementizia per edilizia: operazione che si inserirebbe piuttosto nei canoni del neorealismo materico e dell’arte povera se non fosse che Vedovati, selezionando un prodotto con un packaging bianco e nero, raffinatamente in linea con i grafismi e i cromatismi delle due opere che connette in un'unica installazione, ne dissipa il senso di rozzezza industriale e autenticità materica, per conservarne concettualmente le sole valenze simboliche. La predilezione per materiali poveri ed impasti organici, oltreché nel composto di MATRICE contenente semi di papavero, legni, steli e spighe di graminacea, si conferma nell’allestimento con balle in paglia di grano naturale, poste nello spazio circostante per l’utilizzo da parte degli avventori. Tale allestimento dialoga ed entra a far parte dell’opera e suggerisce un approccio interattivo e partecipativo: Vedovati invita ad entrare nel suo paesaggio umbro, toccandone il grano, sedendo sulle balle, calpestando UBI , esplorando coi polpastrelli MATRICE.
La caratteristica enfasi sulla texture che interpreta la superficie come organismo da approcciare con sensibilità tattile, sono specifiche di questo movimento così come la sperimentazione su forme e materiali, la purezza del materiale, l’integrazione della imperfezione come valore estetico (hand made), la morbidezza e naturalezza delle forme vs la rigidità geometrica del minimalismo delle origini (anni ‘60): aspetti che possono richiamare anche il cosiddetto stile JAPANDI.
In sintesi l’astrattismo di Vedovati ricerca una quiete ed un’essenzialità privilegiando armonia, naturalezza e fluidità rispetto all’impersonalità di rigide geometrie. La griglia ortogonale che struttura il lavoro richiama forse più le pratiche della CARTOGRAFIA CRITICA contemporanea in cui il paesaggio viene letto come costruzione politica, biologica e culturale piuttosto che il freddo geometrismo minimalista delle origini.
Il lavoro artistico proposto con IN LIMINE dalle due artiste può intendersi anche come pratica relazionale sul paesaggio, espressione della tendenza contemporanea alla SITUATED EXPERIENCE ovvero all’incorporazione del proprio territorio di vita come luogo di memorie, trame significative, valori, narrazioni: la piana Umbra tra Foligno Spello e Assisi per Laura e la Provincia di Catania per Agata. Quest’ultima poi enfatizza fortemente tale tendenza con l’uso di materiali provenienti dal vulcano locale (sabbia e lava), con la posta questione dell’Ailanto (Ailanthus altissima), diffuso a danno di specie autoctone come la ginestra dell’Etna (Genista aetnensis, specie arborea diversa da tutte le altre che può giungere a 10 metri di altezza), con l’utilizzo metaforico nelle opere del Ficodindia e del Papiro del Simeto (il principale corso d’acqua della Provincia di Catania) che nella Riserva Forre laviche, così come nel Ciane di Siracusa, costituisce un raro caso di habitat spontaneo. Tutti questi elementi portano nella narrazione artistica un forte senso di identità e memoria geografica. L’esplorazione analitica del rapporto tra antropizzazione, paesaggio agrario e ‘terzo paesaggio’ connette quindi IN LIMINE ai temi alla cosiddetta ARTE AMBIENTALE ITALIANA.
La nozione di “terzo paesaggio” elaborata dal francese Gilles Clément (1943, paesaggista, entomologo, botanico, ingegnere, agronomo, scrittore, insegnante all’École nationale supérieure de paysage de Versailles ) trova in queste opere una traduzione plastica e tattile. IN LIMINE Elogio degli spazi marginali si inscrive entro quella linea della ricerca contemporanea che, superata l’idea moderna di paesaggio come veduta o dominio prospettico, lo riconosce invece come corpo vivente, spazio relazionale e dispositivo ecologico, non più sfondo dell’azione umana, ma organismo tout court, soggetto vulnerabile, agente biologico e archivio di conflitti storici, climatici e culturali.
La mostra può essere letta quindi compiutamente come espressione del MOVIMENTO CONTEMPORANEO di RITORNO AL PAESAGGIO inteso, come incarnazione del trauma della civiltà e come soggetto politico.
Cristina Barducci
27
giugno 2026
Agata Sand / Laura Vedovati – Finissage IN LIMINE. Elogio degli spazi marginali
27 giugno 2026
arte contemporanea
Location
Chiesa di Santa Cristina – Cesena
Cesena, Via Contrada Chiaramonti, 92, (FC)
Cesena, Via Contrada Chiaramonti, 92, (FC)
Orario di apertura
Matinée ore 10-12
Finissage ore 19
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