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Mario Lanzione – Astrazione … e tangibilità nell’arte
Di fronte alle opere di Mario Lanzione è la mente ad essere sollecitata da pensieri affabulanti, inebrianti, eccitanti, mentre il corpo diviene pervaso da fremiti energetici.
Comunicato stampa
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Succede spesso, anche se non di frequente, che un gruppo di artisti si unisca nella condivisione di stili, di tecniche esecutive e di linguaggi espressivi, spesso di elevatissimo spessore culturale, per impiantare trame concettuali innovative e rinnovate con il conclamato scopo di spostare l’attenzione dell’intero mondo dell’arte su scenari propositivi e sconosciuti .
L’astrattismo, l’informalità, la concettualità e tutto ciò che tenta di reinterpretare lo spazio, sia nella dimensione intellettuale, sia nella effettiva materialità delle cose, non solo dal punto di vista di una dialettica razionale, ma anche e soprattutto da quello della pratica di una estrema irrazionalità dell’ immaginazione, supportano senza riserva l’idea di trascendere la forma e la figurazione conclamata. Una risoluta esplorazione sensoriale, dunque, delle infinite possibilità insite nella realtà “effettiva”, in quella “virtuale” e non ultima di quella “aumentata”, nella quale il surplus di informazioni e di stimoli si legano in un gioco percettivo fino a quel momento inaspettato o limitante.
In fin dei conti se vogliamo, questa è sempre stata una delle radici del pensiero artistico, secondo la quale è proprio nell’esplorazione, nella ricerca, nella conquista e nella affermazione del “sé” che si realizza il valore trasceso, ma anche quello immanente dell’essere in quanto unità presente e proponente della vita.
Appare evidente come nella psico-pedagogia il processo di astrazione, spesso individuato come fase simbolica, giochi un ruolo fondamentale nella formazione del paradigma piagetiano della conoscenza, unitamente alla manipolazione della concretezza delle cose e alla loro rappresentazione iconica, secondo dinamiche sicuramente complesse, per affrancare l’io pensante dalla realtà che lo ospita e riaffermare ogni volta la propria individualità esistenziale. È quindi nella capacità di astrazione che ogni individuo modella non solo il proprio sapere, ma anche di rimando tutti i comportamenti che pone in atto nei processi delegati alla sopravvivenza.
In questa affermazione, se pur con i limiti e le eccezioni che ne conseguono, possiamo cogliere tutto il senso della capacità che ognuno di noi ha di plasmare coscientemente o no il proprio essere e la realtà circostante, attraverso un esplorazione sensoriale effettiva o con la sola potenzialità dell’immaginazione.
Naturalmente alla base di tutto c’è il cogito ero sum che inevitabilmente, insieme alle innumerevoli vicissitudini intellettuali della mente, apre lo spirito non solo alla costruzione e alla concettualizzazione del sapere, ma anche alla operatività e alla efficienza funzionale di ciò che ne consegue.
Sicuramente c’è da chiedersi se l’arte, in quanto diretta emanazione del pensiero, sia immune o no da tutto questo. Se sia solo espressione di una innata creatività recondita o conclamata, o se invece, come è inevitabile che sia, rappresenti l’humus energetico contenuto proprio nelle stratificazioni più astratte della nostra soggettività.
Molto si è discusso sulla nascita dell’ ”Astrattismo” nell’arte, sul come si sia evoluto, e soprattutto sulle modalità della sua pratica e sulle finalità, sia sul piano razionale, sia su quello della pura dialettica formale.
Non stupisce come ai suoi albori - per altro non del tutto conclamati - nella sua connotazione di “non reale”, esso abbia assunto come propria l’idea di esplorare, in modo più o meno cosciente, dimensioni proiettate prima su connotazioni sicuramente decorative, poi sullo studio della forma sempre più connessa a “cose reali”, per evidenziarne aspetti essenziali legati di certo alla sensibilità percettiva e quindi alla conoscenza.
Da questo punto di vista tutte le opere prodotte negli anni d’oro dell’astrattismo, conservano sempre una dimensione reale, anche se trascesa nella rielaborazione di forme, colori e volumi.
Potremmo dire che in questo momento storico si assiste ad una fusione particolarmente interessante tra la fase iconica, quella che tende a rappresentare la realtà, per individuarla, denotarla, connotarla e per tentare collocarla in categorie selettive, per altro infinite, e quella simbolica. Quella di fatto astratta, che, in una vanificazione trascesa, vede divenire l’oggetto come portatore d’intense significazioni, in una dimensione spesso reinventata, capace comunque e sempre di restituire tutte le informazioni ad esso connesse.
I processi artistici successivi, si muovono invece su binari diversi che preludono inequivocabilmente all’ astrattismo vero, assoluto, compiuto in tutte le sue parti: quello che si affranca dalla realtà conclamata e differenziata dall’artista, per entrare nei meandri più reconditi dell’artista stesso e procedere ad una esplorazione di un mondo in cui egli non è più estraneo, alieno, distaccato e distinto, ma nel quale è elemento appartenente, percependone i caratteri come suoi e non di altri.
Un vero e proprio soggetto-oggetto che propone azioni e ne subisce gli effetti, come se il gioco di riflessione non finisse mai ed in cui tutto si fonde con il tutto.
Mario Lanzione presenta una perfetta sintonia con tale visione dell’arte e, se vogliamo, del senso profondo della vita, in cui l’esplorazione sensoriale dalla realtà “reale”, si sposta verso scenari decisamente irreali dove le commistioni di colori forme e volumi, in tutte le loro connotazioni possibili, divengono elementi prospettici per un’analisi, e quindi per indizi di conoscenza, che si affacciano sulla interiorità dell’anima, migrando in essa e rovistando tra tutto ciò che nasce dentro la fertilità dell’immanenza.
Si proprio dell'immanenza, perché nelle opere del nostro artista, si assiste alla commistione perenne di idealità atomiche, di organizzazioni molecolari dialettiche, di stringhe fisiche e concettuali per una fusione tra razionalità e irrazionalità, tra materialità e antimaterialità, tra spiritualità e tutto quello che esondando dall’anima finisce per collocarsi in zone buie, come l’angelo ribelle che si nasconde nella sfacciataggine e nell’oblio.
È ovvio che in questo contesto il gesto artistico diviene pura invenzione e l’astrazione il pretesto per dare ad essa una connotazione fisica - quindi reale se vogliamo - che viene comunicata attraverso immagini, comunque sensorialmente percettibili, nate e coltivate dove nulla è concreto, e che finiscono per fluire dalla mano di un artista come Lanzione, con il preciso scopo di rendere merito a tutta una interiorità celata, nascosta e gelosamente conservata nello scrigno della coscienza.
Carte, veline, colori, rimandi materici, linee geometriche impercettibili; tutto diviene forma e consistenza sotto il gesto sapiente dell’artista. Commistioni stilistiche d’indiscusso effetto percettivo si mescolano e si saldano sugli spazi rappresentativi come fossero balocchi dell’anima capaci di rendere emozioni e di evocare scenari dialettici profondi ed inaspettati, sempre alla luce di una perenne esegesi sapienziale, concettuale, ipotetica, astratta e creativa.
Non c’è nulla che non finisca per fondersi in essi. L’anima con la carnalità, la mente con il cuore, l’istinto con la ragione e le linee immaginarie della mente con la concretezza dell’azione artistica. Anche i colori della gioia finiscono per confondersi con l’oscurità degli elementi bui ed inquietanti della sofferenza creativa.
Di fronte alle opere di Mario Lanzione è la mente ad essere sollecitata da pensieri affabulanti, inebrianti, eccitanti, mentre il corpo diviene pervaso da fremiti energetici. Lo si sente dal cuore che aumenta e rallenta, quando modula il suo battito sulla percezione dei sensi e sulla esaltazione delle emotività intellettuali.
Reazioni che il corpo mette in atto davanti ad immagini che se da un lato negano con assoluta evidenza la rappresentazione della realtà in quanto tale, dall’altro aprono scenari conoscitivi, percettivi e tangibili propri di quella immaterialità che in Lanzione diviene modello di riferimento per navigare attraverso rotte del pensiero sicuramente nuove, incontaminate, sempre tese alla ricerca fantastica del sé e di sé.
Guido Buffoni
Perugia 12 marzo 2017
L’astrattismo, l’informalità, la concettualità e tutto ciò che tenta di reinterpretare lo spazio, sia nella dimensione intellettuale, sia nella effettiva materialità delle cose, non solo dal punto di vista di una dialettica razionale, ma anche e soprattutto da quello della pratica di una estrema irrazionalità dell’ immaginazione, supportano senza riserva l’idea di trascendere la forma e la figurazione conclamata. Una risoluta esplorazione sensoriale, dunque, delle infinite possibilità insite nella realtà “effettiva”, in quella “virtuale” e non ultima di quella “aumentata”, nella quale il surplus di informazioni e di stimoli si legano in un gioco percettivo fino a quel momento inaspettato o limitante.
In fin dei conti se vogliamo, questa è sempre stata una delle radici del pensiero artistico, secondo la quale è proprio nell’esplorazione, nella ricerca, nella conquista e nella affermazione del “sé” che si realizza il valore trasceso, ma anche quello immanente dell’essere in quanto unità presente e proponente della vita.
Appare evidente come nella psico-pedagogia il processo di astrazione, spesso individuato come fase simbolica, giochi un ruolo fondamentale nella formazione del paradigma piagetiano della conoscenza, unitamente alla manipolazione della concretezza delle cose e alla loro rappresentazione iconica, secondo dinamiche sicuramente complesse, per affrancare l’io pensante dalla realtà che lo ospita e riaffermare ogni volta la propria individualità esistenziale. È quindi nella capacità di astrazione che ogni individuo modella non solo il proprio sapere, ma anche di rimando tutti i comportamenti che pone in atto nei processi delegati alla sopravvivenza.
In questa affermazione, se pur con i limiti e le eccezioni che ne conseguono, possiamo cogliere tutto il senso della capacità che ognuno di noi ha di plasmare coscientemente o no il proprio essere e la realtà circostante, attraverso un esplorazione sensoriale effettiva o con la sola potenzialità dell’immaginazione.
Naturalmente alla base di tutto c’è il cogito ero sum che inevitabilmente, insieme alle innumerevoli vicissitudini intellettuali della mente, apre lo spirito non solo alla costruzione e alla concettualizzazione del sapere, ma anche alla operatività e alla efficienza funzionale di ciò che ne consegue.
Sicuramente c’è da chiedersi se l’arte, in quanto diretta emanazione del pensiero, sia immune o no da tutto questo. Se sia solo espressione di una innata creatività recondita o conclamata, o se invece, come è inevitabile che sia, rappresenti l’humus energetico contenuto proprio nelle stratificazioni più astratte della nostra soggettività.
Molto si è discusso sulla nascita dell’ ”Astrattismo” nell’arte, sul come si sia evoluto, e soprattutto sulle modalità della sua pratica e sulle finalità, sia sul piano razionale, sia su quello della pura dialettica formale.
Non stupisce come ai suoi albori - per altro non del tutto conclamati - nella sua connotazione di “non reale”, esso abbia assunto come propria l’idea di esplorare, in modo più o meno cosciente, dimensioni proiettate prima su connotazioni sicuramente decorative, poi sullo studio della forma sempre più connessa a “cose reali”, per evidenziarne aspetti essenziali legati di certo alla sensibilità percettiva e quindi alla conoscenza.
Da questo punto di vista tutte le opere prodotte negli anni d’oro dell’astrattismo, conservano sempre una dimensione reale, anche se trascesa nella rielaborazione di forme, colori e volumi.
Potremmo dire che in questo momento storico si assiste ad una fusione particolarmente interessante tra la fase iconica, quella che tende a rappresentare la realtà, per individuarla, denotarla, connotarla e per tentare collocarla in categorie selettive, per altro infinite, e quella simbolica. Quella di fatto astratta, che, in una vanificazione trascesa, vede divenire l’oggetto come portatore d’intense significazioni, in una dimensione spesso reinventata, capace comunque e sempre di restituire tutte le informazioni ad esso connesse.
I processi artistici successivi, si muovono invece su binari diversi che preludono inequivocabilmente all’ astrattismo vero, assoluto, compiuto in tutte le sue parti: quello che si affranca dalla realtà conclamata e differenziata dall’artista, per entrare nei meandri più reconditi dell’artista stesso e procedere ad una esplorazione di un mondo in cui egli non è più estraneo, alieno, distaccato e distinto, ma nel quale è elemento appartenente, percependone i caratteri come suoi e non di altri.
Un vero e proprio soggetto-oggetto che propone azioni e ne subisce gli effetti, come se il gioco di riflessione non finisse mai ed in cui tutto si fonde con il tutto.
Mario Lanzione presenta una perfetta sintonia con tale visione dell’arte e, se vogliamo, del senso profondo della vita, in cui l’esplorazione sensoriale dalla realtà “reale”, si sposta verso scenari decisamente irreali dove le commistioni di colori forme e volumi, in tutte le loro connotazioni possibili, divengono elementi prospettici per un’analisi, e quindi per indizi di conoscenza, che si affacciano sulla interiorità dell’anima, migrando in essa e rovistando tra tutto ciò che nasce dentro la fertilità dell’immanenza.
Si proprio dell'immanenza, perché nelle opere del nostro artista, si assiste alla commistione perenne di idealità atomiche, di organizzazioni molecolari dialettiche, di stringhe fisiche e concettuali per una fusione tra razionalità e irrazionalità, tra materialità e antimaterialità, tra spiritualità e tutto quello che esondando dall’anima finisce per collocarsi in zone buie, come l’angelo ribelle che si nasconde nella sfacciataggine e nell’oblio.
È ovvio che in questo contesto il gesto artistico diviene pura invenzione e l’astrazione il pretesto per dare ad essa una connotazione fisica - quindi reale se vogliamo - che viene comunicata attraverso immagini, comunque sensorialmente percettibili, nate e coltivate dove nulla è concreto, e che finiscono per fluire dalla mano di un artista come Lanzione, con il preciso scopo di rendere merito a tutta una interiorità celata, nascosta e gelosamente conservata nello scrigno della coscienza.
Carte, veline, colori, rimandi materici, linee geometriche impercettibili; tutto diviene forma e consistenza sotto il gesto sapiente dell’artista. Commistioni stilistiche d’indiscusso effetto percettivo si mescolano e si saldano sugli spazi rappresentativi come fossero balocchi dell’anima capaci di rendere emozioni e di evocare scenari dialettici profondi ed inaspettati, sempre alla luce di una perenne esegesi sapienziale, concettuale, ipotetica, astratta e creativa.
Non c’è nulla che non finisca per fondersi in essi. L’anima con la carnalità, la mente con il cuore, l’istinto con la ragione e le linee immaginarie della mente con la concretezza dell’azione artistica. Anche i colori della gioia finiscono per confondersi con l’oscurità degli elementi bui ed inquietanti della sofferenza creativa.
Di fronte alle opere di Mario Lanzione è la mente ad essere sollecitata da pensieri affabulanti, inebrianti, eccitanti, mentre il corpo diviene pervaso da fremiti energetici. Lo si sente dal cuore che aumenta e rallenta, quando modula il suo battito sulla percezione dei sensi e sulla esaltazione delle emotività intellettuali.
Reazioni che il corpo mette in atto davanti ad immagini che se da un lato negano con assoluta evidenza la rappresentazione della realtà in quanto tale, dall’altro aprono scenari conoscitivi, percettivi e tangibili propri di quella immaterialità che in Lanzione diviene modello di riferimento per navigare attraverso rotte del pensiero sicuramente nuove, incontaminate, sempre tese alla ricerca fantastica del sé e di sé.
Guido Buffoni
Perugia 12 marzo 2017
08
aprile 2017
Mario Lanzione – Astrazione … e tangibilità nell’arte
Dall'otto al 20 aprile 2017
arte contemporanea
Location
SPAZIO 121
Perugia, Via Armando Fedeli, 121, (Perugia)
Perugia, Via Armando Fedeli, 121, (Perugia)
Orario di apertura
da martedì a sabato ore 15,30 - 19
Vernissage
8 Aprile 2017, ore 17,30
Autore
Curatore




