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Francesca Fusari / Francesca Marini – Tra realtà e fantasia
Per entrambe le autrici lo stesso supporto sul quale si depositano i segni variamente prodotti con materiali diversi, per entrambe la stessa attitudine a sperimentare con la volontà di usare sempre il mezzo più adatto all’esatta espressione delle proprie intenzioni.
Comunicato stampa
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Mantova: il sipario si alza in un luogo privato.
E' un'antica dimora edificata da cinquecento anni, nella città in cui “umanesimo” ha significato soprattutto cercare le proprie radici nell'antichità classica.
E questo palazzo, o casa, come ama definirla la proprietaria, dialoga da secoli con le opere immortali sorte dal Medioevo all’età moderna, che hanno segnato per sempre, attraverso le straordinarie esperienze artistiche, la sua storia di “piccola capitale” della cultura.
Due gradini alla luce del soffitto di cielo, nello spazio pubblico esterno, filtrano l'ingresso separando dalla prima soglia. Oltrepassato il primo frammento sensibile e nevralgico, una volta entrati nell'intimità della zona di graduale passaggio dalla luminosità netta all'ombra, il secondo luogo di transizione presenta ancora qualche gradino e una seconda soglia da superare. Ulteriormente avanzando e penetrando verso l'essenza della dimora, lo sguardo si posa con compiacenza sull'imponente scalone a più rampe. Sottratti in crescendo al ritmo pulsante e travolgente della realtà, tra i muri e i rumori esterni ormai ovattati, gradino dopo gradino percorriamo i luoghi della cerimonia d'ingresso scandita dai momenti dell'attesa, del movimento, per giungere infine al ballatoio più alto, e con esso all'accoglienza e all'ultimo segnale oltre al quale si “celebrerà il rito”. Ed è nel tempo dello spostamento in salita, avvolti dalla bellezza delle forme nello spazio architettonico, nell'improvviso diverso sollevamento del passo, tradito da una seppur minima differenza nell'alzata degli ultimi gradini, che si respira la fatale distanza tra realtà e sogno.
Pochi artisti hanno avvertito il ruolo “attivo e profondo “del disegno.
La sua grammatica con il potere di sintesi e di evocazione è il cuore della “macchina” creativa e, in molti casi, principale ed emblematico motore. Nella scena di questo teatro, protagoniste delle “confessioni creatrici”, le “schöpferische Konfession” nate da Paul Klee, sono due figure femminili che il destino ha voluto con lo stesso nome: Francesca
Citare le “confessioni creatrici” è utile per esprimere il duplice valore del disegno, oltre il quale risultano inconsistenti diversi tentativi di classificazione. Egli è irriducibile a ogni circoscrizione tecnica, materiale e a una rigorosa distinzione dalla pittura. In realtà, sembra contenersi in una maggiore intimità, quasi una “confessione” appunto, intesa come differente condizione mentale e sociale rispetto al ruolo assunto da altre tecniche artistiche, mentre “creatrice” si riferisce alla matrice creativa e conoscitiva in cui il segno preliminare condensa una funzione ampia e assoluta: una presa di possesso essenziale della forma.
Il disegno è una testimonianza di libertà, un'indagine autonoma, una propria visione sul “naturale” in un diverso rapporto psicofisico con il supporto e i mezzi di lavoro. La sua dimensione, la rapidità d'esecuzione, l'appropriazione autoriflessiva del gesto creativo nel plastico curvarsi su di sé, quasi un chiudersi a guscio di chi disegna, rimanda a un preciso consiglio di Leonardo sull'imprescindibile necessità di una solitudine versata sulle cose del mondo, da farsi su di un piccolo libretto di “carte tinte” da non cancellare mai, rifuggendo da ciò che si era fatto nel Medioevo utilizzando tavolette cerate. In questo modo ogni singolo schizzo diverrà puntuale memoria: da un moto d'ira alla struttura di una foglia, dal giro di una capigliatura e di un gorgo d'acqua all'ombra che addolcisce il volto di una ragazza nel vano di una porta al calare della sera.
Per Francesca Priscilla Fusari la scoperta analitica del mondo esterno è un divenire del segno grafico che coincide con il divenire del mondo visibile, riproducendone la tensione sotterranea. Cieli, orizzonti, corpi, sguardi esorcizzano il bianco di fondo in silenziosi spazi sottratti alle atmosfere labili dell'aria e della luce naturale. Zone franche d'esilio, dove cercare la piena concordanza tra pensiero e immagine con linee di frontiera tra cosa e cosa che paiono comunque intridere la forma annullando le distanze allo scopo di collegare fenomeni imprevisti e lontani, saldando il microcosmo al macrocosmo. Un tratto pieno per finestre di dialogo tra l'autrice, ciò che la circonda, le sue ispirazioni, a guisa di calchi della mente, propri ideali assorbiti e assoggettati all'unità della ragione nel libero gesto di un moto corporeo puro, concreto, privato.
Espansioni sulle superfici di forme-zone in rapporto-contrasto, per rendere le intermittenze del cuore nella compattezza saldata da un bordo come il “cloison”, il bordo metallico di contorno, grave e ritmico, in cui ogni campo è delimitato, e in questo caso, entro il quale di rado si insinua il colore per tingere dolcemente le tensioni schematiche, prospettiche e proporzionali. Infiniti pensieri che rivelano una poetica della traccia risoluta, una messa in pagina dello spazio scenico e dei singoli scorci in un proprio luogo esistenziale dove “stare” significa anche essere, anche creare.
Francesca Marini indaga figure incompiute in raffinati esempi di fantasia, dove forma, colore e commozione si concentrano nell'impianto nitido e senza peso di nudi antropomorfi, facendo vacillare i confini mentali tra realtà e pensiero grafico. Le sue immagini, libere per inclinazioni e per gusto, sottendono un'idea di partenza sempre normale nelle loro proporzioni e nei loro rapporti, ma durante il percorso di elaborazione si mutilano per divenire vive ed espressive attorno a un vuoto, perdendo volume e corposità. In quello spazio, punto di transizione tra l'umano e l'animale, colori ricchi di delicate sfumature ed eleganze cromatiche presentano “repertori scientifici”, saettanti schizzi con nuovi soggetti nello spirito dei vecchi taccuini che un tempo comunicavano molto sulle cose ma meno sul loro rapporto con l'artista, ma ivi associati al processo primario dell'inconscio e alla sua potente carica d'unione e riduzione a un tutto omogeneo. Fogli tracciati da un percorso non descritto, non raccontato, ma abbandoni sorgivi in un sintetismo grafico con la semplicità e la spontaneità di un abbozzo, un'idea stabile “come fare un gesto espressivo”, “una pittura riassunta, fatta con mezzi ridotti”. Una progressiva precisazione in cui a definirsi è l'emozione dell'artista in un risultato dal richiamo consapevole all'estetica orientale per quel che concerne l'identificazione nel modello: “quando disegnate un albero dal basso dovete avere la sensazione di salire con lui”. Oltre l'orizzonte del comune e del quotidiano, le forme enigmatiche di un percorso fatto in compagnia del proprio animo, condensano linee semplici e colori puri per rappresentare un rapporto che esiste esclusivamente tra la propria esistenza e l'immagine creata. E dalle fondamenta di un approccio più mentale che fisico nasce una radice che accoglie con grazia spontanea “personaggi fantastici” immobili, solitari, ricondotti all'incontro diretto e flagrante con la natura.
Per entrambe le autrici lo stesso supporto sul quale si depositano i segni variamente prodotti con materiali diversi, per entrambe la stessa attitudine a sperimentare con la volontà di usare sempre il mezzo più adatto all'esatta espressione delle proprie intenzioni. Sia i tratti razionali di pennarello nero e pochi colori applicati alle figure, agli oggetti necessari, all'abbigliamento, alla casa, sia la maggiore ricerca cromatica con una linea più decorativa e floreale di un accentuato interesse verso il repertorio fito e zoomorfo, sono bilanciati da un energico riassorbimento dell'io. Un atto di pari forza che realizza la sua trasformazione parallela sullo stesso processo generativo della natura; creazioni come forze vitali con cui vengono espresse le molteplici possibilità di combinazioni “asservite” dalle variazioni nel tempo della vita della carta, il cui “movimento”, considerato naturale, ci dà la percezione di quanto sia vivo il suo corpo. Strettissimo è il gioco infinito di interazioni tra foglio e strumenti dove le forme paiono affiorare, venire alla luce dalla superficie: in immagini semplificate di sentimenti profondi, elementari, autentici, nella riduzione a zone piatte o armonizzate da una gamma cromatica ridotta entro una ritmica grave dei contorni, o in quelle più colorate di creature irreali che celano una vita segreta di avventure estrose in mondi fantastici. Tracce di solitudine, di ostacoli superati, di sguardi lontani, di perfetta soddisfazione in un segno che si condensa o tende verso continua meta da raggiungere in tempi brevi.
E sono voli! Perché...“Ciascuno di noi si affaccia alla vita in modo diverso” e...“Non è necessario, raggiungere le stelle per toccare il cielo”.
Elena Alfonsi
E' un'antica dimora edificata da cinquecento anni, nella città in cui “umanesimo” ha significato soprattutto cercare le proprie radici nell'antichità classica.
E questo palazzo, o casa, come ama definirla la proprietaria, dialoga da secoli con le opere immortali sorte dal Medioevo all’età moderna, che hanno segnato per sempre, attraverso le straordinarie esperienze artistiche, la sua storia di “piccola capitale” della cultura.
Due gradini alla luce del soffitto di cielo, nello spazio pubblico esterno, filtrano l'ingresso separando dalla prima soglia. Oltrepassato il primo frammento sensibile e nevralgico, una volta entrati nell'intimità della zona di graduale passaggio dalla luminosità netta all'ombra, il secondo luogo di transizione presenta ancora qualche gradino e una seconda soglia da superare. Ulteriormente avanzando e penetrando verso l'essenza della dimora, lo sguardo si posa con compiacenza sull'imponente scalone a più rampe. Sottratti in crescendo al ritmo pulsante e travolgente della realtà, tra i muri e i rumori esterni ormai ovattati, gradino dopo gradino percorriamo i luoghi della cerimonia d'ingresso scandita dai momenti dell'attesa, del movimento, per giungere infine al ballatoio più alto, e con esso all'accoglienza e all'ultimo segnale oltre al quale si “celebrerà il rito”. Ed è nel tempo dello spostamento in salita, avvolti dalla bellezza delle forme nello spazio architettonico, nell'improvviso diverso sollevamento del passo, tradito da una seppur minima differenza nell'alzata degli ultimi gradini, che si respira la fatale distanza tra realtà e sogno.
Pochi artisti hanno avvertito il ruolo “attivo e profondo “del disegno.
La sua grammatica con il potere di sintesi e di evocazione è il cuore della “macchina” creativa e, in molti casi, principale ed emblematico motore. Nella scena di questo teatro, protagoniste delle “confessioni creatrici”, le “schöpferische Konfession” nate da Paul Klee, sono due figure femminili che il destino ha voluto con lo stesso nome: Francesca
Citare le “confessioni creatrici” è utile per esprimere il duplice valore del disegno, oltre il quale risultano inconsistenti diversi tentativi di classificazione. Egli è irriducibile a ogni circoscrizione tecnica, materiale e a una rigorosa distinzione dalla pittura. In realtà, sembra contenersi in una maggiore intimità, quasi una “confessione” appunto, intesa come differente condizione mentale e sociale rispetto al ruolo assunto da altre tecniche artistiche, mentre “creatrice” si riferisce alla matrice creativa e conoscitiva in cui il segno preliminare condensa una funzione ampia e assoluta: una presa di possesso essenziale della forma.
Il disegno è una testimonianza di libertà, un'indagine autonoma, una propria visione sul “naturale” in un diverso rapporto psicofisico con il supporto e i mezzi di lavoro. La sua dimensione, la rapidità d'esecuzione, l'appropriazione autoriflessiva del gesto creativo nel plastico curvarsi su di sé, quasi un chiudersi a guscio di chi disegna, rimanda a un preciso consiglio di Leonardo sull'imprescindibile necessità di una solitudine versata sulle cose del mondo, da farsi su di un piccolo libretto di “carte tinte” da non cancellare mai, rifuggendo da ciò che si era fatto nel Medioevo utilizzando tavolette cerate. In questo modo ogni singolo schizzo diverrà puntuale memoria: da un moto d'ira alla struttura di una foglia, dal giro di una capigliatura e di un gorgo d'acqua all'ombra che addolcisce il volto di una ragazza nel vano di una porta al calare della sera.
Per Francesca Priscilla Fusari la scoperta analitica del mondo esterno è un divenire del segno grafico che coincide con il divenire del mondo visibile, riproducendone la tensione sotterranea. Cieli, orizzonti, corpi, sguardi esorcizzano il bianco di fondo in silenziosi spazi sottratti alle atmosfere labili dell'aria e della luce naturale. Zone franche d'esilio, dove cercare la piena concordanza tra pensiero e immagine con linee di frontiera tra cosa e cosa che paiono comunque intridere la forma annullando le distanze allo scopo di collegare fenomeni imprevisti e lontani, saldando il microcosmo al macrocosmo. Un tratto pieno per finestre di dialogo tra l'autrice, ciò che la circonda, le sue ispirazioni, a guisa di calchi della mente, propri ideali assorbiti e assoggettati all'unità della ragione nel libero gesto di un moto corporeo puro, concreto, privato.
Espansioni sulle superfici di forme-zone in rapporto-contrasto, per rendere le intermittenze del cuore nella compattezza saldata da un bordo come il “cloison”, il bordo metallico di contorno, grave e ritmico, in cui ogni campo è delimitato, e in questo caso, entro il quale di rado si insinua il colore per tingere dolcemente le tensioni schematiche, prospettiche e proporzionali. Infiniti pensieri che rivelano una poetica della traccia risoluta, una messa in pagina dello spazio scenico e dei singoli scorci in un proprio luogo esistenziale dove “stare” significa anche essere, anche creare.
Francesca Marini indaga figure incompiute in raffinati esempi di fantasia, dove forma, colore e commozione si concentrano nell'impianto nitido e senza peso di nudi antropomorfi, facendo vacillare i confini mentali tra realtà e pensiero grafico. Le sue immagini, libere per inclinazioni e per gusto, sottendono un'idea di partenza sempre normale nelle loro proporzioni e nei loro rapporti, ma durante il percorso di elaborazione si mutilano per divenire vive ed espressive attorno a un vuoto, perdendo volume e corposità. In quello spazio, punto di transizione tra l'umano e l'animale, colori ricchi di delicate sfumature ed eleganze cromatiche presentano “repertori scientifici”, saettanti schizzi con nuovi soggetti nello spirito dei vecchi taccuini che un tempo comunicavano molto sulle cose ma meno sul loro rapporto con l'artista, ma ivi associati al processo primario dell'inconscio e alla sua potente carica d'unione e riduzione a un tutto omogeneo. Fogli tracciati da un percorso non descritto, non raccontato, ma abbandoni sorgivi in un sintetismo grafico con la semplicità e la spontaneità di un abbozzo, un'idea stabile “come fare un gesto espressivo”, “una pittura riassunta, fatta con mezzi ridotti”. Una progressiva precisazione in cui a definirsi è l'emozione dell'artista in un risultato dal richiamo consapevole all'estetica orientale per quel che concerne l'identificazione nel modello: “quando disegnate un albero dal basso dovete avere la sensazione di salire con lui”. Oltre l'orizzonte del comune e del quotidiano, le forme enigmatiche di un percorso fatto in compagnia del proprio animo, condensano linee semplici e colori puri per rappresentare un rapporto che esiste esclusivamente tra la propria esistenza e l'immagine creata. E dalle fondamenta di un approccio più mentale che fisico nasce una radice che accoglie con grazia spontanea “personaggi fantastici” immobili, solitari, ricondotti all'incontro diretto e flagrante con la natura.
Per entrambe le autrici lo stesso supporto sul quale si depositano i segni variamente prodotti con materiali diversi, per entrambe la stessa attitudine a sperimentare con la volontà di usare sempre il mezzo più adatto all'esatta espressione delle proprie intenzioni. Sia i tratti razionali di pennarello nero e pochi colori applicati alle figure, agli oggetti necessari, all'abbigliamento, alla casa, sia la maggiore ricerca cromatica con una linea più decorativa e floreale di un accentuato interesse verso il repertorio fito e zoomorfo, sono bilanciati da un energico riassorbimento dell'io. Un atto di pari forza che realizza la sua trasformazione parallela sullo stesso processo generativo della natura; creazioni come forze vitali con cui vengono espresse le molteplici possibilità di combinazioni “asservite” dalle variazioni nel tempo della vita della carta, il cui “movimento”, considerato naturale, ci dà la percezione di quanto sia vivo il suo corpo. Strettissimo è il gioco infinito di interazioni tra foglio e strumenti dove le forme paiono affiorare, venire alla luce dalla superficie: in immagini semplificate di sentimenti profondi, elementari, autentici, nella riduzione a zone piatte o armonizzate da una gamma cromatica ridotta entro una ritmica grave dei contorni, o in quelle più colorate di creature irreali che celano una vita segreta di avventure estrose in mondi fantastici. Tracce di solitudine, di ostacoli superati, di sguardi lontani, di perfetta soddisfazione in un segno che si condensa o tende verso continua meta da raggiungere in tempi brevi.
E sono voli! Perché...“Ciascuno di noi si affaccia alla vita in modo diverso” e...“Non è necessario, raggiungere le stelle per toccare il cielo”.
Elena Alfonsi
28
maggio 2016
Francesca Fusari / Francesca Marini – Tra realtà e fantasia
Dal 28 maggio al 18 giugno 2016
arte contemporanea
Location
HOME GALLERY 1 STILE
Mantova, Via Pietro Fortunato Calvi, 51, (Mantova)
Mantova, Via Pietro Fortunato Calvi, 51, (Mantova)
Orario di apertura
da martedì a sabato ore 16-19,30
domenica 29 maggio 10-12,30 16-19,30
Vernissage
28 Maggio 2016, ore 17,30
Autore
Curatore
