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Hollywood, Florida
Group show a cura di Keith J. Varadi e Spencer Longo
Testo di Brandon Joyce
Comunicato stampa
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Parte della migliore cultura inizia come irritazione. Qualcosa - una certa tensione o inconciliabile contraddizione nel mondo - ci irrita o attiva i nostri Bullshit-detectors, e l'unica cosa che possiamo fare è rispondere energicamente e onestamente. La Bullshit spesso si presenta sotto forma di imperativi codificati - che ci dicono cosa fare, pensare, o cosa ci deve piacere - e la risposta energica e veritiera è quella di dir loro di andare a farsi fottere nella loro stessa lingua.
Immagina un colloquio di lavoro. È un’agenzia creativa con palle da ginnastica al posto delle sedie da scrivania. Come tutti in ufficio, indossi una camicia morbida e un paio di scarpe passabili. Il tuo CV è esposto in modo impeccabile e dice: con esperienza, ma non iper-qualificato. Ti senti riposato e fiducioso. Appena l’intervistatore entra nella stanza però tutto va al diavolo. Mette il tuo CV da parte e vuole invece ascoltare qualcosa di interessante su di te, ciò che ti rende te stesso. Ti ha appena dato abbastanza corda per impiccartici. La tua risposta è, in ogni caso, insoddisfacente. Per offrirti un’altra possibilità per dire la giusta bugia, ti chiede poi di identificare le tre aree in cui potresti migliorare di più. Di cosa stiamo parlando? L’intervistatore si sfrega la faccia. Cosa sta cercando in realtà? Da un certo punto di vista non lo sa nemmeno lui. È qualcosa che non può essere nominato o misurato. Tu espiri e la tua bocca inizia a muoversi mentre i tuoi occhi scansionano la stanza. Mattone. Vetro. Marchio commerciale rosso. Filodendro. Lexar. Pouf. Cavalletto. Brainstorm. Tazza Keurig. Franco a bordo. Dici a te stesso che forse non può essere menzionato perchè non è una cosa sola, è la combinazione di tutte queste forze. Insieme formano una perfetta falsità che non può essere suddivisa in lamentele divise in frasi. Probabilmente tu sai che la tua reazione è veritiera, ma in uno strano senso di “verità”. Non puoi prendere a pugni la parete di vetro come uno psicopatico. Sarebbe sconveniente, come prima cosa – e solo una mezza verità. Una risposta veritiera deve essere più brillante, grandiosa, indimenticabile, meno un riflesso e più una vendetta estetica. Deve rifiutare le premesse più profonde di questo posto. Deve negare simultaneamente la palla da ginnastica, la stanza per la pausa, il Franco a bordo, l’atmosfera divertente, il tuo CV, la tua istruzione, la sua sedia girevole, la sua non detta disapprovazione della tua presenza sui social media, l’idea insidiosa della classe creativa – deve negare tutto questo per liberare spazio per qualcosa di più vivibile. Non deve nemmeno essere negativo, veramente – amaro, ostile, pessimistico, assoluto – può negare, rifiutare e criticare puramente tramite un esercizio di autonomia non autorizzata. Ora l’intervistatore ha tutto il potere e rappresenta il mondo com’è. Non è colpa sua; ha un lavoro da svolgere. E mentre tu forse non hai il potere, o il lavoro, o un lavoro, quello che hai è il tempo libero. Dopo un lampo di genio, adotti un nuovo piano: andare ad un altro colloquio, in un nuovo posto, ogni giorno della settimana, e fare fiasco di proposito. Hai visto questo lavoro al cabaret; I colloqui non sono molto diversi. Il piano è infantile ma per te esprime totale libertà: programmare colloqui, comportarsi come un idiota per hobby o pratica culturale (a seconda di come guardi la cosa) e estorcere autonomia dicendo durante questa intervista – questo crogiolo di auto-tradimento – di andare a farsi fottere nella loro stessa lingua. Questo è ciò che ti rende te stesso.
(Testo di Brandon Joyce)
Immagina un colloquio di lavoro. È un’agenzia creativa con palle da ginnastica al posto delle sedie da scrivania. Come tutti in ufficio, indossi una camicia morbida e un paio di scarpe passabili. Il tuo CV è esposto in modo impeccabile e dice: con esperienza, ma non iper-qualificato. Ti senti riposato e fiducioso. Appena l’intervistatore entra nella stanza però tutto va al diavolo. Mette il tuo CV da parte e vuole invece ascoltare qualcosa di interessante su di te, ciò che ti rende te stesso. Ti ha appena dato abbastanza corda per impiccartici. La tua risposta è, in ogni caso, insoddisfacente. Per offrirti un’altra possibilità per dire la giusta bugia, ti chiede poi di identificare le tre aree in cui potresti migliorare di più. Di cosa stiamo parlando? L’intervistatore si sfrega la faccia. Cosa sta cercando in realtà? Da un certo punto di vista non lo sa nemmeno lui. È qualcosa che non può essere nominato o misurato. Tu espiri e la tua bocca inizia a muoversi mentre i tuoi occhi scansionano la stanza. Mattone. Vetro. Marchio commerciale rosso. Filodendro. Lexar. Pouf. Cavalletto. Brainstorm. Tazza Keurig. Franco a bordo. Dici a te stesso che forse non può essere menzionato perchè non è una cosa sola, è la combinazione di tutte queste forze. Insieme formano una perfetta falsità che non può essere suddivisa in lamentele divise in frasi. Probabilmente tu sai che la tua reazione è veritiera, ma in uno strano senso di “verità”. Non puoi prendere a pugni la parete di vetro come uno psicopatico. Sarebbe sconveniente, come prima cosa – e solo una mezza verità. Una risposta veritiera deve essere più brillante, grandiosa, indimenticabile, meno un riflesso e più una vendetta estetica. Deve rifiutare le premesse più profonde di questo posto. Deve negare simultaneamente la palla da ginnastica, la stanza per la pausa, il Franco a bordo, l’atmosfera divertente, il tuo CV, la tua istruzione, la sua sedia girevole, la sua non detta disapprovazione della tua presenza sui social media, l’idea insidiosa della classe creativa – deve negare tutto questo per liberare spazio per qualcosa di più vivibile. Non deve nemmeno essere negativo, veramente – amaro, ostile, pessimistico, assoluto – può negare, rifiutare e criticare puramente tramite un esercizio di autonomia non autorizzata. Ora l’intervistatore ha tutto il potere e rappresenta il mondo com’è. Non è colpa sua; ha un lavoro da svolgere. E mentre tu forse non hai il potere, o il lavoro, o un lavoro, quello che hai è il tempo libero. Dopo un lampo di genio, adotti un nuovo piano: andare ad un altro colloquio, in un nuovo posto, ogni giorno della settimana, e fare fiasco di proposito. Hai visto questo lavoro al cabaret; I colloqui non sono molto diversi. Il piano è infantile ma per te esprime totale libertà: programmare colloqui, comportarsi come un idiota per hobby o pratica culturale (a seconda di come guardi la cosa) e estorcere autonomia dicendo durante questa intervista – questo crogiolo di auto-tradimento – di andare a farsi fottere nella loro stessa lingua. Questo è ciò che ti rende te stesso.
(Testo di Brandon Joyce)
12
maggio 2015
Hollywood, Florida
Dal 12 maggio al 20 giugno 2015
fotografia
arte contemporanea
arte contemporanea
Location
BRAND NEW GALLERY
Milano, Via Carlo Farini, 32, (Milano)
Milano, Via Carlo Farini, 32, (Milano)
Orario di apertura
martedì a sabato ore 11-13 e 14.30-19
Vernissage
12 Maggio 2015, ore 19.00-21.00
Autore




