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Federico Della Putta – Appunti di Epica
A un giovane e talentuoso disegnatore è stato chiesto di sviluppare con 12 immagini alcuni di quei ricordi di scuola che si intrecciano solitamente con i sogni, le fantasie e la capacità evocative di alcuni racconti, di alcuni scrittori e… di noi stessi
Federico Della Putta è artista entusiasta e
Comunicato stampa
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Q u e l l e a n t i c h e f a s c i n a z i o n i
Gianni Brunoro per Edizioni Papel
Nel 1971, suscitò scalpore un saggio di Roberto Vacca intitolato Il Medio Evo prossimo venturo. Un libro che si configurava in certo senso minaccioso, perché dava previsioni molto negative su come si sarebbe evoluto il nostro mondo, se non si fossero posti adeguati rimedi a tante conduzioni errate in campo scientifico, sociale, politico, comportamentale... Disgraziatamente, il pessimismo di Roberto Vacca aveva ragione a priori. Il nostro mondo non va affatto migliorando, anzi in questa prima decade abbondante degli anni Duemila esso sembra quasi andare a rotoli.
Benché il saggio, e ancora di più il titolo, abbiano avuto una notevole fortuna, c’è un altro aspetto che il nostro illuminato futurologo non aveva previsto, ossia il fatto che il Medio Evo avrebbe avuto, concettualmente, un sempre maggiore successo, un favore forse inatteso. A cominciare dalla più popolare delle arti, il cinema, dove per esempio hanno avuto larga eco opere – per non citarne che alcune – come I paladini - Storia d’armi e d’amori, 1983, di Giacomo Battiato; o I cavalieri che fecero l’impresa, 2001, di Pupi Avati; o Timeline, 2004, di Richard Donner; e il celebrato Il nome della rosa, 1986, che Jean-Jacques Annaud ha tratto dall’omonimo bestseller di Umberto Eco.
Lo stesso romanzo Il nome della rosa ci ricorda poi la fortuna del Medio Evo in campo letterario, dove la fioritura è sterminata, esplosiva, con derive, in realtà anche molto accentuate, verso il fantastico. Basterebbe ricordare – al di là di molte opere saggistiche di profondo interesse in argomento – la diffusione attuale sia del dilagante settore fantasy (esponenziale dilatazione dell’onda lunga suscitata dal fondamentale romanzo Il signore degli anelli di J. R. R. Tolkien) della letteratura fantascientifica, sia l’inatteso moltiplicarsi, nella letteratura gialla, di titoli e personaggi di ambiente medievale.
I riferimenti potrebbero aumentare fino a diventare stucchevoli, ma qui si voleva soltanto sottolineare quanto, sia sotto il profilo severamente saggistico sia quello fantastico o di fantasia, si possa parlare di un persistente “fascino indiscreto del Medio Evo”. Tutte quelle sopra citate altro non sono che attestazioni di quanto il Medio Evo, nonostante il suo superamento da parte di quella splendida rinascita che fu, successivamente, la fioritura del Rinascimento, sia ancora così profondamente radicato in noi.
La molla rimane probabilmente il fascino di quel “buio” con cui da sempre questi secoli vengono tacciati. E ciò, nonostante la fermezza con cui questa prospettiva sia stata poi smentita da approfondite e serie analisi storiche di studiosi di grande rilievo quali, per esempio, i francesi Jacques Le Goff e Georges Duby o gli italiani Umberto Eco e Franco Cardini.
Comunque, da “quel” Medio Evo abbiamo ereditato anche una infantile stupefazione per l’epica cavalleresca e per tutto quanto ruota attorno a “quel” mondo o ad esso si ispira. Un universo intero, che poi abbiamo rimodellato, modulandolo a mo’ di favola per adulti e attribuendole una valenza capace di soddisfare quel bisogno di fantastico che, incoercibilmente, sopravvive in noi. Intesi, ciascuno, come una cellula di quel tessuto che è la nostra società, coi suoi valori, i suoi miti, le sue proiezioni.
Figurarsi, pertanto, se proprio un animo artistico non sia sensibile e non venga addirittura contagiato da queste fascinose suggestioni e dalle relative consapevolezze. È quanto, con tutta evidenza, promana dalle immagini create da Federico della Putta, il quale ha scelto di ispirarsi a dodici fra quelle celebri opere letterarie nate – direttamente o nei dintorni – dai fascini del Medio Evo e dall’alone epico che attorno ad esso si è andato alimentando nei secoli.
Sono immagini che calamitano un’immediata attenzione visuale in quanto esse si evidenziano subito come lo specchio di una estesa cultura dell’autore e di un suo arco di interessi a trecentosessanta gradi. Non solo, si direbbe, l’eredità diretta del Medio Evo ma anche quella mediata, che ha generato l’epica dei cavalieri. A suscitare curiosità è innanzitutto la quantità e la varietà di rimandi, senza dubbio notevole, di queste immagini. Che evidenziano palesi e consapevoli ibridazioni col surrealismo, quello canonico, magari con diretti ammiccamenti a Salvador Dalì, a Giorgio De Chirico... Ma anche il surrealismo visuale di rinomati precursori, quali Hieronymus Bosch, o Pieter Bruegel, o emuli quali Maurits Cornelis Escher, del quale a volte si avvertono gli echi.
Un altro elemento che colpisce è quanto queste immagini siano irte di simboli, formicolanti come sono di piccoli e grandi apporti figurali che lasciano quasi sospettare un horror vacui, inteso come l’incapacità dell’autore di lasciare sul foglio il sia pur minimo spazio bianco. Sono particolari spesso, in apparenza, non coerenti col soggetto generale cui si fa riferimento. E sono componenti grottesche capaci di rimandare senza perplessità a certi requisiti di quell’originale che fu Benito Jacovitti (genio ancora incompreso e non adeguatamente valutato nella sua grandezza, quella di un artista dalla sconfinata creatività).
L’insieme di queste caratteristiche sottolinea, nelle presenti opere di Federico della Putta, una notevole, saziante ricchezza barocca, che con tutta evidenza lo denota come un autore incapace di tenere a freno la vena fantastica che ne alimenta “la mano”. Vale a dire, in sostanza, un giovane che non ha nemmeno il più remoto sintomo di anemia sul piano grafico (e che anzi farà bene ad amministrare saggiamente la vulcanicità della propria spinta interiore). Basterebbe da solo l’esempio della tavola ispirata alla Chanson de Roland: dove imperano le contaminazioni visuali fra classico e moderno, fra aulico e grottesco, fra tradizione e ibridazione surrealista, fra realismo e deriva onirica...
Mi piace anche sottolineare quanto già accennato sopra, ossia la forte componente grottesca e ironica, con ammiccanti, perfino beffarde allusioni all’attualità, benché sfuggenti all’osservazione distratta. Eppure evidenti: per esempio, che relazione può mai avere una “attuale” tazza del water closet con un soggetto classico quale Sigfrido? O gli attaccapanni e il ferro da stiro degni di un arredo d’oggi in una “favola” d’antan, come la già citata Chanson de Roland? O il logo «M» e le scale mobili della metropolitana con il remoto secolo in cui duella Il cavaliere inesistente? Anacronismi, certo, e magari addirittura scioccanti nella loro beffarda allusione a contaminazioni intertemporali. Di allusioni e simboli, dico appunto, c’è qui una autentica... sagra. Ci sarebbe perfino di che scomodare congiuntamente Sigmund Freud e il più accorto degli esegeti artistici. È come dire che c’è materia per rimanere alquanto frastornati da tanta carne al fuoco – per esprimersi con un’abusata metafora – quale si evidenzia attraverso la carica visionaria delle “illustrazioni” di Federico della Putta. Dove al termine illustrazione non s’intende attribuire un senso limitativo ma esattamente l’opposto: ossia la capacità di trasformare in immagine concreta, tangibile, un concetto descrittivo di provenienza letteraria, conferendogli una valenza “divulgativa”, a un livello accattivante.
Sembra pertanto di avere elementi idonei ad affermare che questo lavoro – impegnativo ed encomiabile – si configuri solo come presagio di tutto quanto l’artista potrà esternare in futuro. Ferma restando l’opportunità, da parte sua, di incanalare la propria creatività in maniere più analitiche, decantandone gli eccessi e razionalizzando le intense capacità figurali del proprio spirito.
Gianni Brunoro per Edizioni Papel
Nel 1971, suscitò scalpore un saggio di Roberto Vacca intitolato Il Medio Evo prossimo venturo. Un libro che si configurava in certo senso minaccioso, perché dava previsioni molto negative su come si sarebbe evoluto il nostro mondo, se non si fossero posti adeguati rimedi a tante conduzioni errate in campo scientifico, sociale, politico, comportamentale... Disgraziatamente, il pessimismo di Roberto Vacca aveva ragione a priori. Il nostro mondo non va affatto migliorando, anzi in questa prima decade abbondante degli anni Duemila esso sembra quasi andare a rotoli.
Benché il saggio, e ancora di più il titolo, abbiano avuto una notevole fortuna, c’è un altro aspetto che il nostro illuminato futurologo non aveva previsto, ossia il fatto che il Medio Evo avrebbe avuto, concettualmente, un sempre maggiore successo, un favore forse inatteso. A cominciare dalla più popolare delle arti, il cinema, dove per esempio hanno avuto larga eco opere – per non citarne che alcune – come I paladini - Storia d’armi e d’amori, 1983, di Giacomo Battiato; o I cavalieri che fecero l’impresa, 2001, di Pupi Avati; o Timeline, 2004, di Richard Donner; e il celebrato Il nome della rosa, 1986, che Jean-Jacques Annaud ha tratto dall’omonimo bestseller di Umberto Eco.
Lo stesso romanzo Il nome della rosa ci ricorda poi la fortuna del Medio Evo in campo letterario, dove la fioritura è sterminata, esplosiva, con derive, in realtà anche molto accentuate, verso il fantastico. Basterebbe ricordare – al di là di molte opere saggistiche di profondo interesse in argomento – la diffusione attuale sia del dilagante settore fantasy (esponenziale dilatazione dell’onda lunga suscitata dal fondamentale romanzo Il signore degli anelli di J. R. R. Tolkien) della letteratura fantascientifica, sia l’inatteso moltiplicarsi, nella letteratura gialla, di titoli e personaggi di ambiente medievale.
I riferimenti potrebbero aumentare fino a diventare stucchevoli, ma qui si voleva soltanto sottolineare quanto, sia sotto il profilo severamente saggistico sia quello fantastico o di fantasia, si possa parlare di un persistente “fascino indiscreto del Medio Evo”. Tutte quelle sopra citate altro non sono che attestazioni di quanto il Medio Evo, nonostante il suo superamento da parte di quella splendida rinascita che fu, successivamente, la fioritura del Rinascimento, sia ancora così profondamente radicato in noi.
La molla rimane probabilmente il fascino di quel “buio” con cui da sempre questi secoli vengono tacciati. E ciò, nonostante la fermezza con cui questa prospettiva sia stata poi smentita da approfondite e serie analisi storiche di studiosi di grande rilievo quali, per esempio, i francesi Jacques Le Goff e Georges Duby o gli italiani Umberto Eco e Franco Cardini.
Comunque, da “quel” Medio Evo abbiamo ereditato anche una infantile stupefazione per l’epica cavalleresca e per tutto quanto ruota attorno a “quel” mondo o ad esso si ispira. Un universo intero, che poi abbiamo rimodellato, modulandolo a mo’ di favola per adulti e attribuendole una valenza capace di soddisfare quel bisogno di fantastico che, incoercibilmente, sopravvive in noi. Intesi, ciascuno, come una cellula di quel tessuto che è la nostra società, coi suoi valori, i suoi miti, le sue proiezioni.
Figurarsi, pertanto, se proprio un animo artistico non sia sensibile e non venga addirittura contagiato da queste fascinose suggestioni e dalle relative consapevolezze. È quanto, con tutta evidenza, promana dalle immagini create da Federico della Putta, il quale ha scelto di ispirarsi a dodici fra quelle celebri opere letterarie nate – direttamente o nei dintorni – dai fascini del Medio Evo e dall’alone epico che attorno ad esso si è andato alimentando nei secoli.
Sono immagini che calamitano un’immediata attenzione visuale in quanto esse si evidenziano subito come lo specchio di una estesa cultura dell’autore e di un suo arco di interessi a trecentosessanta gradi. Non solo, si direbbe, l’eredità diretta del Medio Evo ma anche quella mediata, che ha generato l’epica dei cavalieri. A suscitare curiosità è innanzitutto la quantità e la varietà di rimandi, senza dubbio notevole, di queste immagini. Che evidenziano palesi e consapevoli ibridazioni col surrealismo, quello canonico, magari con diretti ammiccamenti a Salvador Dalì, a Giorgio De Chirico... Ma anche il surrealismo visuale di rinomati precursori, quali Hieronymus Bosch, o Pieter Bruegel, o emuli quali Maurits Cornelis Escher, del quale a volte si avvertono gli echi.
Un altro elemento che colpisce è quanto queste immagini siano irte di simboli, formicolanti come sono di piccoli e grandi apporti figurali che lasciano quasi sospettare un horror vacui, inteso come l’incapacità dell’autore di lasciare sul foglio il sia pur minimo spazio bianco. Sono particolari spesso, in apparenza, non coerenti col soggetto generale cui si fa riferimento. E sono componenti grottesche capaci di rimandare senza perplessità a certi requisiti di quell’originale che fu Benito Jacovitti (genio ancora incompreso e non adeguatamente valutato nella sua grandezza, quella di un artista dalla sconfinata creatività).
L’insieme di queste caratteristiche sottolinea, nelle presenti opere di Federico della Putta, una notevole, saziante ricchezza barocca, che con tutta evidenza lo denota come un autore incapace di tenere a freno la vena fantastica che ne alimenta “la mano”. Vale a dire, in sostanza, un giovane che non ha nemmeno il più remoto sintomo di anemia sul piano grafico (e che anzi farà bene ad amministrare saggiamente la vulcanicità della propria spinta interiore). Basterebbe da solo l’esempio della tavola ispirata alla Chanson de Roland: dove imperano le contaminazioni visuali fra classico e moderno, fra aulico e grottesco, fra tradizione e ibridazione surrealista, fra realismo e deriva onirica...
Mi piace anche sottolineare quanto già accennato sopra, ossia la forte componente grottesca e ironica, con ammiccanti, perfino beffarde allusioni all’attualità, benché sfuggenti all’osservazione distratta. Eppure evidenti: per esempio, che relazione può mai avere una “attuale” tazza del water closet con un soggetto classico quale Sigfrido? O gli attaccapanni e il ferro da stiro degni di un arredo d’oggi in una “favola” d’antan, come la già citata Chanson de Roland? O il logo «M» e le scale mobili della metropolitana con il remoto secolo in cui duella Il cavaliere inesistente? Anacronismi, certo, e magari addirittura scioccanti nella loro beffarda allusione a contaminazioni intertemporali. Di allusioni e simboli, dico appunto, c’è qui una autentica... sagra. Ci sarebbe perfino di che scomodare congiuntamente Sigmund Freud e il più accorto degli esegeti artistici. È come dire che c’è materia per rimanere alquanto frastornati da tanta carne al fuoco – per esprimersi con un’abusata metafora – quale si evidenzia attraverso la carica visionaria delle “illustrazioni” di Federico della Putta. Dove al termine illustrazione non s’intende attribuire un senso limitativo ma esattamente l’opposto: ossia la capacità di trasformare in immagine concreta, tangibile, un concetto descrittivo di provenienza letteraria, conferendogli una valenza “divulgativa”, a un livello accattivante.
Sembra pertanto di avere elementi idonei ad affermare che questo lavoro – impegnativo ed encomiabile – si configuri solo come presagio di tutto quanto l’artista potrà esternare in futuro. Ferma restando l’opportunità, da parte sua, di incanalare la propria creatività in maniere più analitiche, decantandone gli eccessi e razionalizzando le intense capacità figurali del proprio spirito.
30
settembre 2012
Federico Della Putta – Appunti di Epica
Dal 30 settembre al 16 ottobre 2012
giovane arte
Location
SPAZIO PAPEL
Milano, Via Savona, 12, (Milano)
Milano, Via Savona, 12, (Milano)
Orario di apertura
da martedì a venerdì ore 14-19
sabato ore 11-13 e 14-19
Vernissage
30 Settembre 2012, ore 18-19
Autore




