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Giovanni Chiaramonte – Dolce è la luce. Gioia per gli occhi la visione del sole.
La mostra, composta da trentasei foto datate alla fine degli anni Novanta, ricompone un viaggio evocativo attraverso alcuni luoghi della Sicilia centro occidentale: le immagini di Giovanni CHIARAMONTE, e le poesie di Umberto FIORI, conducono una riflessione sul destino dell’uomo e della civiltà
Comunicato stampa
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La Galleria Fotografica Luigi Ghirri di Caltagirone CT,
e la luce, quella che rende visibile e struttura anche l’invisibile … la luce della φῶς (phôs) γραφή (graphis).
In fondo, che cos’è stata l’invenzione della fotografia, se non la rivelazione del riflesso latente della luce?
Una luce che illumina, disegna – anzi, scrive – e genera immagini strappandole all’oblio delle tenebre. Luce che vibra, saetta, taglia e ferisce; luce che muta e trascolora per accarezzare dolcemente lo sguardo nell’incessante carambola delle sue rifrazioni. Luce fisica e luce interiore. Luce estasi della creazione.
Tutti i fotografi – da sempre e, come molto prima di loro, i pittori – hanno un conto aperto con essa ma alcuni vanno oltre: passando dallo spettro del visibile al misticismo dell’intangibile, della luce carpiscono l’anima e tentando di domarla ne colgono a tal punto l’essenza da rendere il proprio lavoro un’epifania della visione. Questo è quanto pare accadere nelle trentasei fotografie con le quali Giovanni CHIARAMONTE, sapiente tanto nell’uso della tecnica fotografica quanto della parola, compone lo straordinario elogio che in questa mostra – tornata letteralmente alla luce in questo dicembre 2011 – si ri-compone in occasione degli eventi culturali pensati e promossi a Modica, la città di Salvatore QUASIMODO, tra “lumi, rintocchi e sentieri velati”.
Dolce è la luce – dal sottotitolo: Gioia per gli occhi la visione del sole – è un mirabile connubio di immagini e testi che vede le fotografie di Giovanni CHIARAMONTE dialogare con i versi di Umberto FIORI, seguendo le tracce – calde e vibranti – di un viaggio in una Sicilia sospesa, isola di luce e terra di tenebra, isola dove si resta perennemente tentati dalla fuga, terra nella quale lo struggimento del mancato ritorno segna l’estremo di una scala tonale dove anche i blu si velano dolcemente, virando su temperature più rassicuranti.
Foto queste, classicamente quadrate e misurate, finestre aperte sul mondo degli uomini trasfigurato nel divino in un anelito di redenzione: “Più volte negli ultimi anni, i percorsi del mio sguardo sono stati sul punto di interrompersi. Troppe volte il degrado del male aveva impedito alla vista di contemplare la trasparenza della luce attraverso il mondo dell’uomo. Al tramonto di un giorno d’estate del 2001, sull’alto di una montagna nei pressi di Caltagirone, preso dallo smarrimento, ho telefonato a Umberto Fiori. L’amico poeta in quel momento contemplava da un altro monte un altro mare, ma analogo era in lui il doloroso sentimento della scomparsa della bellezza che aveva aperto la nostra vista al mondo. I versi del suo poema hanno dato nome a voce a quello che ho visto e fotografato.”
Nelle parole dello stesso CHIARAMONTE, la chiave.
Sebastiano FAVITTA e Attilio GERBINO
Galleria Fotografica Luigi GHIRRI
Caltagirone, novembre 2011
Il sapere che l'impenetrabile esiste realmente e si manifesta a noi come la più alta saggezza e la bellezza più splendida, che le nostre facoltà limitate riescono a comprendere solo nelle loro forme più primitive – questa coscienza,
questo sentimento, è al cuore di ogni autentica religiosità. In questo senso, e solo in questo senso,
io appartengo alla categorie degli uomini devotamente religiosi.
Albert EINSTEIN
“Dolce è la luce, e bello è per l’occhio guardare il sole”:
escatologia poetica nell’opera di Giovanni CHIARAMONTE
Polvere, troppi ricordi, è meglio esser sordi / e forse è già tardi per / togliere la /
polvere dagli ingranaggi, dai volti dei saggi / coi pochi vantaggi che / la mia condizione mi dà. /
Non mi cercare, ché non mi riconoscerai
Enrico RUGGERI, Polvere, 1984
Sarà vero / che il colore è solo luce / E la luce è la speranza / e che siamo noi / la speranza /
Camminando noi / verso il sole / dentro il sole che salirà
Gino PAOLI, Hey mà, 1988
Dio disse: "Sia la luce!". E la luce fu. Dio vide che la luce era cosa buona e separò la luce dalle tenebre.
Genesi, 1, 3-4
Nello sfogliare il catalogo della mostra fotografica Dolce è la luce di Giovanni CHIARAMONTE mi ha pervaso una gioia intima, che desidero condividere con gli Autori e con chi mi legge: scoprire, accanto alle immagini scattate da un Artista/fotografo i testi poetici di un Artista/letterato; in altre parole, vedersi materializzare il personale modello con cui sono solita interpretare Autori che operano nel campo delle arti figurative, al di fuori di delimitati contesti letterari o musicali.
Anche i saggi di Giovanni CHIARAMONTE, posti a introduzione del testo, hanno costituito il contrappunto e hanno fatto luce sul vortice emozionale che si crea quando un soggetto si accosta a un’immagine: si compie infatti, in questo istante, il terzo passaggio della sequenza interpretativa di se stesso e della propria opera avviata da Giovanni CHIARAMONTE medesimo
Il realismo infinito è l’accoglienza dell’oggetto da parte del soggetto, è la comprensione dell’Altro da parte dell’io in una relazione che lascia entrambi nella loro irriducibile differenza e identità, ed è la trascrizione di ciò che è dato nel mondo davanti agli occhi e dentro gli occhi dell’uomo in immagine che lo rappresenta.
Giovanni CHIARAMONTE, Dolce è la luce, 2003
Nell’osservare una fotografia noi siamo a nostra volta Soggetto – il Secondo sulla scena – che osserva un Oggetto accolto in sé dal Primo Soggetto – l’Artista, in questo caso –: si realizza pertanto la sfasatura di tre diversi contesti identificativi che vanno sovrapponendosi.
Molteplici sono i segnali che le fotografie di Giovanni CHIARAMONTE inviano a noi, Soggetti Secondi nel codice sequenziale di esegesi: il taglio speculare dell’inquadratura, l’infinito prospettico, il ruolo della luce, l’Oggetto ritratto.
Dolce è la luce, questo verso posto a titolo della raccolta, quinario perfetto, ove l’armoniosa liquidità si realizza nella reiterazione delle lettere “l” e “c”, veicola in primis i nostri sensi sul colore, sulla luce bionda che avvolge e rende fluidi panorami naturali e monumenti: ci abbaglia e si scioglie dinanzi ai nostri occhi il colore della Sicilia, quell’isola a sud del mondo ove si torna anche se non vi si è nati
soltanto perché lì, in una terra chiusa dai confini del mare, accidentata e difficile come la Sicilia,
un giorno qualcuno ci ha accolto e amato sino alla fine.
Giovanni CHIARAMONTE, cit.
Luce, dunque, come momento determinato e particolare di irradiazione solare, in cui l’Autore decide di cristallizzare sulla pellicola l’attimo (si legga l’illuminante citazione di PASOLINI a opera di CHIARAMONTE stesso); e ancora luce, come simbolo della forza chiarificatrice dello Spiritus; e infine luce, come vano, apertura, squarcio, “oltre”.
E quindi luce, come abilità tecnica di saper cogliere l’attimo propizio a scattare un’immagine esteticamente notevole nella riuscita? O ancora luce, come elemento confacente e privilegiato per rappresentare la dimensione spirituale? Oppure luce, come poetico strumento d’indagine per varcare il montaliano limine dell’Oltre?
Tutto questo si fonde nella ars poetica di Giovanni CHIARAMONTE – ed ecco ora emergere la Soggettività nell’interpretazione dell’Artista – osservando le sue foto – bellissime, firmate da una magistrale capacità artigianale di lavorare con la luce – chi ha visto la Sicilia ritrova in esse quei colori che accompagnano lo sciogliersi del giorno nelle ombre arrossate dei suoi crepuscoli, il giallo aranciato delle sue case e dei suoi monumenti, il senape essiccato dei pascoli bruciati dall’estate quasi africana.
Ma nel momento che, sublimati dalla maestria tecnica di Giovanni CHIARAMONTE, luoghi già visti e momenti già vissuti si riaffacciano alla memoria della nostra percezione visiva, nel vortice emozionale da essi messo in moto si fanno strada echi di Autori che ci accompagnano nel pellegrinaggio del nostro esistere
Tendono alla chiarità le cose oscure, / si esauriscono i corpi in un fluire / di tinte: queste in musiche.
Svanire è dunque la ventura delle venture
Eugenio MONTALE, Portami il girasole ch’io lo trapianti, 1925
E andando nel sole che abbaglia / sentire con triste meraviglia / com'è tutta la vita e il suo travaglio /
in questo seguitare una muraglia / che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia.
Eugenio MONTALE, Meriggiare pallido e assorto, cit.
E al contempo la luce di Giovanni CHIARAMONTE é l’obiettivo medesimo cui Dante ALIGHIERI tende nel compimento del suo viaggio ultraterreno attraverso le Cantiche delle Comedìa: la percezione (non la visione) di Dio, “etterno lume”, attraverso l’armonia e la luce, al culmine della sua ascesa attraverso i cieli del Paradiso
La gloria di colui che tutto move / per l’universo penetra, e risplende / in una parte più e meno altrove.
Nel ciel che più de la sua luce prende / fu’ io, e vidi cose che ridire / né sa né può chi di là sù discende;
perché appressando sé al suo disire, / nostro intelletto si profonda tanto, / che dietro la memoria non può ire.
Dante ALIGHIERI, Paradiso, canto I
Luce (lumen) che sottende al poema dantesco e affonda le sue radici nella concezione scolastica di San Tommaso d’AQUINO, per il quale la causalità originaria della luce (causalitas luminis) allontana dalle anime ignoranza ed errore: Dio, “lumen intelligibile”, che illumina lo Spirito sin da principio, conferisce a esso “lumen naturale, lumen gratiae, lumen gloriae”, ossia lume della ragione, lume della fede, lume della gloria, gloria divina cui Dante è concesso assurgere attraverso la singolare esperienza della tras-umanazione.
Se naturale istinto dell’uomo è tendere alla luce
Dolce è la luce, e bello è per l’occhio guardare il Sole.
QOÈLET, 11, 7
parallela si affianca una meditazione sul senso dell’esistere e sulla vanità della nostra vita, quando non giunga in nostro soccorso un anelito divino capace di guidarci e sostenerci nel tormentato percorso che ci attende
prima che si rompa il cordone d'argento / e la lucerna d'oro s'infranga / e si rompa l'anfora alla fonte /
e la carrucola cada nel pozzo / e ritorni la polvere alla terra, com'era prima, / e lo spirito torni a Dio che lo ha dato. /
Vanità delle vanità, dice Qoèlet, / e tutto è vanità.
QOÈLET, 12, 6-8
Molti simboli si affollano lungo il percorso indicato dalle immagini, allegorie metafisiche che io ravviso nell’opera di Giovanni CHIARAMONTE: ancora la lucerna – d’oro, come la luce delle sue foto – la polvere, il senso del vuoto. La lucerna, che, quando abbandoneremo il vuoto, ci guiderà nell’ultimo viaggio, quello che ci attende nell’attimo in cui a tutti sarà dato vedere oltre la soglia montaliana, quella lanterna (ancora la luce che ci guida) che il caproniano viaggiatore stacca dal muro nel momento in cui si decide a partire
Chi sia stato il primo, non / è certo. Lo seguì un secondo. Un terzo. / Poi, uno dopo l’altro, tutti /
han preso la stessa via. / Ora non c’è più nessuno. / La mia / casa è la sola / abitata. /
Son vecchio. / Che cosa mi trattengo a fare, / quassù, dove tra breve forse /
nemmeno ci sarò più io / a farmi compagnia?
Meglio – lo so – è ch’io vada / prima che me ne vada anch’io. / Eppure, non mi risolvo. Resto. /
…
Ma non m’arrendo. Ancora / non ho perso me stesso. / Non sono, con me stesso, / ancora solo. /
E solo / quando sarò così solo / da non aver più nemmeno / me stesso per compagnia, /
allora prenderò anch’io la mia / decisione. /
Staccherò / dal muro la lanterna, / un’alba, e dirò addio al vuoto. / A passo a passo / Scenderò nel vallone. /
Ma anche allora, in nome / di che, e dove / troverò un senso (che altri, / pare, non han trovato), /
lasciato questo mio sasso?
Giorgio CAPRONI, Parole (dopo l’esodo) dell’ultimo della Moglia, 1975
È così che, di fotografia in fotografia, conducendoci per mano, Giovanni CHIARAMONTE ci accompagna in questa sua declinazione del mondo, attraverso frammenti di tempo e squarci di conoscenza: ecco comparire innanzi a noi il taglio nella tela sacra, che rammenta Eugenio MONTALE
Cerca una maglia rotta nella rete / che ci stringe, tu balza fuori, fuggi! /
Va, per te l'ho pregato, - ora la sete / mi sarà lieve, meno acre la ruggine...
Eugenio MONTALE, In limine, 1925
il vuoto nero del tabernacolo posto al centro dell’inquadratura, il piccione morto ai piedi della colonna, lo sfacelo urbano che ha travestito città e meravigliosi siti naturali. Come non evocare in parallelo il male di vivere che spesso ci strazia?
Spesso il male di vivere ho incontrato: / era il rivo strozzato che gorgoglia / era l'incartocciarsi della foglia /
riarsa, era il cavallo stramazzato. / Bene non seppi, fuori del prodigio / che schiude la divina Indifferenza: /
era la statua nella sonnolenza / del meriggio, e la nuvola, e il falco alto levato.
Eugenio MONTALE, Spesso il male di vivere, 1925
E non pare forse di ravvisare nell’uomo ripreso di spalle a Geraci Siculo una delle disturbate Divinità evocate ne I limoni di Eugenio MONTALE
Vedi, in questi silenzi in cui le cose / s'abbandonano e sembrano vicine / a tradire il loro ultimo segreto /
talora ci si aspetta / di scoprire uno sbaglio di Natura, / il punto morto del mondo, l'anello che non tiene, /
il filo da disbrogliare che finalmente ci metta / nel mezzo di una verità. / Lo sguardo fruga d'intorno, /
la mente indaga accorda disunisce / nel profumo che dilaga / quando il giorno più languisce. /
Sono i silenzi in cui si vede / in ogni ombra umana che si allontana / qualche disturbata Divinità.
Ma l'illusione manca e ci riporta il tempo / nelle città rumorose dove l'azzurro si mostra /
soltanto a pezzi, in alto, tra le cimase. / La pioggia stanca la terra, di poi; s'affolta /
il tedio dell'inverno sulle case, / la luce si fa avara – amara l'anima.
Molte liriche di Eugenio MONTALE hanno fatto da controcanto a questa mia lettura delle fotografie in mostra. Non è un caso che questo poeta, vincitore di un premio Nobel per la letteratura, talora frettolosamente bollato dai critici come cupa eco del contemporaneo nichilismo, abbia posto la luce come elemento chiave della sua indagine poetica; al punto che la luce è divenuta simbolo di un’originale e acuta rilettura da parte di Rina Sara VIRGILLITO: nel saggio La luce di Montale, scritto nel 1946 e pubblicato a stampa nel 1990, l’autrice propone infatti un’interpretazione del poeta in chiave escatologica, ponendo la luce come tramite con cui MONTALE sonderebbe il divino. Interpretazione che le valse, peraltro, l’amicizia a vita del poeta, il quale, con il trascorrere degli anni, sempre più parve abbozzare un approccio al significato della nostra vita e un possibile esito al suo senso consono alle ipotesi formulate da Rina VIRGILLITO
So che oltre il visibile e il tangibile / non è vita possibile ma l’oltrevita /
è forse l’altra faccia della morte / che portammo rinchiusa in noi per anni e anni. / … /
Ho tanta fede che mi brucia; certo / chi mi vede dirà è un uomo di cenere / senz’accorgersi ch’era una rinascita.
Eugenio MONTALE, Ho tanta fede in te, 1980
Quale il senso della cenere a cui qui si allude? Cenere come polvere, come simbolo di precarietà, e cenere come purificazione estrema, stadio finale della corruttibilità terrena, presagio di rinascita ed eternità divina. La circolarità del richiamo alla poesia di Umberto FIORI che apre la sezione Spiritus di Dolce è la luce chiude questa riflessione, ma avvia a molteplici, possibili e individuali vie di meditazione lungo l’itinerario di questa mostra e, più in genere, attraverso l’esplorazione fotografica che Giovanni CHIARAMONTE, infaticabile minatore alla ricerca della sua luce d’oro, ci offre del mondo visibile e invisibile.
E più ti cerco, più / sono lontano. / E ti sento mancare / così profondamente / che non so /
nemmeno più cos’eri. / Qualcosa era presente? / C’è mai stato davvero / un posto? /
O quello che ho visto era / già allora crollo, sfacelo, / tumore, devastazione? /
La tua luce così ferma, serena, / bella vista, / era il bagliore di un fulmine? /
Eri visione già della cenere / in cui devo ridurmi?
Marina BENEDETTO
Galleria Fotografica Luigi GHIRRI
Savona, novembre 2011
Sul “visibile” di CHIARAMONTE
Alla lettura dei suoi Esercizi sul visibile, prezioso manifesto estetico del lavoro di Giovanni CHIARAMONTE, ci colpì e ci sorprese la nota finale con la quale il fotografo di Terra del ritorno ringraziava Arturo SCHWARZ per avergli fatto conoscere la via di Marcel DUCHAMP e, altresì, ringraziava Andrej TARKOVSKIJ per avergli fatto percorrere la medesima via in direzione opposta a quella percorsa da DUCHAMP. Conoscevamo l’opera e le provocazioni dell’artista francese e, adesso, grazie alla promozione editoriale proprio di CHIARAMONTE, conosciamo un po’ meglio l’opera fotografica e poetica del regista russo.
Ci colpì, allora, quest’itinerario che affondava nella modernità delle tendenze artistiche del Novecento e ne tornava soddisfatto per aver intravisto nello strumento fotografico un possibile modo per redimere la dignità del reale attorno a noi e rivendicare, per l’autore e per il nostro occhio innocente, la capacità di riconoscerlo in maniera diversa e creativa.
Ci sorprese, anche, il richiamo all’autore di Andrej Rublev e di Nostalghia, laddove il disvelarsi tutto fotografico della bellezza intravista anche nell’umiltà della materia si risolveva in un riconoscimento di tipo religioso e, quindi, nell’individuazione di un centro di ringraziamento: il frammento della nostra esistenza esemplarmente riconosciuto diveniva specchio e memoria del suo vero autore e momento di consapevole incontro. Così, in effetti, ci appaiono le immagini di questa mostra del nostro fotografo.
Su quella linea d’orizzonte che da tempo è una costante della sua cifra stilistica si posano i simboli della natura o delle arti dell’uomo per penetrare in un mistero, quello dell’esistenza umana, da sempre illuminato ma da una luce, forse, non del tutto sperimentata.
Ecco allora, in terra di Sicilia, lungo le coste tra le memorie e le testimonianze, sorprenderci il segno della morte, la sua vittoria, come negli antichi affreschi. Ecco allora, sorta di contraltare, la risposta tutta umana, angelicamente sospesa tra la terra e l’acqua, desiderosa di lasciare l’impronta (la parola museo ebbe proprio questo primitivo significato) del suo spirito.
Pippo PAPPALARDO
per la Galleria Fotografica Luigi GHIRRI
Catania, marzo 2003
e la luce, quella che rende visibile e struttura anche l’invisibile … la luce della φῶς (phôs) γραφή (graphis).
In fondo, che cos’è stata l’invenzione della fotografia, se non la rivelazione del riflesso latente della luce?
Una luce che illumina, disegna – anzi, scrive – e genera immagini strappandole all’oblio delle tenebre. Luce che vibra, saetta, taglia e ferisce; luce che muta e trascolora per accarezzare dolcemente lo sguardo nell’incessante carambola delle sue rifrazioni. Luce fisica e luce interiore. Luce estasi della creazione.
Tutti i fotografi – da sempre e, come molto prima di loro, i pittori – hanno un conto aperto con essa ma alcuni vanno oltre: passando dallo spettro del visibile al misticismo dell’intangibile, della luce carpiscono l’anima e tentando di domarla ne colgono a tal punto l’essenza da rendere il proprio lavoro un’epifania della visione. Questo è quanto pare accadere nelle trentasei fotografie con le quali Giovanni CHIARAMONTE, sapiente tanto nell’uso della tecnica fotografica quanto della parola, compone lo straordinario elogio che in questa mostra – tornata letteralmente alla luce in questo dicembre 2011 – si ri-compone in occasione degli eventi culturali pensati e promossi a Modica, la città di Salvatore QUASIMODO, tra “lumi, rintocchi e sentieri velati”.
Dolce è la luce – dal sottotitolo: Gioia per gli occhi la visione del sole – è un mirabile connubio di immagini e testi che vede le fotografie di Giovanni CHIARAMONTE dialogare con i versi di Umberto FIORI, seguendo le tracce – calde e vibranti – di un viaggio in una Sicilia sospesa, isola di luce e terra di tenebra, isola dove si resta perennemente tentati dalla fuga, terra nella quale lo struggimento del mancato ritorno segna l’estremo di una scala tonale dove anche i blu si velano dolcemente, virando su temperature più rassicuranti.
Foto queste, classicamente quadrate e misurate, finestre aperte sul mondo degli uomini trasfigurato nel divino in un anelito di redenzione: “Più volte negli ultimi anni, i percorsi del mio sguardo sono stati sul punto di interrompersi. Troppe volte il degrado del male aveva impedito alla vista di contemplare la trasparenza della luce attraverso il mondo dell’uomo. Al tramonto di un giorno d’estate del 2001, sull’alto di una montagna nei pressi di Caltagirone, preso dallo smarrimento, ho telefonato a Umberto Fiori. L’amico poeta in quel momento contemplava da un altro monte un altro mare, ma analogo era in lui il doloroso sentimento della scomparsa della bellezza che aveva aperto la nostra vista al mondo. I versi del suo poema hanno dato nome a voce a quello che ho visto e fotografato.”
Nelle parole dello stesso CHIARAMONTE, la chiave.
Sebastiano FAVITTA e Attilio GERBINO
Galleria Fotografica Luigi GHIRRI
Caltagirone, novembre 2011
Il sapere che l'impenetrabile esiste realmente e si manifesta a noi come la più alta saggezza e la bellezza più splendida, che le nostre facoltà limitate riescono a comprendere solo nelle loro forme più primitive – questa coscienza,
questo sentimento, è al cuore di ogni autentica religiosità. In questo senso, e solo in questo senso,
io appartengo alla categorie degli uomini devotamente religiosi.
Albert EINSTEIN
“Dolce è la luce, e bello è per l’occhio guardare il sole”:
escatologia poetica nell’opera di Giovanni CHIARAMONTE
Polvere, troppi ricordi, è meglio esser sordi / e forse è già tardi per / togliere la /
polvere dagli ingranaggi, dai volti dei saggi / coi pochi vantaggi che / la mia condizione mi dà. /
Non mi cercare, ché non mi riconoscerai
Enrico RUGGERI, Polvere, 1984
Sarà vero / che il colore è solo luce / E la luce è la speranza / e che siamo noi / la speranza /
Camminando noi / verso il sole / dentro il sole che salirà
Gino PAOLI, Hey mà, 1988
Dio disse: "Sia la luce!". E la luce fu. Dio vide che la luce era cosa buona e separò la luce dalle tenebre.
Genesi, 1, 3-4
Nello sfogliare il catalogo della mostra fotografica Dolce è la luce di Giovanni CHIARAMONTE mi ha pervaso una gioia intima, che desidero condividere con gli Autori e con chi mi legge: scoprire, accanto alle immagini scattate da un Artista/fotografo i testi poetici di un Artista/letterato; in altre parole, vedersi materializzare il personale modello con cui sono solita interpretare Autori che operano nel campo delle arti figurative, al di fuori di delimitati contesti letterari o musicali.
Anche i saggi di Giovanni CHIARAMONTE, posti a introduzione del testo, hanno costituito il contrappunto e hanno fatto luce sul vortice emozionale che si crea quando un soggetto si accosta a un’immagine: si compie infatti, in questo istante, il terzo passaggio della sequenza interpretativa di se stesso e della propria opera avviata da Giovanni CHIARAMONTE medesimo
Il realismo infinito è l’accoglienza dell’oggetto da parte del soggetto, è la comprensione dell’Altro da parte dell’io in una relazione che lascia entrambi nella loro irriducibile differenza e identità, ed è la trascrizione di ciò che è dato nel mondo davanti agli occhi e dentro gli occhi dell’uomo in immagine che lo rappresenta.
Giovanni CHIARAMONTE, Dolce è la luce, 2003
Nell’osservare una fotografia noi siamo a nostra volta Soggetto – il Secondo sulla scena – che osserva un Oggetto accolto in sé dal Primo Soggetto – l’Artista, in questo caso –: si realizza pertanto la sfasatura di tre diversi contesti identificativi che vanno sovrapponendosi.
Molteplici sono i segnali che le fotografie di Giovanni CHIARAMONTE inviano a noi, Soggetti Secondi nel codice sequenziale di esegesi: il taglio speculare dell’inquadratura, l’infinito prospettico, il ruolo della luce, l’Oggetto ritratto.
Dolce è la luce, questo verso posto a titolo della raccolta, quinario perfetto, ove l’armoniosa liquidità si realizza nella reiterazione delle lettere “l” e “c”, veicola in primis i nostri sensi sul colore, sulla luce bionda che avvolge e rende fluidi panorami naturali e monumenti: ci abbaglia e si scioglie dinanzi ai nostri occhi il colore della Sicilia, quell’isola a sud del mondo ove si torna anche se non vi si è nati
soltanto perché lì, in una terra chiusa dai confini del mare, accidentata e difficile come la Sicilia,
un giorno qualcuno ci ha accolto e amato sino alla fine.
Giovanni CHIARAMONTE, cit.
Luce, dunque, come momento determinato e particolare di irradiazione solare, in cui l’Autore decide di cristallizzare sulla pellicola l’attimo (si legga l’illuminante citazione di PASOLINI a opera di CHIARAMONTE stesso); e ancora luce, come simbolo della forza chiarificatrice dello Spiritus; e infine luce, come vano, apertura, squarcio, “oltre”.
E quindi luce, come abilità tecnica di saper cogliere l’attimo propizio a scattare un’immagine esteticamente notevole nella riuscita? O ancora luce, come elemento confacente e privilegiato per rappresentare la dimensione spirituale? Oppure luce, come poetico strumento d’indagine per varcare il montaliano limine dell’Oltre?
Tutto questo si fonde nella ars poetica di Giovanni CHIARAMONTE – ed ecco ora emergere la Soggettività nell’interpretazione dell’Artista – osservando le sue foto – bellissime, firmate da una magistrale capacità artigianale di lavorare con la luce – chi ha visto la Sicilia ritrova in esse quei colori che accompagnano lo sciogliersi del giorno nelle ombre arrossate dei suoi crepuscoli, il giallo aranciato delle sue case e dei suoi monumenti, il senape essiccato dei pascoli bruciati dall’estate quasi africana.
Ma nel momento che, sublimati dalla maestria tecnica di Giovanni CHIARAMONTE, luoghi già visti e momenti già vissuti si riaffacciano alla memoria della nostra percezione visiva, nel vortice emozionale da essi messo in moto si fanno strada echi di Autori che ci accompagnano nel pellegrinaggio del nostro esistere
Tendono alla chiarità le cose oscure, / si esauriscono i corpi in un fluire / di tinte: queste in musiche.
Svanire è dunque la ventura delle venture
Eugenio MONTALE, Portami il girasole ch’io lo trapianti, 1925
E andando nel sole che abbaglia / sentire con triste meraviglia / com'è tutta la vita e il suo travaglio /
in questo seguitare una muraglia / che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia.
Eugenio MONTALE, Meriggiare pallido e assorto, cit.
E al contempo la luce di Giovanni CHIARAMONTE é l’obiettivo medesimo cui Dante ALIGHIERI tende nel compimento del suo viaggio ultraterreno attraverso le Cantiche delle Comedìa: la percezione (non la visione) di Dio, “etterno lume”, attraverso l’armonia e la luce, al culmine della sua ascesa attraverso i cieli del Paradiso
La gloria di colui che tutto move / per l’universo penetra, e risplende / in una parte più e meno altrove.
Nel ciel che più de la sua luce prende / fu’ io, e vidi cose che ridire / né sa né può chi di là sù discende;
perché appressando sé al suo disire, / nostro intelletto si profonda tanto, / che dietro la memoria non può ire.
Dante ALIGHIERI, Paradiso, canto I
Luce (lumen) che sottende al poema dantesco e affonda le sue radici nella concezione scolastica di San Tommaso d’AQUINO, per il quale la causalità originaria della luce (causalitas luminis) allontana dalle anime ignoranza ed errore: Dio, “lumen intelligibile”, che illumina lo Spirito sin da principio, conferisce a esso “lumen naturale, lumen gratiae, lumen gloriae”, ossia lume della ragione, lume della fede, lume della gloria, gloria divina cui Dante è concesso assurgere attraverso la singolare esperienza della tras-umanazione.
Se naturale istinto dell’uomo è tendere alla luce
Dolce è la luce, e bello è per l’occhio guardare il Sole.
QOÈLET, 11, 7
parallela si affianca una meditazione sul senso dell’esistere e sulla vanità della nostra vita, quando non giunga in nostro soccorso un anelito divino capace di guidarci e sostenerci nel tormentato percorso che ci attende
prima che si rompa il cordone d'argento / e la lucerna d'oro s'infranga / e si rompa l'anfora alla fonte /
e la carrucola cada nel pozzo / e ritorni la polvere alla terra, com'era prima, / e lo spirito torni a Dio che lo ha dato. /
Vanità delle vanità, dice Qoèlet, / e tutto è vanità.
QOÈLET, 12, 6-8
Molti simboli si affollano lungo il percorso indicato dalle immagini, allegorie metafisiche che io ravviso nell’opera di Giovanni CHIARAMONTE: ancora la lucerna – d’oro, come la luce delle sue foto – la polvere, il senso del vuoto. La lucerna, che, quando abbandoneremo il vuoto, ci guiderà nell’ultimo viaggio, quello che ci attende nell’attimo in cui a tutti sarà dato vedere oltre la soglia montaliana, quella lanterna (ancora la luce che ci guida) che il caproniano viaggiatore stacca dal muro nel momento in cui si decide a partire
Chi sia stato il primo, non / è certo. Lo seguì un secondo. Un terzo. / Poi, uno dopo l’altro, tutti /
han preso la stessa via. / Ora non c’è più nessuno. / La mia / casa è la sola / abitata. /
Son vecchio. / Che cosa mi trattengo a fare, / quassù, dove tra breve forse /
nemmeno ci sarò più io / a farmi compagnia?
Meglio – lo so – è ch’io vada / prima che me ne vada anch’io. / Eppure, non mi risolvo. Resto. /
…
Ma non m’arrendo. Ancora / non ho perso me stesso. / Non sono, con me stesso, / ancora solo. /
E solo / quando sarò così solo / da non aver più nemmeno / me stesso per compagnia, /
allora prenderò anch’io la mia / decisione. /
Staccherò / dal muro la lanterna, / un’alba, e dirò addio al vuoto. / A passo a passo / Scenderò nel vallone. /
Ma anche allora, in nome / di che, e dove / troverò un senso (che altri, / pare, non han trovato), /
lasciato questo mio sasso?
Giorgio CAPRONI, Parole (dopo l’esodo) dell’ultimo della Moglia, 1975
È così che, di fotografia in fotografia, conducendoci per mano, Giovanni CHIARAMONTE ci accompagna in questa sua declinazione del mondo, attraverso frammenti di tempo e squarci di conoscenza: ecco comparire innanzi a noi il taglio nella tela sacra, che rammenta Eugenio MONTALE
Cerca una maglia rotta nella rete / che ci stringe, tu balza fuori, fuggi! /
Va, per te l'ho pregato, - ora la sete / mi sarà lieve, meno acre la ruggine...
Eugenio MONTALE, In limine, 1925
il vuoto nero del tabernacolo posto al centro dell’inquadratura, il piccione morto ai piedi della colonna, lo sfacelo urbano che ha travestito città e meravigliosi siti naturali. Come non evocare in parallelo il male di vivere che spesso ci strazia?
Spesso il male di vivere ho incontrato: / era il rivo strozzato che gorgoglia / era l'incartocciarsi della foglia /
riarsa, era il cavallo stramazzato. / Bene non seppi, fuori del prodigio / che schiude la divina Indifferenza: /
era la statua nella sonnolenza / del meriggio, e la nuvola, e il falco alto levato.
Eugenio MONTALE, Spesso il male di vivere, 1925
E non pare forse di ravvisare nell’uomo ripreso di spalle a Geraci Siculo una delle disturbate Divinità evocate ne I limoni di Eugenio MONTALE
Vedi, in questi silenzi in cui le cose / s'abbandonano e sembrano vicine / a tradire il loro ultimo segreto /
talora ci si aspetta / di scoprire uno sbaglio di Natura, / il punto morto del mondo, l'anello che non tiene, /
il filo da disbrogliare che finalmente ci metta / nel mezzo di una verità. / Lo sguardo fruga d'intorno, /
la mente indaga accorda disunisce / nel profumo che dilaga / quando il giorno più languisce. /
Sono i silenzi in cui si vede / in ogni ombra umana che si allontana / qualche disturbata Divinità.
Ma l'illusione manca e ci riporta il tempo / nelle città rumorose dove l'azzurro si mostra /
soltanto a pezzi, in alto, tra le cimase. / La pioggia stanca la terra, di poi; s'affolta /
il tedio dell'inverno sulle case, / la luce si fa avara – amara l'anima.
Molte liriche di Eugenio MONTALE hanno fatto da controcanto a questa mia lettura delle fotografie in mostra. Non è un caso che questo poeta, vincitore di un premio Nobel per la letteratura, talora frettolosamente bollato dai critici come cupa eco del contemporaneo nichilismo, abbia posto la luce come elemento chiave della sua indagine poetica; al punto che la luce è divenuta simbolo di un’originale e acuta rilettura da parte di Rina Sara VIRGILLITO: nel saggio La luce di Montale, scritto nel 1946 e pubblicato a stampa nel 1990, l’autrice propone infatti un’interpretazione del poeta in chiave escatologica, ponendo la luce come tramite con cui MONTALE sonderebbe il divino. Interpretazione che le valse, peraltro, l’amicizia a vita del poeta, il quale, con il trascorrere degli anni, sempre più parve abbozzare un approccio al significato della nostra vita e un possibile esito al suo senso consono alle ipotesi formulate da Rina VIRGILLITO
So che oltre il visibile e il tangibile / non è vita possibile ma l’oltrevita /
è forse l’altra faccia della morte / che portammo rinchiusa in noi per anni e anni. / … /
Ho tanta fede che mi brucia; certo / chi mi vede dirà è un uomo di cenere / senz’accorgersi ch’era una rinascita.
Eugenio MONTALE, Ho tanta fede in te, 1980
Quale il senso della cenere a cui qui si allude? Cenere come polvere, come simbolo di precarietà, e cenere come purificazione estrema, stadio finale della corruttibilità terrena, presagio di rinascita ed eternità divina. La circolarità del richiamo alla poesia di Umberto FIORI che apre la sezione Spiritus di Dolce è la luce chiude questa riflessione, ma avvia a molteplici, possibili e individuali vie di meditazione lungo l’itinerario di questa mostra e, più in genere, attraverso l’esplorazione fotografica che Giovanni CHIARAMONTE, infaticabile minatore alla ricerca della sua luce d’oro, ci offre del mondo visibile e invisibile.
E più ti cerco, più / sono lontano. / E ti sento mancare / così profondamente / che non so /
nemmeno più cos’eri. / Qualcosa era presente? / C’è mai stato davvero / un posto? /
O quello che ho visto era / già allora crollo, sfacelo, / tumore, devastazione? /
La tua luce così ferma, serena, / bella vista, / era il bagliore di un fulmine? /
Eri visione già della cenere / in cui devo ridurmi?
Marina BENEDETTO
Galleria Fotografica Luigi GHIRRI
Savona, novembre 2011
Sul “visibile” di CHIARAMONTE
Alla lettura dei suoi Esercizi sul visibile, prezioso manifesto estetico del lavoro di Giovanni CHIARAMONTE, ci colpì e ci sorprese la nota finale con la quale il fotografo di Terra del ritorno ringraziava Arturo SCHWARZ per avergli fatto conoscere la via di Marcel DUCHAMP e, altresì, ringraziava Andrej TARKOVSKIJ per avergli fatto percorrere la medesima via in direzione opposta a quella percorsa da DUCHAMP. Conoscevamo l’opera e le provocazioni dell’artista francese e, adesso, grazie alla promozione editoriale proprio di CHIARAMONTE, conosciamo un po’ meglio l’opera fotografica e poetica del regista russo.
Ci colpì, allora, quest’itinerario che affondava nella modernità delle tendenze artistiche del Novecento e ne tornava soddisfatto per aver intravisto nello strumento fotografico un possibile modo per redimere la dignità del reale attorno a noi e rivendicare, per l’autore e per il nostro occhio innocente, la capacità di riconoscerlo in maniera diversa e creativa.
Ci sorprese, anche, il richiamo all’autore di Andrej Rublev e di Nostalghia, laddove il disvelarsi tutto fotografico della bellezza intravista anche nell’umiltà della materia si risolveva in un riconoscimento di tipo religioso e, quindi, nell’individuazione di un centro di ringraziamento: il frammento della nostra esistenza esemplarmente riconosciuto diveniva specchio e memoria del suo vero autore e momento di consapevole incontro. Così, in effetti, ci appaiono le immagini di questa mostra del nostro fotografo.
Su quella linea d’orizzonte che da tempo è una costante della sua cifra stilistica si posano i simboli della natura o delle arti dell’uomo per penetrare in un mistero, quello dell’esistenza umana, da sempre illuminato ma da una luce, forse, non del tutto sperimentata.
Ecco allora, in terra di Sicilia, lungo le coste tra le memorie e le testimonianze, sorprenderci il segno della morte, la sua vittoria, come negli antichi affreschi. Ecco allora, sorta di contraltare, la risposta tutta umana, angelicamente sospesa tra la terra e l’acqua, desiderosa di lasciare l’impronta (la parola museo ebbe proprio questo primitivo significato) del suo spirito.
Pippo PAPPALARDO
per la Galleria Fotografica Luigi GHIRRI
Catania, marzo 2003
09
dicembre 2011
Giovanni Chiaramonte – Dolce è la luce. Gioia per gli occhi la visione del sole.
Dal 09 al 25 dicembre 2011
fotografia
Location
FONDAZIONE GIOVAN PIETRO GRIMALDI
Modica, Corso Umberto I, 106 , (Ragusa)
Modica, Corso Umberto I, 106 , (Ragusa)
Orario di apertura
lun./sab. 9.00 - 13.00, 16.00 - 20.00 dom. 16.00 - 20.00.
Vernissage
9 Dicembre 2011, ore 18.00.
Autore
Curatore




